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Il Foglio Rassegna Stampa
14.01.2023 Iran inondato di sangue dalle forche di Allah
Commento di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 14 gennaio 2023
Pagina: 6
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Le forche di Allah»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 14/01/2023, a pag. 6, l'analisi di Giulio Meotti dal titolo "Le forche di Allah".

A destra: Gli ayatollah leggono Charlie Hebdo: "Che orrore!"

Informazione Corretta
Giulio Meotti

L’islam dormiva, sembrava una religione morta. Nel 1979 l’Enciclopedia Einaudi non aveva neanche una voce sull’islam. Poi venne un imam con il turbante nero dei discendenti del Profeta che lo avrebbe risvegliato con la cupidigia dell’apocalisse e un bagno di sangue permanente. Fu l’Iran, con Salman Rushdie, a indicare per primo uno scrittore da uccidere a causa delle sue critiche all’islam. Fu l’Iran a fare dell’hijab un sigillo dell’islam politico da esportare in tutto il mondo. Fu l’Iran a lanciare l’idea di colpire le comunità ebraiche nel mondo (gli attacchi di Buenos Aires). Fu l’Iran a elevare la negazione dell’Olocausto a politica di stato. Fu l’Iran nel 1983 a introdurre la bomba umana in medio oriente. Il massacro e il terrore promettevano la remissione dei peccati e la fusione con il loro Dio. Allora non c’erano i talebani, l’Isis o Boko Haram. Nessuno prima di Khomeini aveva osato tanto. Per la prima volta in cento anni l’ayatollah ha riportato la pena di morte per una “adultera” a Shiraz. Lapidata, assieme ad altre cinquantuno persone dal 1979. Un rapporto del 1987 della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha stimato che settemila persone sono state fucilate, impiccate o lapidate dopo la rivoluzione del 1979. Da allora non si sono più fermati a impiccare, mutilare, torturare, riempire fosse comuni, far sparire le persone. Hossein-Ali Montazeri, il successore indicato da Khomeini, che un tempo lo chiamava “il frutto della mia vita”, scriverà: “Nel resto del mondo credono che la sola attività praticata in Iran sia uccidere”. Dopo la presa del potere dei mullah in guerra con i “nemici di Dio”, un gruppo di “comitati rivoluzionari” venne istituito all’interno di Shahr-e No, il quartiere a luci rosse di Teheran, per raccogliere informazioni sulle prostitute. Furono identificate e giustiziate prima che la zona fosse rasa al suolo. In un’intervista a Khomeini del 26 settembre 1979, Oriana Fallaci gli chiese se fosse giusto aver sparato a una “povera prostituta”. “Se il tuo dito soffrisse di cancrena, cosa faresti?”, le rispose Khomeini. “Lasci che tutta la mano, e poi il corpo, si riempia di cancrena, o tagli il dito? Ciò che porta corruzione a un intero paese e alla sua gente va estirpato, come le zizzanie che infestano un campo di grano… Dobbiamo eliminare la corruzione”. Nel giugno 1981, dopo che il Parlamento iraniano approvò la qisas, o “retribuzione in natura”, come forma di punizione penale, il Fronte nazionale, la più antica coalizione democratica in Iran, annunciò che questa misura della Sharia era “disumana”. Khomeini andò alla radio per dichiarare che il Fronte nazionale era apostata. A centinaia furono uccisi clandestinamente. Gli altri presero la via dell’esilio. Poi i mullah iniziarono a eliminare i Bahai, la setta sincretista: duecento morti. Un anno fa le autorità iraniane hanno ordinato ai membri della comunità Bahai di seppellire i loro morti in una fossa comune per i prigionieri politici giustiziati nel 1988. Le famiglie e gli attivisti per i diritti umani temono anche che, seppellendo le persone nel luogo, la Repubblica islamica stia cercando di cancellare le prove delle esecuzioni. Il sito è stato demolito più volte negli ultimi decenni. L’ex ministro della Giustizia Mostafa Pourmohammadi ha difeso le esecuzioni, dicendo: “Siamo orgogliosi di portare avanti il comando di Dio”. Otto cristiani uccisi per la loro fede in Iran dalla Rivoluzione islamica sono stati ricordati in una cerimonia commemorativa a Londra. Il primo fu nel 1979, Arastoo Sayyah, un anglicano a cui fu tagliata la gola. Nel 1980 fu la volta di Bahram Dehghani-Tafti, a cui spararono. Hossein Soodmand venne ucciso nel 1990, Mehdi Dibaj nel 1994, il pastore Haik Hovsepian venne ucciso e sepolto in una fossa comune con un musulmano convertito al cristianesimo e Mohammad Bagheri Yousefi fu trovato impiccato a un albero nel 1996. Da allora numerosi cristiani sono stati arrestati e condannati a morte per attività legate al proselitismo, ma mai giustiziati. Molte chiese oggi sono state chiuse, decine di giovani iraniani, gran parte convertiti dall’islam, sono stati imprigionati e torturati, così come molti pastori sono finiti sotto stretta sorveglianza. Dopo la Rivoluzione del 1979, l’ex governatore della Banca dell’Iran, Rahmat Daneshvar, adepto di una comunità sincretistica cristiana, subì processi e torture. Sulla schiena e sulle gambe del processato, il giudice fece iscrivere con lame di rasoio: “Nemico dell’islam”. Poi spezzettò le lame in acqua calda, e costrinse Daneshvar, che rifiutava l’abiura, a inghiottirla. Infine, due rivoltellate sulle ginocchia. Poco prima, l’ex governatore aveva subito la tortura del gas, somministrato a piccole dosi in una cella segreta. Un suo compagno di cella, ebreo, ne morì. I più a rischio oggi sono i protestanti, in gran parte discendenti di musulmani convertiti al cristianesimo durante l’occupazione britannica della Persia. Nell’Iran di oggi il proselitismo è punito con la morte, come la conversione a una fede diversa dall’islam. E poi le violente persecuzioni di ebrei e armeni, zoroastriani, sunniti, ismaeliti… Il 20 giugno 1981 a Teheran furono lanciate vaste manifestazioni antigovernative. Secondo lo storico Ervand Abrahamian, i tribunali rivoluzionari hanno giustiziato più di ottomila dissidenti tra giugno 1981 e giugno 1985. L’ayatollah Montazeri, che allora era ancora il vice di Khomeini, gli scrisse una lettera in cui condannava le esecuzioni. Nel 1988, l’anno in cui apparvero anche “I versi satanici” di Rushdie, le torture e le esecuzioni erano in aumento nelle carceri della Repubblica islamica. Khomeini ha indicato Ali ibn Abi Talib, cugino e genero del profeta Maometto e primo imam sciita, come il modello che giustifica questi crimini: “Il comandante dei fedeli [Ali] ha sguainato la spada e ne ha uccisi 700 in un fiato. Le ultime persone che si sono sollevate contro di lui erano contro l’islam, quindi li ha uccisi fino all’ultimo”. Alla fine della guerra Iran-Iraq, il massacro dei prigionieri politici divenne l’apice dei crimini contro l’umanità della Repubblica islamica. In una fatwa emessa tramite il figlio, un Khomeini anziano e malato ordinò che le carceri fossero svuotate e i detenuti uccisi fino all’ultimo. Bambini di appena tredici anni vennero impiccati alle gru, sei alla volta, in una epurazione durata due mesi per ordine diretto di Khomeini. Dettagli contenuti nelle memorie del Grande Ayatollah Montazeri. La fatwa di Khomeini recitava: “Si decreta che coloro che sono nelle carceri di tutto il paese stanno dichiarando guerra a Dio e sono condannati all’esecuzione”. Montazeri lo ha definito “il più grande crimine nella storia della Repubblica islamica”. Trentamila morti, riformatori, dissidenti, oppositori politici. A Teheran, uno dei membri del comitato della morte era l’attuale presidente Ebrahim Raisi. Vennero fucilati da plotoni di esecuzione, impiccati alle gru, stipati in camion refrigerati e sepolti in fosse comuni anonime in giro per l’Iran. Molti dei loro corpi non sono mai stati localizzati. Il 24 agosto 1979 Khomeini aveva annunciato: “Nel corso dei secoli, l’islam è