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Il Foglio Rassegna Stampa
16.11.2022 Come funziona l’intelligence ucraina
Analisi di Cecilia Sala

Testata: Il Foglio
Data: 16 novembre 2022
Pagina: 1
Autore: Cecilia Sala
Titolo: «Il partigiano di Kherson»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 16/11/2022, a pag.1, con il titolo "Il partigiano di Kherson", l'analisi di Cecilia Sala.

Cecilia Sala (@ceciliasala) | Twitter
Cecilia Sala

Guerra in Ucraina, le notizie di oggi. Zelensky: «Kherson è nostra,  giornata storica». Mosca: «La nostra ritirata non è un'umiliazione»

Kherson, dalla nostra inviata. Nelle settimane che hanno preceduto il ritiro delle truppe russe da Kherson c’erano state le evacuazioni-deportazioni di migliaia di civili della zona nel resto della regione a est del Dnipro: negli altri territori occupati e in Crimea. Quello che i russi non sapevano è che si stavano portando in casa – sulla sponda che ritengono sicura, quella dove hanno intenzione di restare – anche la resistenza armata per cui Kherson è diventata famosa negli ultimi otto mesi e mezzo. Un ragazzo di 23 anni, Oleksiy P. (Polukhyn), è stato coautore di azioni partigiane violente fino a maggio, quando i russi lo hanno scoperto. Oleksiy e Ivan Shestopalov gestivano insieme un’associazione di attivisti Lgbtq che si chiama Inshi, “gli altri”. Prima che cominciasse la guerra, avevano preso contatti con l’intelligence di Kyiv. Per la prima volta a marzo e poi entrando nei dettagli con alcune dichiarazioni rilasciate prima dell’estate, il capo dell’intelligence militare ucraina Kyrylo Budanov aveva detto che i partigiani di Kherson sono di diversi tipi: alcuni si limitano ad azioni dimostrative, altri fanno saltare in aria i collaborazionisti o gli sparano con dei fucili che avevano nascosto prima che cominciasse l’invasione. Alcuni si erano rivolti alla sua agenzia spontaneamente, prima che la guerra cominciasse ma quando era già un’ipotesi da temere: Budanov li ha addestrati e ha mantenuto i contatti. Erano particolarmente utili perché dell’intelligence civile di Kherson non ci si poteva fidare, era infiltrata dalle talpe di Vladimir Putin e quando i russi sono arrivati invece di preparare la resistenza ha abbandonato la città nelle loro mani. Oleksiy, dopo essere stato arrestato, era sparito e solo quando è stato liberato in estate ha potuto raccontare a Ivan i due mesi passati in una cella sotterranea e le torture. “Ho capito che aveva parlato perché due giorni dopo quello in cui è stato preso, i russi sono venuti nella nostra sede, sapevano dove fossimo: hanno distrutto tutto, poi hanno trovato i registri e i nomi degli altri attivisti. Ad alcuni hanno fatto solo qualche domanda, alcuni sono finiti in carcere per un periodo, altri sono spariti”, dice al Foglio Ivan. Oleksiy aveva dato ai suoi torturatori l’indirizzo della sede di Inshi, che era deserta e abbandonata dal primo giorno di occupazione. Dopo due mesi di interrogatori al buio, frustate e martellate sul ventre: i soldati hanno pensato che avesse raccontato tutto, che con loro fosse stato sincero. Da quel giorno, per i russi e per gli abitanti di Kherson che aspettavano la liberazione Oleksiy è un collaborazionista. “Gli altri attivisti lo vorrebbero linciare, ma non è un nemico”. La paura di Ivan – nel momento in cui la sede è stata scoperta e devastata – era che Oleksiy avrebbe raccontato anche della rete partigiana. Non lo ha fatto. “Non ho mai perso i contatti con Kyiv durante l’occupazione”. A settembre Ivan ha deciso di proporre spontaneamente il suo aiuto agli occupanti: si è offerto di lavorare per l’ufficio postale e consegnare le buste con le pensioni in rubli in giro per la città. Kherson, la zona più ribelle tra tutte quelle occupate, era stata divisa in settori i cui confini erano difficili da valicare per i cittadini comuni e questa suddivisione interna serviva ai russi per controllare meglio le attività della popolazione. “Ma un postino può andare ovunque. A me questo lavoro serviva per scoprire dove i russi avevano spostato le proprie basi, quali luoghi frequentassero i loro comandanti e gli amministratori collaborazionisti per poi mandare le coordinate all’intelligence”. La stessa idea che è venuta a Ivan era venuta anche a Oleksiy. L’ipotesi è che queste due offerte di collaborazione per portare in giro la posta, avvenute quasi contemporaneamente, non siano state un caso, ma siano state suggerite o sollecitate dalle spie di Kyiv con cui i due si sono sempre coordinati. Kherson è la capitale della resistenza ucraina e sono poche le persone che non hanno avuto contatti, diretti o indiretti, con storie partigiane. Sergei Khainskyi ha 33 anni e il compagno di sua madre è sparito cinque mesi fa, era in carcere in Crimea ma – secondo il suo avvocato – adesso sarebbe stato spostato insieme ad altri in una prigione di Mosca. Zhenya, 14 anni, vive nel quartiere di Severniyi e nel suo complesso residenziale i soldati russi hanno giustiziato una coppia di partigiani ventenni dentro il loro appartamento. Oleksiy non ha tradito la rete o l’intelligence di Kyiv e aver accettato e sopportato il titolo di collaborazionista lo ha reso più utile perché più vicino ai nemici e informato su di loro. Ha scelto di farsi evacuare alla fine di ottobre: è stato trasferito in un’altra zona occupata e Ivan non sa dire quale. “Ma aspetto di vedere i fuochi d’artificio partigiani lì dove i russi pensavano di dormire tranquilli”.

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