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Il Foglio Rassegna Stampa
21.07.2022 Il nazismo secondo Mosca
Analisi di F.M. Cataluccio, Gabriele Nissim

Testata: Il Foglio
Data: 21 luglio 2022
Pagina: 14
Autore: F.M. Cataluccio, Gabriele Nissim
Titolo: «Il nazismo secondo Mosca»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 21/07/2021, a pag. 14 l'analisi di Francesco M. Cataluccio, Gabriele Nissim dal titolo "Il nazismo secondo Mosca".

La memoria del bene, Intervista a Gabriele Nissim | SPI
Gabriele Nissim

La propaganda inizia dicendo che Zelensky è uno sprovveduto idiota che è stato comprato dai neonazisti ucraini. Trattiamo bene gli ebrei – si sente dire alla televisione – ma un ebreo che si è venduto ai nazisti è una vergogna. E chi sostiene questi neonazisti invisibili? L’Europa! Cosa vuol dire, che tutta l’Europa sostiene i neonazisti? Sì! E l’America? Sì! E il Giappone? Pure lui! E Israele? Anche! Ma perché tutti sostengono i neonazisti di Kyiv? Perché sono russofobi!!! Odiano il nostro paese e vogliono distruggerlo e spartirsi le sue ricchezze”, ha scritto ironicamente lo scrittore russo Viktor Erofeev (“Gazeta Wyborcza”, 9/VI/2022). Quando la propaganda russa, ma anche molti russi delle vecchie generazioni, usano il termine “nazismo” non intendono la stessa cosa che si intende in occidente. “Nazismo” per loro non ha nulla a che vedere con l’ideologia nazionalsocialista e antisemita. “Nazisti” sono coloro che hanno attaccato a tradimento l’Unione sovietica e le sono costati milioni di morti per ricacciarli indietro e vincerli. In seguito il termine è stato usato spesso come sinonimo di “nemico dei russi” o, addirittura, portatore di idee e comportamenti non in in linea con il “vero” comunismo. Ma ci fu un periodo di convivenza tra il regime nazista e quello stalinista, sfociato in una complicità imperialista, nell’ostilità verso l’occidente e le democrazie, e poi milioni di morti, distruzioni e infinite crudeltà subite. Rapporto che fu sancito con il Patto Molotov-Ribbentrop (23 agosto 1939), che di fatto fu un accordo di aggressione per spartirsi i paesi confinanti. Le sue clausole segrete prevedevano infatti la divisione della Polonia e che Finlandia, Estonia, Lettonia e gran parte della Lituania sarebbero state assegnate all’area di influenza sovietica. Spartendosi la Polonia, il primo e il 17 settembre 1939, Hitler e Stalin affermarono – proprio come Putin fa oggi con l’Ucraina – che era una nazione priva di “autenticità storica”. A Brest-Litovsk, dove si incontrarono le truppe tedesche e quelle sovietiche, il 22 settembre 1939, fu inscenata persino una sfilata comune con tanto di passo dell’oca, e un brindisi (alla “rapida sconfitta dell’Inghilterra capitalista”) tra il generale russo Kombrig Semyon Krivoshein e quello tedesco Heinz Guderian.

Putin's Photo With Hitler Moustache, Nazi Symbol As Time Cover Is Fake
Il ritorno della storia in un fotomontaggio

