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Il Foglio Rassegna Stampa
05.11.2022 Pacifisti senza giustizia
Analisi di Michele Magno

Testata: Il Foglio
Data: 05 novembre 2022
Pagina: 7
Autore: Michele Magno
Titolo: «Mettete idee nei vostri cortei»

Riprendiamo dal FOGLIO  di oggi, 05/11/2022, a pag. 7, con il titolo "Mettete idee nei vostri cortei", il commento di Michele Magno.

Europe For Peace - Rete Italiana Pace e Disarmo

Si preannuncia imponente il corteo per la pace che oggi sfilerà per le strade di Roma. L’elenco delle adesioni all’appello di “Europe for Peace” è infatti lungo come una quaresima: decine di associazioni del mondo religioso, sindacale e del volontariato, i partiti della sinistra d’antan e del neomovimento antimilitarista di Giuseppe Conte (c’è chi marcia per la pace e chi sulla pace ci marcia). Parole d’ordine: immediato cessate il fuoco e apertura di un negoziato tra Kyiv e Mosca per costruire le condizioni di una pace giusta. Quali sono queste condizioni? Non vengono menzionate. Una manifestazione “senza bandiere”, insomma, ma anche senza proposte. L’unica formulata dai promotori, una conferenza di pace sotto l’egida dell’Onu, oltre a essere chiaramente incompatibile con i tempi di una trattativa serrata, non fa i conti con l’oste russo e con il suo potere di veto nel Consiglio di sicurezza. Ma immaginiamo pure che si arrivi a una tregua, magari grazie a una tiratina d’orecchie di Xi Jinping al suo omologo del Cremlino, che non cessa di agitare lo spettro di un conflitto planetario. L’Ucraina resterebbe con le sue rovine urbane e industriali, le sue infrastrutture civili distrutte, il suo territorio devastato, le sue migliaia di morti, le sue famiglie smembrate, i suoi giganteschi problemi di ricostruzione. In questo quadro, quali sono le condizioni di una pace giusta? Qui casca l’asino. Possono prescindere dal ritiro dell’esercito invasore dalle oblast’ annesse con referendum farsa e dalla riparazione dei danni di guerra? Possono, ma solo se si consente con l’adagio di Erasmo da Rotterdam, secondo cui “la pace più ingiusta è migliore della guerra più giusta” (Querula pacis, 1517). Non bisogna menarne scandalo. L’alba del nuovo movimento pacifista in Italia vide simbolicamente la luce il 24 settembre 1961. In quel giorno si svolse la prima “Marcia per pace e la fratellanza fra i popoli” da Perugia ad Assisi. Ideata e organizzata da Aldo Capitini, intendeva unire con il verbo del gandhismo le tre culture storiche del pacifismo novecentesco: socialcomunista, cattolica e radicale. Dalle lotte per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, poi introdotta per legge nel 1972, fino al sostegno dei movimenti no global nel passaggio del secolo, la sua stella polare è sempre stata la stessa: tutte le guerre sono l’altra faccia del neoliberismo e “la minaccia nucleare incombe sul pianeta”, come si legge nella piattaforma della manifestazione. Già, ma chi è oggi che minaccia? Il suo nome non viene mai pronunciato. D’altra parte, si può credere sul serio che, cedendo al ricatto di un tiranno, costui diventerebbe più indulgente? Accadrebbe esattamente il contrario, e i paesi che hanno conosciuto il tallone dell’Urss lo sanno bene. “Vim vi repellere licet”, è lecito respingere la violenza con la violenza, è un principio presente già nel Digesto di Giustiniano (533). E’ accettato da ogni ordinamento giuridico e da ogni dottrina morale, tranne appunto dalle dottrine della nonviolenza. Con una sua interpretazione perfino estensiva, è stato accolto anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, voluto nel 1992 da Giovanni Paolo II come espressione del magistero conciliare. “Opus iustitiae, pax” (Isaia 32,17) era il suo motto episcopale. E, poiché la pace può nascere solo dalla giustizia, papa Wojtyla arriverà a dire che “ci sono casi in cui la lotta armata è un male inevitabile a cui, in circostanze tragiche, non possono sottrarsi neanche i cristiani (Omelia sulla Heldenplatz di Vienna, 10 settembre 1983). Dal canto suo, un campione del pensiero laico come Norberto Bobbio, anche negli anni in cui denunciava con angoscia la corsa agli armamenti nucleari, ricordava che “pacifismo non è soltanto invocare la pace, pregare per la pace, dare testimonianza di volere la pace […]. Questo è il pacifismo etico-religioso, che si ispira consapevolmente all’etica delle buone intenzioni. Opporre la nonviolenza assoluta in ogni forma, anche la più piccola, di violenza. Offrire l’altra guancia. Meglio morire come Abele che vivere come Caino. Non è più possibile distinguere guerre giuste da guerre ingiuste. Tutte le guerre sono ingiuste. [Ma] non è forse vero che l’impotenza dell’uomo mite finisce per favorire il prepotente? In una situazione in cui, per osservare il principio della nonviolenza tutti gli stati fossero disposti a gettare le armi, l’unico che si rifiutasse di farlo diventerebbe il padrone del mondo” (Il problema della guerra e le vie della pace, prefazione alla quarta edizione, il Mulino 1997).

