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Il Foglio Rassegna Stampa
05.08.2022 Una critica al direttore di Avvenire
Commento di Paolo Ghezzi

Testata: Il Foglio
Data: 05 agosto 2022
Pagina: 6
Autore: Paolo Ghezzi
Titolo: «Marco d’Assisi, il pacifista»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 05/08/2022 a pag.6, con il titolo "Marco d’Assisi, il pacifista", il commento di Paolo Ghezzi.

La critica verso il direttore di Avvenire Tarquinio è giusta, ma la responsabilità profonda è del Papa, a cui non interessa la Giustizia ma solo la diffusione della parola Pace.

Ecco l'articolo:

Marco tarquinio
Marco Tarquinio

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Marco Tarquinio, eloquio riflessivo che ogni tanto s’accende di umbra animosità (se l’è presa, tra gli altri, con quelli che “infangano vergognosamente” il movimento dei Focolari), capello candido, 64 anni, è da 13 anni il direttore di Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, che è uno dei rari giornali nazionali in parziale controtendenza nel crollo generalizzato delle vendite in edicola (“siamo il terzo su carta e il quarto nella somma carta+web”, spiega orgoglioso. Oltre 103 mila copie giornaliere complessive, certifica l’Ads). Comunque, un quotidiano di chiara ispirazione, che fa opinione. Marco Tarquinio è di Assisi e, come San Francesco e Santa Chiara, ha giustamente a cuore la salvaguardia del creato e la causa della pace. In questi cinque mesi di guerra, gli ha dato una rilevanza e visibilità nazionali la sua posizione decisamente critica rispetto alla risposta militare occidentale (e lui specifica sempre: l’occidente della Nato, del Regno Unito e degli Stati Uniti; l’occidente europeo ha una posizione più articolata). Marco d’Assisi è diventato il campione dell’eurocattopacifismo (applauditissimo anche dai pacifisti laici) ed è interessante ascoltare le sue considerazioni – nel solco di Papa Francesco – sul bellicismo e sul militarismo che sono la rovina dell’umanità. Giovedì 28 luglio, alla sesta festa di Avvenire e Vita Trentina, nel teatro parrocchiale di Cembra, Tarquinio è stato intervistato da Diego Andreatta e dai redattori del settimanale diocesano di Trento, in una conferenza-dibattito con buona partecipazione di pubblico e lunga durata (oltre due ore e mezzo). Ne riferisco perché ero presente e perché gli ho posto in pubblico una domanda che non ha avuto una risposta soddisfacente. Enuncio subito la tesi centrale di questo articolo: il sacrosanto antimilitarismo di Marco d’Assisi e dei suoi seguaci afferma il dovere della pace ma nega, di fatto, il diritto alla resistenza. Il che pone un problema etico enorme e cruciale. Tarquinio – che l’altra sera non ha mai parlato del popolo ucraino ma solo di Zelensky e degli equilibri geopolitici internazionali e delle conseguenze della guerra “per procura” sull’Europa e sul mondo – ha espresso alcune idee suggestive su come opporsi a un intervento militare ostile: “Avrei voluto che gli ucraini andassero in piazza come i cinesi di Tien An Men, a mani nude. Avrei voluto che Zelensky facesse come Mandela e si facesse mettere in prigione per guidare da lì la resistenza nonviolenta del suo popolo. Avrei voluto che dalle nostre capitali fosse partito un lungo corteo di uomini e di donne disposti a mettere i loro corpi tra i due eserciti, in una grande interposizione disarmata”. Questo richiamo al corpo, ai corpi, mi è parso suggestivo e mi ha suggerito la domanda che ha chiuso il dibattito, quella domanda a cui Marco d’Assisi non ha risposto. “Con l’associazione EUcraina, a Kyiv, L’viv e altrove, a fine aprile, abbiamo avvicinato i corpi delle donne e degli uomini che hanno scelto di resistere all’impero invasore. E hanno scelto di resistere di fronte allo scempio di corpi di bambini e di civili compiuto dall’invasione genocidaria di Putin. Corpi di cui l’altra sera non si è parlato, come se la memoria delle vittime innocenti non fosse il primo dovere di umana solidarietà verso un popolo aggredito. Ebbene, caro Tarquinio, mi aiuti lei a trovare le parole per spiegare ai resistenti e alle resistenti di Ucraina che è meglio che l’Europa non gli dia le armi che loro chiedono per difendersi, che lo facciamo per il loro bene, che devono arrendersi e consegnare i loro corpi a un nemico che