Il comandante delle forze polacche che difesero Brest-Litovsk dai tedeschi, il generale Konstanty Plisowski, venne consegnato all’Nkvd e inviato nel campo di prigionia sovietico a Starobielsk (dove venne successivamente giustiziato nel massacro di Katyn). Altre “parate della vittoria”, come le chiamarono i tedeschi, si svolsero a Pinsk, Grodno e Leopoli. La collaborazione funzionò anche con scambi di molti prigionieri. Emblematica è la storia della giornalista comunista tedesca Margarete Buber (1901-1989), moglie di Heinz Neumann (1902-1939), membro del Politbüro del Kpd e parlamentare del Reichstag. La coppia, nel 1935 si stabilì a Mosca, nel famoso Hotel Lux, fuggendo dalla Germania nazista. Due anni più tardi Heinz Neumann venne arrestato dall’Nkvd, condannato a morte e giustiziato. Come moglie di un “elemento socialmente pericoloso”, nel 1938 Margarete Buber-Neumann fu condannata a dieci anni di detenzione nel gulag di Karaganda (Kazakistan). Nel 1940 fu riconsegnata alla Germania dove, essendo comunista, fu internata nel lager di Ravensbrück, e lì conobbe la giornalista ceca e membra della resistenza Milena Jesenská, amica di Kafka (cfr. Prigioniera di Stalin e Hitler, 1949; Il Mulino, 1994). Lo scrittore polacco Gustaw Herling (1919-2000), rinchiuso nel gulag e tra i primi a parlarne nel dopoguerra (cfr. Un mondo a parte, 1956; Mondadori 2017) sostenne che i “campi di lavoro” sovietici furono una “macchina di annientamento” pari ai lager nazisti: “Ora che ho letto qualche testimonianza sui campi di concentramento tedeschi mi rendo conto che un trasferimento a Kolyma, nei campi di lavoro sovietici, era l’equivalente della scelta delle camere a gas dei tedeschi. L’analogia diviene ancora più precisa quando si considera che, come per le camere a gas, i prigionieri per Kolyma erano presi tra quelli in peggior stato di salute; in Russia tuttavia non venivano inviati a una morte immediata, ma a un lavoro durissimo che richiedeva una forza e una resistenza fisica eccezionali” (G. Herling, Diario scritto di notte, Feltrinelli, 1992, p.123). Tra i lager nazisti (diventati poi macchine di sterminio) e i gulag sovietici erano quindi più le somiglianze che le differenze. Nel giugno 1940, i paesi baltici furono invasi dall’Armata rossa e incorporati, dopo dei referendum farsa, nell’Urss. Mentre i tedeschi si dedicarono soprattutto alla persecuzione e all’uccisione degli ebrei, nei paesi occupati, i sovietici perpetrarono massacri e deportazioni di migliaia di persone. Per questo, quando nell’estate del 1941, i tedeschi invasero l’est Europa vennero inizialmente accolti come liberatori e non mancarono i collaborazionisti. Ma rapidamente le popolazioni capirono di essere cadute dalla padella in una brace ancora più feroce. Come ha mostrato lo storico americano Timothy Snyder, in Ucraina come nei paesi baltici, sovietici e nazisti, in tempi successivi, compirono massacri simili e indiscriminati: “Stalin e Hitler si sono attribuiti a vicenda i crimini e hanno ucciso 14 milioni di persone tra il Baltico e il Mar Nero” (cfr. Terre di sangue, 2010; Rizzoli 2011). Lo stesso Snyder, polemizzando con il filosofo tedesco Jürgen Habermas e la sua posizione “tiepida” verso l’invasione russa dell’Ucraina, ha scritto: “Hitler dipinse gli ucraini come un popolo coloniale, e cercò di spostarli, affamarli e ridurli in schiavitù. Intendeva utilizzare le forniture alimentari ucraine per fare della Germania un impero mondiale autarchico. Vladimir Putin ha sollevato temi hitleriani per giustificare la sua guerra di distruzione: gli ucraini non hanno coscienza storica, non hanno una propria nazionalità, non hanno un’élite. Come Hitler, e come Stalin, cerca di usare i prodotti alimentari ucraini come arma” (“Frankfurter Allgemeine”, 27/VI/2022).