La concezione della nonviolenza di Gandhi, a cui si riferiva il filosofo torinese, ha ricevuto nel corso del tempo interpretazioni disparate. Fu accolta con entusiasmo (oltre che da Capitini) da Giorgio La Pira. Fu invece liquidata come utopica da Jean Paul Sartre e Franz Fanon, e perfino come reazionaria da Herbert Marcuse. Ma di quale nonviolenza stiamo parlando? La domanda è cruciale. Il Mahatma ha sempre distinto la non violenza come convinzione (“non-violence as a creed”) dalla nonviolenza come scelta tattica (“non-violence as a policy”). La prima è quella del forte (o “satyagraha”), che si basa sulla ripulsa morale della violenza e che richiede audacia, abnegazione, disciplina e una fede profonda nella bontà della propria causa. La seconda è quella del debole (o resistenza passiva), a cui ricorre chi non si sente abbastanza risoluto da impugnare le armi. Quest’ultima, a sua volta, non va confusa con la nonviolenza del codardo, frutto di pura vigliaccheria o di meschini interessi egoistici. Nonostante – scrive nella sua Autobiografia – “la violenza non sia lecita, quando viene usata per autodifesa o a protezione degli indifesi essa è un atto di coraggio, di gran lunga migliore della codarda sottomissione” (Ali Ribelli Edizioni, 2019). In tal senso, la posizione di Gandhi, come aveva ben intuito Marco Pannella, che pure assunse come simbolo dei radicali la sua effigie, non può essere identificata con il pacifismo assoluto di Lev Tolstoj, che contemplava perfino “il rifiuto di uccidere i propri simili”. Del resto, gli faceva eco Hannah Arendt, se la pratica nonviolenta di Gandhi “si fosse scontrata con la Russia di Stalin, la Germania di Hitler, il Giappone anteguerra, invece che con l’impero britannico, il suo esito sarebbe stato non la decolonizzazione, ma un massacro” (Sulla violenza, 1970). Quando sono in gioco i valori sommi della democrazia e della libertà non dovrebbe esserci spazio per posizioni terziste. Bisogna scegliere da che parte stare: o di qua o di là. Per riprendere una metafora cara a Julien Benda, tra Michelangelo che rinfaccia a Leonardo la sua indifferenza alle sventure di Firenze, e Leonardo che risponde che lo studio della bellezza occupa tutto il suo cuore, i partigiani della pace non dovrebbero avere dubbi a schierarsi con lo scultore della Pietà. Un caustico e disincantato aforisma di Giuseppe Prezzolini recita: i cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi. Nel nostro caso, i fessi sono coloro i quali ritengono che la pace non può essere il “cimitero della libertà” (Kant). I furbi sono coloro i quali asseriscono che sull’altare della pace futura può essere “sacrificata [temporaneamente] anche la libertà di un popolo” (Robespierre).