vuole cancellare l’Ucraina dalla faccia della terra e dall’orizzonte della storia. Mi aiuti a trovare le parole per dirgli che non è loro diritto, di liberi cittadini d’Europa, di scegliersi la resistenza che vogliono, che in nome di un nuovo equilibrio pacifico mondiale devono opporre i loro corpi inermi e abbandonare la difesa armata del loro paese”. Queste parole, Tarquinio non me le ha date. Quel richiamo alle persone concrete che hanno deciso – non certo perché gliel’ha ordinato Zelensky – di difendere la loro libertà, è caduto nel vuoto. Il direttore di Avvenire ha ribadito che ogni guerra è un’infamia, ogni guerra è una regressione dell’umanità, che tutte le guerre sono uguali, che ogni risposta militare è sbagliata e produce vittime innocenti (anche se non c’è notizia di case e centri commerciali e stazioni e scuole e teatri colpiti in territorio russo dalle controffensive ucraine, osservo sottovoce), che si fa la guerra per interessi geopolitici contrapposti sulla testa e con i corpi degli ucraini, che la guerra in Ucraina è cominciata otto anni fa e che nel Donbas sono state commesse atrocità da entrambe le parti e che non sono stati rispettati gli accordi di Minsk (nessun accenno alla Crimea), e che laggiù nei territori filorussi si doveva fare come in Trentino-Alto Adige: e insomma, se c’è stata l’invasione del malvagio Putin si è trattato, lo dico con parole mie ma sintetizzo il Tarquinio-pensiero, è stato un “fallo di reazione” di fronte all’allargamento a dismisura della Nato, che “abbaiava” ai confini della Russia. Insomma, Marco d’Assisi, nel segno del rifiuto di qualsiasi guerra, equipara sostanzialmente le due parti in causa: per lui Russia e Ucraina pari sono a prescindere dalla sproporzione delle dimensioni e dei mezzi, non c’è apprezzabile differenza tra l’autocrazia imperialistica di Putin e le scassate ma libere democrazie europee e nordamericane, pari sono nel momento in cui entrano in conflitto, a prescindere da chi l’ha iniziato, da dove siano i torti e le ragioni. Non siamo andati indietro a 80 anni fa, ma sarebbe stato interessante sapere come avrebbe suggerito Tarquinio di fermare la conquista dell’intera Europa da parte del regime nazionalsocialista: nella logica del suo ragionare, lo sbarco in Normandia andrebbe considerato un crimine al pari dell’invasione hitleriana della Polonia. Eppure Tarquinio stesso, nella serata di Cembra, ha riconosciuto che – anche grazie alla ferma richiesta dell’inviata di Avvenire Lucia Capuzzi – le autorità ucraine consentono ai giornalisti occidentali di andare in ogni parte dell’Ucraina aggredita per documentare di prima mano la guerra: che è una bella differenza rispetto alla macchina della propaganda e dell’odio della Federazione russa. Nell’abile, suggestiva retorica pacifista di Marco d’Assisi (che tocca tutte le corde giuste nel cuore di noi obiettori di coscienza) mi ha colpito l’aggettivo con cui ha qualificato l’insegnamento di tutti i papi del Novecento, da Benedetto XV a Giovanni XXIII e oltre, sull’immoralità della guerra come “inutile strage”: l’ha definito “splendente” e ha auspicato che la Chiesa cattolica si pronunci al più presto, con specifico documento, sull’illiceità morale di qualsiasi guerra. Tarquinio ha sorvolato così, per esempio, sull’esultanza di Pio XII alla notizia della vittoria del generalissimo e cattolicissimo Franco alla fine della guerra civile spagnola: “Con immensa gioia ci rivolgiamo a voi, figli dilettissimi della cattolica Spagna, per esprimervi la nostra paterna felicitazione per il dono della pace e della vittoria con il quale Dio si è degnato di coronare l’eroismo cristiano della vostra fede e carità”. Per dire che, l’altro giorno, un Papa si esprimeva con parole assai simili a quelle del patriarca ortodosso di Mosca Kirill, oggi, nel benedire l’invasione dell’Ucraina. Dalla “guerra santa” di Franco alla “guerra santa” di Putin. Splendente. Dunque un insegnamento che non lascia zone d’ombra. Che non consente dubbi, eccezioni, controdeduzioni. Ecco, alla fine, forse la differenza tra il magistero cattolico e la ragione laica sta proprio nello splendore. I princìpi possono essere splendenti ma la loro applicazione concreta, fattuale, storica si deve contaminare con la concretezza, con i fatti, con la storia. Sporcarsi le mani con