Stalin fino all’ultimo rimase convinto della validità dell’alleanza nazista-sovietica. Contro tutte le evidenze. Nel marzo del 1941 la spia sovietica a Tokyo Richard Sorge fece pervenire a Mosca la copia di un telegramma del ministro degli esteri del Reich, Ribbentrop, all’ambasciatore tedesco presso il Giappone, Ott, in cui si parlava di un inevitabile attacco tedesco all’Urss per la metà di giugno. Due mesi dopo riuscì a essere più preciso, indicando che ben 190 divisioni tedesche erano ammassate alle frontiere orientali e che l’invasione sarebbe senza dubbio scattata il 22 giugno (come infatti avvenne). Ma Stalin non gli credette e fece rispondere alla sua spia: “Dubitiamo della veridicità delle vostre informazioni”. Nella propaganda comunista il nazismo, come del resto il fascismo, era definito come l’espressione più violenta della dittatura di classe della borghesia sul proletariato e sulle masse popolari e di conseguenza nella narrazione pubblica dell’Unione sovietica le vittime principali del sistema hitleriano erano prima di tutto i gruppi sociali che venivano sfruttati dal capitalismo. Quando poi la Germania invase la Russia, il nazismo divenne espressione del tentativo dell’imperialismo di porre fine alle conquiste del socialismo per ripristinare nuovamente il dominio delle classi capitaliste. Questa interpretazione, dopo la sconfitta di Hitler e la creazione delle democrazie popolari e dell’impero sovietico, porterà i dirigenti russi a considerare espressione del fascismo e del nazismo ogni forma di resistenza e di dissenso all’interno del sistema comunista. In tutti i processi staliniani l’epiteto “fascista” designa il cosiddetto oppositore alla linea del partito. Venne così messa in secondo piano la guerra genocidaria di Hitler verso gli ebrei e il fine politico della guerra che doveva portare all’eliminazione degli ebrei in ogni parte del mondo. La cultura sovietica non poteva approvare una storia ebraica della guerra. Così, nella memoria storica sovietica, ci fu una equiparazione tra le vittime ebraiche e le vittime dell’aggressione nazista. Non è un caso che nei memoriali storici come quello a Babij Jar, in Ucraina, dove furono massacrati in un solo giorno 33.771 ebrei, la parola ebreo era rimossa e si ricordavano solo le vittime sovietiche del nazismo. L’epiteto negativo di “sionista”, prima ancora di diventare un termine usato dai paesi arabi per delegittimare l’esistenza di Israele, era una parola malata che riproponeva il linguaggio antisemita. Così, durante il processo a Praga contro Rudolf Slánský e altri dirigenti comunisti, nel 1952, gli imputati ebrei, come Artur London, considerati non in linea con l’orizzonte politico sovietico, furono accusati di essere al contempo dei fascisti infiltrati e dei sionisti nemici dei russi (cfr. A. London, La confessione, 1968; Garzanti 1969). La situazione per tutti gli ebrei del campo comunista peggiorò con la sconfitta araba nella Guerra dei sei giorni. Si scatenò una violenta campagna antisemita. Il giovane poeta Iosif Brodskij, intervistato a Leningrado da Lynette Labinger, nel luglio del 1970, dichiarò provocatoriamente: “L’antisemitismo è un elemento costante, ma il governo ne fa uso solo ogni tanto, come adesso. Quindi è peggio. Non ha grosse ripercussioni su di me: i miei problemi nascono dalla mia posizione personale, non dall’essere ebreo. Mai così felice di essere ebreo quanto durante la Guerra dei sei giorni!”. In questo clima fino al 1989 non ci poteva essere in Unione sovietica una riflessione seria sulla Shoah e sul riconoscimento delle vittime ebraiche. Parlarne in termini chiari avrebbe significato discutere non solo del collaborazionismo, che aveva portato alla soluzione finale, ma anche dare un valore positivo all’identità ebraica che invece nel comunismo era vista con sospetto. La definizione che il mondo occidentale e quello ebraico danno del regime di Hitler è quella di un sistema politico totalitario il cui scopo principale era l’eliminazione degli ebrei dalla faccia della terra e la creazione di un dominio etnico della “razza ariana” sui popoli e le etnie considerate inferiori. In Russia e nei paesi della cortina di ferro non solo non si ragionò sugli effetti dello smantellamento della democrazia politica da parte del fascismo, ma sugli elementi comuni tra il totalitarismo nazista e comunista. Parlare dell’attacco alla pluralità umana, dei diritti umani, del controllo sulla vita delle persone, della divisione manichea tra amici e nemici alla base del meccanismo della persecuzione, avrebbe significato mettere in discussione i gulag, i campi di rieducazione, l’uso massiccio e improprio dei manicomi, il monopolio politico del Partito nella vita pubblica. Come aveva ben compreso Vasilij Grossman, l’ autore di Vita e destino e Tutto scorre, non ci poteva essere una vera discussione sul nazismo in un paese che riproduceva, sia pure in forme diverse, la stessa concezione totalitaria della politica. Così il termine “nazista” e “fascista”, utilizzati ad arte per bollare gli oppositori del sistema sovietico, sono stati svuotati dei loro veri contenuti. Significano soltanto “i nemici della Russia”. Quando il 24 febbraio la Russia ha invaso l’Ucraina la propaganda russa ha convinto i russi che in Ucraina c’erano i nazisti. Come ha scritto Antonio Maria Costa (La guerra di Putin, Gribaudo, 2022): “Non c’è parola più turpe nel dizionario russo, non c’è vocabolo più capace di stimolare le reazioni più ostili, più cupe, più orribili che quello riferito da Putin: il nazismo”. Così ha legittimato agli occhi della sua opinione pubblica la guerra all’Ucraina come se fosse una operazione militare contro dei nuovi seguaci di Hitler che la minacciano. Il termine “nazista” riprende i vecchi concetti utilizzati durante la Guerra fredda. Diventa nazista chi come la nazione ucraina si distacca da Mosca e mette in discussione il sistema politico autoritario e dittatoriale di Putin. L’autocrazia russa teme infatti che l’esempio di Kyiv possa essere contagioso. Per rendere quindi il vicino un nemico viene presentato come in mano a pericolosi neonazisti. Nella narrazione pubblica Putin cerca di fare credere che la sovranità dei paesi confinanti possa portare a una ripetizione della guerra a tradimento di Hitler contro la Russia come nel 1941. Ma è complicato affermare che possa essere considerato in mano a un nuovo potere nazista un paese come l’Ucraina dove non solo un ebreo russofono come Zelensky è un presidente eletto, il 21 aprile 2019, con il 73 per cento dei voti, e rispettato dall’intera comunità ebraica che ha conosciuto negli ultimi decenni un nuovo rinascimento culturale dopo gli anni della censura sovietica quando l’Olocausto, l’identità e la memoria ebraica erano rimossi. Gli ebrei ucraini stanno dalla parte di Zelensky. Addirittura, nella zona di Dnipro, combatte una squadra speciale composta da giovani ebrei ucraini, denominata “Masada”. Il loro comandante ventottenne Viktor ha vissuto a Haifa e fatto il servizio militare nel Tsahal, l’esercito dello stato ebraico, come capo carro.