Tra i fessi e i furbi oggi ci sono i “neneisti”, una terza categoria non prevista da Prezzolini. Il termine “neneismo”, coniato da Roland Barthes, consiste nello stabilire due contrari e nel soppesarli l’uno con l’altro in modo da rifiutarli ambedue: non voglio né questo né quello. Si tratta di un procedimento magico, spiega il principe dei semiologi francese, attraverso cui si equipara quanto è imbarazzante scegliere per liberarsi di una realtà che non corrisponde ai propri pregiudizi. Dal “né con lo stato né con le Br” di ieri al “né con la Nato né con Putin” di oggi, la nostra storia più recente è piena di neneisti. Pallide controfigure del Romain Rolland autore, poco dopo l’inizio della Grande guerra, di Au-dessus de la mêlée (“Al di sopra della mischia”), non hanno il coraggio di assumersi la principale responsabilità che sempre Bobbio imputava agli intellettuali: quello di impedire che il monopolio della forza divenga anche il monopolio della verità. Al contrario, spesso predicano il “né di qua né di là”, ritengono che il loro compito sia quello di non sporcarsi le mani, di guardare con aristocratico disdegno i cani che si azzuffano; e magari di continuare a speculare, pronosticando sventure, sull’esito della “operazione militare speciale”. Sono quegli studiosi che, professandosi neutrali, credono “di galleggiare sui flutti come i signori della tempesta, e sono respinti, senza che se ne accorgano, in una isola disabitata” (Il dubbio e la scelta, La Nuova Italia, 1993). C’è un lontano episodio che racconta molto dell’odierno pacifismo “neneista”. Vietnam, villaggio di My Lai, 16 marzo 1968: una compagnia di fucilieri americani stermina alcune centinaia di civili inermi, soprattutto anziani, donne e bambini. I soldati si abbandonarono anche alla tortura e allo stupro degli abitanti. Il comandante della compagnia, il tenente William Calley, fu condannato nel 1971 ai lavori forzati a vita (pena commutata dal presidente Nixon nella detenzione in un carcere federale). Il massacro di My Lai indignò l’opinione pubblica degli Stati Uniti, che reagì con imponenti manifestazioni di massa per il ritiro delle sue truppe dai territori occupati. La differenza tra una democrazia e una dittatura sta qui. Anche la prima può macchiarsi di crimini orrendi, ma ha gli anticorpi, a partire da una libera informazione, per contrastare il virus della violenza e dell’infamia. Ma c’è anche una differenza tra allora e adesso. Allora i pacifisti (sia socialcomunisti che cattolici) si battevano strenuamente contro l’imperialismo americano, e chiedevano come condizione della fine della guerra la resa degli aggressori. Adesso i pacifisti (sia ex socialcomunisti che cattolici) non si battono, o si battono molto tiepidamente, contro l’imperialismo russo, e chiedono come condizione della fine della guerra la resa degli aggrediti. Insomma, fuori dai denti: il pacifismo senza se e senza ma è mosso anzitutto da amore per la pace, oppure da odio per l’occidente? Lo comunità dei credenti non è un monolite. Dall’invasione del Donbass è stato sorpreso lo stesso pontefice. Da quando è scattata, il suo messaggio è passato dall’enunciazione di un pacifismo radicale al vessillo ucraino sventolato in Piazza San Pietro, fino alla “amara necessità” della resistenza armata ammessa dal cardinale Pietro Parolin.

Nel Vaticano come nel popolo delle parrocchie, si ripresenta così quel dilemma tra resistenza e resa che il pastore protestante Dietrich Bonhoeffer sciolse scegliendo la prima e pagandone il prezzo nel lager di Flossenburg. Altri fedeli, invece, sono favorevoli alla seconda. Questa tensione tra cristiani pacifisti che accusano altri cristiani di essere “bellicisti” non è però inedita. Nell’ottobre del 1939, Emmanuel Mounier pubblicò sulla rivista Esprit un saggio intitolato Les Chrétiens devant le problème de la paix. Edito per la prima volta in Italia nel 1958, è stato appena ristampato da Castelvecchi (I cristiani e la pace, introduzione di Giancarlo Galeazzi, prefazione di Stefano Ceccanti). Merita di essere riepilogato brevemente il suo contesto, perché “de nobis fabula narratur”. Il 29 settembre 1938 Hitler incontrò a Monaco il premier inglese Neville Chamberlain, il primo ministro francese Édouard Daladier e Benito Mussolini. Il mattino seguente firmarono un accordo che permetteva all’esercito tedesco di completare l’occupazione della regione dei Sudeti. Gran Bretagna e Francia comunicarono al governo cecoslovacco che poteva resistere da solo all’invasione nazista o arrendersi e accettare l’accordo. Abbandonata dai suoi alleati, la Cecoslovacchia gettò la spugna rapidamente. Al loro ritorno in patria, Chamberlain e Daladier furono accolti da folle esultanti, convinte che era stato evitato un conflitto militare disastroso con il Terzo Reich e di avere placato le sue ambizioni egemoniche in Europa. Nel marzo del 1939 Hitler ruppe l’accordo annettendosi l’intera Boemia e la Moravia. Con una palese allusione al “tradimento di Monaco”, il fondatore del “personalismo” scrive: “Questo pacifismo, nel settembre del 1938 non aveva a cuore la giustizia dei Sudeti, né quella dei Cechi, né quella dei Trattati, né quella delle loro vittime, né l’ingiustizia della guerra, ma aveva una sola ossessione: che non si interrompessero i suoi sogni di pensionato. […] La pace è compromessa non solo dai guerrafondai ma anche dagli imbelli […]. E’ forse questo il comportamento che si addice ai fedeli di una religione la cui pietra angolare è costituita da un Dio fattosi uomo sulla terra?”. Sono parole nobili, espressione di un “realismo cristiano” sideralmente distante dal realismo politico esibito in fantasiosi piani di pace da taluni maître à penser domestici. Per uno dei tanti paradossi di cui è piena la storia repubblicana, è toccato a una donna postfascista sottolineare che “sbaglia chi crede sia possibile barattare la libertà dell’Ucraina con la nostra tranquillità” (Giorgia Meloni, discorso d’insediamento alle Camere).

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