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Il Foglio Rassegna Stampa
06.12.2022 Iran, polizia religiosa, una trappola per dividere chi protesta
Analisi di Cecilia Sala

Testata: Il Foglio
Data: 06 dicembre 2022
Pagina: 1
Autore: Cecilia Sala
Titolo: «Il velo e la trappola»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 06/12/2022, a pag.1, con il titolo "Il velo e la trappola", l'analisi di Cecilia Sala.

Cecilia Sala (@ceciliasala) | Twitter
Cecilia Sala

Iran: un regime criminale, terrorista e antisemita

Roma. La Repubblica islamica ci preparava da mesi alla notizia che ha dato il capo del potere giudiziario, Mohammad Jafar Montazeri, e cioè che la “polizia religiosa” sarebbe stata di fatto abolita dagli stessi che l’avevano creata. Montazeri stava partecipando a un conferenza stampa a Qom, la città santa e la più conservatrice del paese. Subito dopo la morte di Mahsa Amini, l’ayatollah Bayat-Zanjani di Qom, uno dei più importanti leader religiosi dell’Iran e dell’islam sciita, aveva detto che la polizia religiosa è “senza legge, senza Dio e senza logica”. Da ottobre i talk-show della tv di stato sono pieni di opinionisti che ne chiedono l’abolizione in prima serata. Per gli ayatollah sarebbe un sacrificio piccolo, ma utile a ingannare la protesta. Lo stesso presidente Ebrahim Raisi ripete da mesi, con formule diverse, che se i princìpi della rivoluzione islamica sono immutabili, gli strumenti che lo stato utilizza per applicarli cambiano nel tempo, come è già successo in passato. Le dichiarazioni esplicite di politici, magistrati e mullah contro la polizia religiosa sono state varie ma una – più sfumata – è stata rivelatrice. All’inizio di ottobre il social media manager della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ha pubblicato un tweet dal tono insolito in cui c’era scritto che l’Iran è pieno di donne e ragazze “che indossano male il velo, ma sono ferventi sostenitrici della Repubblica islamica”. Parole inaspettate perché pronunciate dall’uomo della dottrina fire at will, quella secondo cui sulle questioni culturali non bisogna cedere mai. Il tweet era sembrato un modo per mettere le mani avanti e così anticipare, autorizzare velatamente e giustificare un alleggerimento delle misure contro chi non rispetta tutte le regole sull“abbigliamento decoroso” e “il comportamento casto”. E’ da allora, due mesi fa, che i conduttori della televisione di stato hanno cominciato a invitare ospiti della società civile e della politica che in prima serata elencano le ragioni per cui la polizia religiosa non dovrebbe esistere. Quello che succede negli studi della tv iraniana non è casuale. Alla fine di settembre, lo stesso portavoce del dipartimento a cui risponde la polizia religiosa aveva detto che non dovrebbe spettare alle forze dell’ordine occuparsi di questioni culturali come il velo e la castità, ma alla scuola e al clero. Dal 16 settembre, il giorno in cui Mahsa Amini è morta in ospedale mentre era ancora in custodia della polizia religiosa che l’aveva fermata perché non indossava bene l’hijab, nessuna ragazza iraniana è stata fermata, arrestata o sanzionata dalla polizia religiosa. Gli agenti che ne fanno parte sono semplicemente spariti dalle strade e non c’è più stato un atto ufficiale firmato da loro, neanche una multa recapitata via posta. E’ una piccola vittoria simbolica per la protesta e, allo stesso tempo, una grande trappola del regime. Finché in Iran esisterà una legge che vieta alle donne di mostrarsi in pubblico senza indossare l’hijab, le ragazze potranno essere perseguitate per come si vestono. Per gli ayatollah, che sparisca un’unità di polizia a cui non sono affezionati è un problema di poco conto: la Repubblica islamica esiste dal 1979, la polizia religiosa di cui facevano parte gli uomini che hanno fermato Mahsa Amini in una fermata della metropolitana di Teheran solo dal 2006. E’ stata un’invenzione dell’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad, ed è stata recepita dai più come una delle sue mosse populiste che anche gli iraniani fedeli al conservatorismo colto del clero considerano oscena. Il problema degli ayatollah sta proprio qui: questa non è una protesta di pochi, dietro alle migliaia di giovani che scendono in strada ci sono milioni di adulti arrabbiati, e anche conservatori indignati. La morte di Mahsa Amini ha inorridito tutti gli iraniani, con questi piccoli passi simbolici gli ayatollah vogliono spezzare la connessione che si è creata tra i giovani che rischiano la vita e tentano la rivoluzione e tutti quelli che restano nelle case, ammirati, ma senza il coraggio che serve a sfidare gli idranti e i proiettili. La scommessa del regime è che con qualche concessione a basso costo, i secondi torneranno dalla loro parte. Che, con delle aperture sottili, a un certo punto la protesta silenziosa si accontenterà e in chi ne fa parte prevarrà la stanchezza per i disordini e gli scioperi prolungati. Tra dieci giorni arriveranno le prime risposte dai lavori congiunti del Parlamento insieme al Consiglio per la rivoluzione culturale sull’ipotesi di rivedere la legge che obbliga le donne a indossare il velo. I manifestanti e i loro portavoce, da tre giorni, ripetono: attenti, è una trappola per dividerci.

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