avanzato con il sangue, la spada e le armi”. Reporter senza frontiere ha stabilito che l’Iran ha giustiziato più giornalisti negli ultimi cinquant’anni di qualsiasi altro paese. Poliglotta, colto, nato in Svizzera, Simon Farzami era il numero due dell’ufficio della France Presse nella capitale iraniana. Farzami si rifiutò di abbandonare il paese nel 1979. Venne impiccato dopo un processo di sette minuti. Aveva la “colpa” di essere ebreo (o meglio, “sionista”). Farzami compare fra gli 860 nomi di giornalisti uccisi in Iran tra il 1979 e il 2009. Un archivio realizzato da Reporter senza frontiere. C’è il nome della giornalista irano-canadese Zahra Kazemi, uccisa in carcere, accanto a quello del blogger Omid Reza Mir Sayafi, che si è tolto la vita dietro le sbarre. C’è il principale scrittore e giornalista dissidente, Ali Akbar Saidi Sirjani, morto sotto tortura, reo di sostenere che gli iraniani avevano una tradizione preislamica di rispetto dei diritti individuali e di lotta contro la tirannia. Yahya “Rahim” Safavi, capo dei pasdaran integralisti, lo aveva promesso: “Dovremo tagliare la gola a qualcuno e la lingua a qualche altro”, e fu di parola. Ottanta fra scrittori, poeti, traduttori e attivisti furono uccisi a partire dal 1989, poco dopo la fatwa Rushdie. Come Saeed Soltanpour, portato via dal regime durante la propria festa di nozze e il cui cadavere fu riconsegnato il giorno dopo alla moglie. Era stato accusato di “fare guerra ad Allah”, giudicato e fucilato, tutto in sole dodici ore. C’è Rahman Hatefi, romanziere e giornalista, gli aprirono le vene durante l’interrogatorio e lo lasciarono morire dissanguato. C’è Mehdi Shokri, ucciso con due pugnalate agli occhi perché aveva scritto una poesia che derideva la tesi ufficiale secondo cui l’immagine dell’ayatollah Khomeini era apparsa in cielo. Come Hashem Shabani, poeta iraniano giustiziato con l’accusa di essere “un nemico di Dio”. Aveva scritto prima dell’esecuzione: “Per sette giorni mi hanno urlato: ‘Stai facendo la guerra ad Allah. Non è abbastanza per morire?’”. Nel 1998, sotto il “moderato” Khatami, Mohammad Jafar Pouyandeh, scrittore e sociologo, traduttore della Dichiarazione universale dei diritti umani e di altri 25 libri, venne rapito mentre tornava a casa dal suo ufficio. Quando è stato arrestato ha detto ai passanti: “Sono Pouyandeh. Mi stanno rapendo. Mi uccideranno”. Il corpo di Pouyandeh sarà scoperto pochi giorni dopo, fuori Teheran. Era stato strangolato. La sua colpa? Far parte dell’Associazione degli scrittori iraniani, Kanun, un organismo indipendente di autori che promuove la libertà di espressione e combatte la censura. Hamid Hajizadeh, poeta e insegnante di letteratura, e suo figlio di nove anni, Karoun, erano stati accoltellati a morte due mesi prima. Si calcola che tra quattro e seimila omosessuali sino stati giustiziati dall’Iran in questi quarant’anni di rivoluzione islamica. L’Osservatorio internazionale dei diritti umani ha registrato 129 casi di persone amputate in Iran negli ultimi vent’anni. Nel 1979, con una popolazione di 37 milioni di abitanti, l’Iran aveva 8.557 detenuti e nel 2018, con una popolazione di 81 milioni di persone, ha 223 mila detenuti. E l’Iran è ancora oggi il principale carnefice dei minorenni. Almeno 73 minori messi a morte in Iran dal 2005 al 2015. “L’Iran è certamente il leader mondiale nell’esecuzione di minorenni”, ha detto Michael G. Bochenek, consulente senior della divisione diritti dei bambini di Human Rights Watch. E di donne: quindici ogni anno sono giustiziate nella Repubblica islamica. Ma a differenza di tutti gli altri regimi tramontati, morenti o in bancarotta – dall’Unione sovietica all’apartheid sudafricana – la Rivoluzione islamica, anticamera di un paradiso già edificato in terra, continua a sanguinare.

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