la realtà, si deve. E quando Marianna Malpaga di Vita trentina gli ha chiesto un giudizio sull’Alexander Langer nonviolento eppure interventista (anche con le armi) per la causa della Bosnia negli anni Novanta, Tarquinio ha svicolato parlando di caso eccezionale, particolare (dunque ci sono, le eccezioni alla regola!), perché i caschi blu olandesi a Srebrenica si erano girati dall’altra parte e dunque pure Giovanni Paolo II… E poi ha inneggiato allo splendente Langer, “amico di Avvenire con cui abbiamo condiviso grandi battaglie ideali per l’ambiente ma anche per la difesa della vita nascente”. Insomma, il pacifismo equiparatista (tutte le parti uguali sono, tutte le guerre uguali sono) è splendente ma non illumina gli angoli bui dove gli esseri umani attaccano e si difendono e non sono tutti uguali nei torti e nelle ragioni. Tarquinio ha splendidamente citato Ungaretti e Rilke e Tolstoj e financo Hemingway, accomunati dall’orrore per la guerra, ma potrebbe utilmente leggere le “Lettres à un ami allemand” di Albert Camus (1943-1944), che l’amico francesista e camusiano Enrico Rufi ha avuto la bontà di farmi scoprire, laddove l’autore della “Peste”, anziché la via della generalizzazione splendente, percorre coraggiosamente la strada dell’analisi delle differenze, delle “nuances” che distinguono “il sacrificio dalla mistica”, “l’energia dalla violenza”, “la forza dalla crudeltà”, “il falso dal vero”, chi coltiva la cultura della guerra da chi è costretto a combattere “disprezzando la guerra”. Cioè, l’aggressore dall’aggredito. Perché è questo il compito del ragionare laico e nell’orrore della guerra c’è pure il momento e il dovere di scegliere da che parte stare. Da quella dei dittatori o da quella della civiltà dei paesi liberi. Pur gettando analogamente i loro corpi nella fornace della guerra mondiale, la lotta combattuta dai francesi di Camus per difendere la libertà e le ragioni dell’umanità non era la stessa battaglia dei seguaci dell’autore del “Mein Kampf” e del suo delirio sulla razza dominatrice. “Voi tedeschi non avete mai creduto – scrive Camus – che questo mondo avesse un senso e da ciò ha dedotto che tutto si equivale, che il bene e il male fossero intercambiabili. Voi avete supposto che, in assenza di qualsiasi morale divina o umana, i soli valori fossero quelli che dominano nel mondo animale, cioè la violenza e l’astuzia. Ne avete dedotto che l’uomo non è niente, che si poteva sopprimere l’anima, che, in una storia così senza senso, il compito dell’individuo non potesse essere altro che l’avventura della potenza e la sua morale il realismo delle conquiste”. Ecco la differenza, la “sfumatura” tra le parti in lotta. Che Camus avverte forte anche perché ha sperimentato la tentazione di essere come l’avversario: “Noi avevamo molto da vincere, come per esempio l’eterna tentazione di assomigliarvi. C’è una parte di noi che si lascia allettare dall’istinto, dal disprezzo dell’intelligenza, dal culto dell’efficienza”. Perciò, come piacerebbe anche a Tarquinio, c’è anche una lotta interiore da svolgere, entro se stessi, per purificare le proprie ragioni al vaglio della storia e della coscienza, mentre si è costretti a combattere una guerra “dalla parte giusta”. Nello splendente pacifismo tarquiniano che equipara Putin a Biden e dunque si lava le mani dai dubbi e dalle differenze, fatica a trovare spazio il discorso sulla giustizia, sulla coscienza, sul diritto alla resistenza, sul dovere della solidarietà a chi resiste. Possibile che, ad avanzare questi dubbi, si debba essere iscritti al partito dell’Internazionale bellicista che sta rovinando la terra con le guerre per procura? Visto che questa nostra Repubblica democratica è fondata, oltre che sul lavoro, sui valori della Resistenza, vogliamo finalmente aprire, anche nel campo pacifista, una discussione sul diritto alla resistenza e alla legittima difesa? Certo, non solo in Ucraina: ha ragione Avvenire a ricordarci ogni giorno le altre guerre che insanguinano il mondo. Ma non svicolando – in nome dello splendente e urgente dovere universale della pace mondiale – dal sacrosanto dovere di metterci in crisi di fronte ai corpi delle ucraine e degli ucraini: di quelli ammazzati, e di quelli che ancora lì esistono. E resistono.

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