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Il Foglio Rassegna Stampa
06.03.2023 Cosa insegna la guerra in Ucraina
Analisi da Le Monde

Testata: Il Foglio
Data: 06 marzo 2023
Pagina: 10
Autore: la redazione del Foglio
Titolo: «Cosa insegna la guerra in Ucraina»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 06/03/2023, a pag. 10, l'analisi dal titolo 'Cosa insegna la guerra in Ucraina'.

François Heisbourg – Belgrade Security Forum
François Heisbourg

François Heisbourg è consigliere speciale alla Fondation pour la recherche stratégique, think tank con sede a Parigi. Dodici mesi dopo l’invasione russa in Ucraina, il 24 febbraio 2022, Heisbourg analizza questo primo anno di combattimenti in “Les Leçons de la guerre” (Odile Jacob).

Le Monde – Perché scrive che il conflitto in Ucraina ci invita a “tornare ai classici nel modo di pensare la guerra”?
François Heisbourg – Nell’Europea occidentale e democratica, dopo la Seconda guerra mondiale, abbiamo dimenticato – è una constatazione – che la guerra è uno degli strumenti che permette di risolvere i contenziosi. Non tutto si risolve con la negoziazione e la diplomazia. La guerra ha la sua grammatica, la sua sintassi. L’Europa dell’ovest sta riscoprendo la guerra tra stati europei all’interno dell’Europa stessa.

Lei pensa che, con questa riscoperta, le opinioni pubbliche siano pronte a morire per Kiev o per Taiwan? Queste opinioni occidentali sono pronte a morire per la loro libertà e la loro sicurezza? Penso di sì. Se questa sicurezza e questa libertà passano dalla vittoria in Ucraina, aiuteremo l’Ucraina. Nel corso dei mesi, le opinioni non hanno considerato l’impegno dei nostri governi in questa guerra. Sentono che la situazione è grave, ma non corrono verso di essa. I nostri governi, tuttavia, hanno difficoltà a reimparare la grammatica e la sintassi della guerra, in particolare in materia di dissuasione.

Come si spiega che siamo sopravvissuti? Ne abbiamo dimenticato le ragioni. L’autodissuasione dei nostri governi è stata uno dei principali problemi nel sostegno all’Ucraina. All’inizio della guerra, gli occidentali dicevano che non bisognava fornire delle armi offensive agli ucraini perché avrebbero provocato un’escalation. Ma dopo un mese gli ucraini hanno dimostrato che i russi non riuscivano ad entrare a Kiev. Poi abbiamo cambiato opinione, fornendo delle armi cosiddette offensive. In seguito, abbiamo parlato di carri armati, e ora viviamo l’episodio degli aerei da combattimento. Durante la guerra fredda, sovietici e americani non facevano tante storie quando si trattava di mandare delle armi ai loro alleati o satelliti. Alla fine abbiamo preso le buone decisioni alla luce della situazione sul campo, ma in ritardo – anche se non è troppo tardi.

Ma non c’è secondo lei un ritardo tra il tempo ucraino dell’emergenza e il tempo occidentale del sostegno? Questo ritardo è una constatazione. Possiamo criticarlo e porci questa domanda: quando avrebbero dovuto aprire gli occhi gli europei? In occidente, la guerra era di spedizione. Si faceva nei paesi degli altri, più o meno saggiamente e talvolta con mezzi considerevoli, ma non erano delle guerre di difesa nazionale su vasta scala. Non eravamo equipaggiati per fare una guerra delle stesse dimensioni di quella che la Russia sta imponendo in poco tempo all’Ucraina. Non disponevamo più degli stock d’armi e di munizioni necessarie. La discordanza dei tempi è evidente. Viviamo con l’assenza di risultati di un terzo di secolo dopo la guerra fredda, gli ucraini vivono con l’imposizione di una guerra massiccia che li ha colti di sorpresa tanto quanto noi. Il fatto è che siamo stati presi alla sprovvista, perché abbiamo commesso degli errori a breve termine, come pensare che la guerra fosse necessariamente irrazionale. Stiamo cambiando epoca e il cambiamento è tanto rapido quanto quello che abbiamo vissuto tra la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e il crollo dell’Urss nel 1991. Siamo in un momento di cambiamento della Storia, perché la guerra contro l’Ucraina si sta svolgendo in Europa, a casa nostra.

E’ per questo motivo che l’Ucraina deve assolutamente vincere la guerra, come ha scritto lei? La risposta è binaria, perché non ci sono compromessi, né strategici né ideologici. Per la Russia, l’Ucraina non ha diritto a una propria esistenza. A prescindere dall’esito militare sul campo, la Russia – fino a quando sarà governata da individui che condividono questo punto di vista – tenterà continuamente di ricostituire l’impero perduto. Qualsiasi tregua sarà la preparazione alla tappa successiva. Neppure dal lato dell’Ucraina, che lotta per la sua esistenza, può esserci compromesso. Detto in altri termini, uno vince, l’altro perde, e viceversa. E’ un gioco a somma zero. Anche qui bisognerà rendersi conto nuovamente che il mondo con la guerra non funziona secondo le stesse regole del mondo senza la guerra. Per gli europei, la lezione è dura: se l’Ucraina perderà, si trarrà la conclusione che la Russia non solo ha vinto qualcosa di difficile – fagocitare un paese grande come la Francia – ma in più lo ha fatto contro ciò che chiama “l’occidente collettivo”.
(Traduzione di Mauro Zanon)

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