Sulla giubba, come gli altri, porta la stella di Davide: “Il nostro motto è ‘non ci arrenderemo mai’. All’inizio pensavo che non fosse la mia guerra, ma è stato invaso un paese libero. E gli uomini liberi non possono permettere questo scempio”. Il ministro degli esteri Sergej Lavrov per delegittimare Zelensky e la comunità ebraica ha dichiarato che gli stessi ebrei possono essere veicolo dell’antisemitismo e che persino Hitler aveva del sangue ebraico. Questo per dire che gli stessi ebrei possono provocare da soli l’antisemitismo che li porta nel baratro. La guerra in Ucraina ci permette di comprendere qualche cosa che è stato sottovalutato in tutti questi anni da chi si batte per la memoria della Shoah e del totalitarismo: in Russia e nel sistema sovietico la parola “nazista” è stata distorta, manipolata e strumentalizzata. Contro l’Ucraina si è riattivata la vecchia macchina del fango di stile sovietico. La giovane nazione Ucraina, che fa i conti, tra contraddizioni e alcune reticenze, col suo passato, è stata presentata come in adorazione del vecchio politico nazionalista e antisemita Stepan Andrijovic Bandera (1909-1959), che non merita certo una rivalutazione. Del resto, da quando è diventato presidente per la prima volta nel 2000, Putin ha trasformato la neonata democrazia del suo paese in un’autocrazia, uccidendo politici e giornalisti rivali e sostituendoli con oligarchi e con una spietata macchina di propaganda. Nel frattempo ha più volte strumentalizzato l’estrema destra a suo vantaggio. Prima di avventurarsi in una sanguinosa guerra “per andare ad annientare i nazisti ucraini”, la Russia avrebbe dovuto pensare alle decine di organizzazioni filonaziste di casa propria come il Movimento imperiale russo, guidato da Stanislav Vorobyev e vicino al Partito “Rodina”, con il quale collaborano gli italiani di Forza nuova. Molte di queste organizzazioni, della confusa galassia dell’estrema destra russa, sono passate dall’opposizione a Putin al completo appoggio a lui e alla sua politica (sull’esempio interessato del sanguinario leader ceceno Ramzan Kadyrov).

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