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Il Foglio Rassegna Stampa
15.08.2022 Nazismo e comunismo sono due fratelli nemici
Analisi di Pascal Bruckner

Testata: Il Foglio
Data: 15 agosto 2022
Pagina: 1
Autore: Pascal Bruckner
Titolo: «'La frontiera tra occidente e Russia non è una questione territoriale, ma di civiltà'»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 15/08/2022, a pag.1 con il titolo "La frontiera tra occidente e Russia non è una questione territoriale, ma di civiltà" l'analisi di Pascal Bruckner.

Il dono della longevità può diventare veleno Ma ci sono antidoti...
Pascal Bruckner

https://www.avvenire.it/c/2019/PublishingImages/187792f6737d4e20a04a248a7110a354/grossman_4_65838139.jpg?width=1024
Vasilij Grossman

Nel 1960, Vasilij Grossman consegna alla rivista Znamya il manoscritto del suo capolavoro, ‘Vita e destino’” scrive Pascal Bruckner. “Il direttore della rivista, Vadim Kojevnikov, spaventato da ciò che legge, lo trasmette al Kgb. L’opera viene immediatamente confiscata e sequestrata. Perché la lezione di questo grosso libro, 1.200 pagine, è insopportabile per il potere: Grossman spiega che il nazismo e il comunismo sono i due fratelli nemici che si scontrano a maggior ragione perché convergono sull’essenziale. La loro rivalità è mimetica e oggi siamo tutti a conoscenza del fascino che Hitler esercitò su Stalin, il suo doppio ammirato e allo stesso tempo aborrito, prima che Stalin a sua volta non affascinasse il Fürher man mano che l’Armata rossa respingeva la Wehrmacht. Il fanatismo della razza valeva il fanatismo di classe, l’uno e l’altro fonte di uccisioni di massa.

Come precisa da Grossman nel suo ultimo romanzo, “Tutto scorre” (1954), quelli che si credevano nemici erano dunque dei gemelli, ma la demolizione del Terzo reich da parte della Russia e soprattutto delle forze alleate ha per molto tempo dissimulato questa terribile verità. E’ nata allora un’altra illusione secondo cui la Russia avrebbe seguito la strada occidentale e il tempo avrebbe appiattito le divergenze nate dalla mostruosa parentesi comunista. Ma la guerra in Ucraina, l’autocrazia putiniana che soffoca qualsiasi protesta, mette la museruola alla stampa, riabilita Stalin e fa assassinare i suoi oppositori, mostra la farsa della “democrazia russa”. Questa democrazia è durata al meglio soltanto una quindicina d’anni, anche se sotto la guida di un ubriacone consumato come Boris Eltsin, che l’ha avvicinata suo malgrado all’anarchia e alla miseria, e sotto il dominio di un’élite stravagante e corrotta che risolveva i suoi conflitti a colpi di kalashnikov. Violenza, prostituzione, alcol, veleni, sono questi, assieme al gas, i principali prodotti di esportazione della Federazione russa dall’inizio del secolo. Anche qui, Vasilij Grossman aveva capito una delle leggi dell’impero russo: mentre la storia dell’occidente è la storia di un allargamento progressivo delle libertà, la storia russa racconta il contrario, ossia un allargamento progressivo della servitù: “Per mille anni, il progresso e la schiavitù russe si sono trovati legati l’uno all’altra. Qualsiasi pertugio verso la luce rendeva ancora più profonda la fossa nera della schiavitù”.

Ci siamo in pieno! Già nel 1839, la marchesa di Custine, che sta alla Russia come Alexis de Tocqueville sta agli Stati Uniti, scriveva: “I russi, piccoli o grandi, sono ebbri di servitù”. Dopo più di vent’anni di potere autocratico, Vladimir Putin e la sua squadra di oligarchi, di illuminati, di lacchè, tutti assettati di vendetta contro l’Europa e l’occidente, hanno lanciato la guerra in Ucraina, sicuri di schiacciare in pochi giorni il potere di Zelensky e la sua claque di “nazisti”. Le sconfitte militari delle truppe russe e il risveglio della Nato sono la prova che il dispotismo ha un futuro soltanto nel sonno delle democrazie. Abbiamo sopravvalutato la potenza dell’ex Armata rossa e sottovalutato lo stato di barbarie profonda in cui vive la “Russia eterna”, regina della menzogna ufficiale. Bisogna evocare un altro testo, “Il declino del coraggio” di Alexandre Solženicyn, dal titolo di una conferenza pronunciata a Harvard nel 1978. Sappiamo tutti qual è stato lo scandalo provocato dal libro: lungi dal ringraziare gli Stati Uniti di averlo ospitato come dissidente, Solženicyn si lancia in una violenta requisitoria contro l’occidente, colpevole di materialismo esacerbato e di perdita del sentimento religioso. Spiega che la violenza subita dai popoli della Grande Russia ha forgiato laggiù dei caratteri eccezionali che non si trovano più a ovest. Gli crediamo volentieri perché lui stesso era l’esempio di ciò di cui parlava, un uomo abbattuto diventato un gigante. Ma bisogna far scivolare nella barbarie un’intera società per forgiare alcuni grandi spiriti? (…). I russi possono ancora vincere la guerra in Ucraina, impedire a Kyiv di utilizzare le sue basi orientali e del sud, asfissiarla tramite accerchiamento. Per gli ucraini, spinti da una volontà patriottica, esistono tre tipi di vittorie. La prima è resistere agli invasori il più a lungo possibile, e questa è già acquisita. La seconda sarebbe quella di respingerli fino alle frontiere del 24 febbraio 2022 (la riconquista totale del Donbas e della Crimea sembra una possibilità irrealistica). La terza decisiva sarebbe quella di provocare la caduta del tiranno e una crisi di regime. Ciò che diventerà la Russia, se fallisce, è nell’ordine della congettura: le repubbliche periferiche faranno secessione e il paese sarà portato a 50 milioni di abitanti, come suggerisce Lech Walesa? L’opzione democratica al Cremlino sembra, per ora, esclusa, nonostante un’opposizione coraggiosa. A prescindere da ciò che accadrà, la frontiera tra l’occidente e l’impero moscovita non è soltanto una questione territoriale, resterà, e per molto tempo, una questione di civiltà. Non c’è altra scelta che contenere questa potenza aggressiva che vuole farci la lezione in nome di dio e dell’ortodossia! Il barbaro putiniano è un barbaro sentenzioso: ci uccide, ma per il nostro bene.

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