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Il Foglio Rassegna Stampa
17.07.2022 Il politicamente corretto distrugge la cultura
Analisi di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 17 luglio 2022
Pagina: 6
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Chi uccide Omero»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 17/07/2022, a pag. 6, l'analisi di Giulio Meotti dal titolo "Chi uccide Omero".

Informazione Corretta
Giulio Meotti

Who Killed Homer?: The Demise of Classical Education and the Recovery of  Greek Wisdom : Hanson, Victor Davis, Heath, John: Amazon.it: Libri

Nel loro fortunato “Who Killed Homer?” del 1988, i classicisti Victor Davis Hanson e John Heath lasciarono poco spazio all’immaginazione: i progressisti, i multiculturalisti e i decostruzionisti avevano ucciso Omero in nome del politicamente corretto. “Un poliglotta ‘Dipartimento di greco, ebraico, siriaco, fenicio, assiro, babilonese, ittita, egiziano’ e così via potrebbe essere davvero un luogo molto eccitante, ma a quale scopo se non a uccidere la disciplina?”. Ora il Cambridge Latin Course, leggendario libro di testo su cui si sono formate generazioni di studenti inglesi per lo studio del latino, subirà pesanti modifiche in vista della nuova edizione dopo vent’anni dall’ultima revisione. Si vuole rendere il testo più “inclusivo”. Così si è deciso di dare più spazio alla figura della donna, alle minoranze etniche e alla vita degli schiavi. Come afferma al Guardian Caroline Bristow, direttrice del Cambridge School Classics Project: “Gli studenti di oggi sono più consapevoli delle dinamiche del potere e della misoginia, per non parlare di questioni di violenza sessuale”. Sempre sul Guardian, la classicista e divulgatrice Jasmine Elmer commenta la notizia con una dichiarazione che sembra uscita da Woke for Dummies: “Abbiamo avuto la tendenza ad avere la visione completamente bianca di un impero. Se sei una persona di colore, è naturale chiedersi se ci fossero persone come te. E’ un fallimento catastrofico della nostra materia di studio e deve essere rettificato”. Per inciso, il poeta Terenzio, che era uno schiavo, nacque a Cartagine, così come il primo autore cristiano di lingua latina, Tertulliano. L’imperatore Settimio Severo, originario di Leptis Magna a Tripoli, aveva la pelle scura. L’imperatore Filippo era un arabo. Lo stesso Agostino era di Thagaste, una città dell’attuale Algeria. La scrittrice italiana Andrea Marcolongo era stata invitata dalla Columbia University a discutere dell’importanza del latino e del greco. Sta parlando dei suoi libri, quando uno studente le chiede: “Come puoi leggere Omero se era razzista e misogino?”. La connessione internet è buona, ma Marcolongo, autrice de La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco (Laterza), teme di aver capito male: “Mi dispiace, non capisco il suo punto di vista”. La studentessa ripete la domanda, giustificandola. “Ho avuto l’impressione che avessimo letto due autori diversi”, ha raccontato Andrea Marcolongo al Figaro. Si potrebbe pensare che questa scena, come la revisione del testo di Cambridge, sia un incidente isolato nella vita universitaria. Ma nei corridoi delle istituzioni accademiche più prestigiose è sempre più frequente. I funzionari dell’Università di Reading, in Inghilterra, hanno persino tagliato diversi versi della Satira delle donne di Semonide di Amorgo, insegnata agli studenti del primo anno. La decisione è stata presa sulla base del fatto che le parole potevano “potenzialmente innescare” angoscia, visto che parlavano di violenza domestica.

“La guerra contro le discipline umanistiche greco-latine ha appena svoltato: non si tratta più di criticarle, denunciarle, ridurle, ma di distruggerle”, scrive Pierre Assouline, il celebre critico letterario di Le Monde. A Princeton, il professore di Studi classici Dan-el Padilla Peralta vuole semplicemente distruggere la propria disciplina. Questa presa di posizione gli è valsa il plauso e una pagina del New York Times. La pagina web del suo dipartimento su Diversità ed Equità afferma che la cultura greco-romana “è stata complice di varie forme di esclusione, tra cui la schiavitù, la segregazione, la supremazia bianca, il ‘destino manifesto’ e il genocidio culturale.” Il cartone animato educativo trasmesso dalla Bbc, “Life in Roman Britain”, mostra un padre romano di colore. Latino e greco, lingue morte, si sono viste fare “il funerale” a Princeton, che ha stabilito che lo studio obbligatorio di tali materie doveva essere abolito per favorire la “diversità”. Ovvero poiché gli studenti provenienti dalle minoranze non hanno molta dimestichezza con le lingue antiche, togliamo di mezzo l’imbarazzo. D’altronde l’America’s Society for Classical Studies, niente meno che l’organizzazione accademica addetta allo studio delle discipline antiche, ha annunciato “la complicità dei Classici come campo nella costruzione e nella partecipazione a strutture e atteggiamenti educativi razzisti e anti-neri”. “Dovremmo bruciare l’eredità greco-romana? Questa assurda domanda non proviene da un visigoto del V secolo, ma dalle migliori università americane del XXI secolo”, scrive Raphaël Doan, saggista e studioso autore di “Quand Rome inventait le populisme”. Per un altro professore di Stanford, Ian Morris, “l’antichità classica è un mito fondante euro-americano. Vogliamo davvero questo genere di cose?”. Secondo Johanna Hanink, docente di Studi classici alla Brown University, la disciplina è “un prodotto della supremazia bianca”. Donna Zuckerberg, classicista e fondatrice del sito Eidolon, sorella del magnate di Facebook, autrice di “Not all dead white men” per Harvard University Press, si chiede se possiamo salvare una “disciplina implicata nel fascismo e nel colonialismo e che continua ad essere collegata alla supremazia bianca e alla misoginia”. In breve, riassume Nadhira Hill, studentessa di dottorato in Storia dell’arte e Archeologia all’Università del Michigan, “i classici sono tossici”. La Lawrence High School di Lawrence, nel Massachusetts, ha persino bandito l’Odissea. Uno degli obiettivi di questa moda è spezzare la supremazia dei greci e dei romani per sostituirli con lo studio di popoli “invisibili”. Le minoranze. Katherine Blouin, professoressa di Storia romana all’Università di Toronto, ha detto che la conoscenza del latino costituirebbe un “retaggio coloniale”. L’Università di Wake Forest nel North Carolina ha introdotto un corso chiamato “Classics Beyond White”, i classici oltre il suprematismo bianco. Eravamo abituati a studiosi come Jean-Pierre Vernant e Paul Veyne, che ci hanno tramandato la grandezza dei classici. “Ora ci sono specialisti in antichità che hanno dedicato la loro vita a questi studi, ma li condannano e desiderano ardentemente vederli bruciare”, scrive Doan.

“E ciò che viene inventato nelle università degli Stati Uniti spesso si presenta a noi qualche tempo dopo”. L’Università di Cambridge ha deciso che rivedrà il curriculum di Studi classici: “Le moderne nozioni di eccezionalità ed esemplarità greca e romana hanno giocato un ruolo centrale nei moderni discorsi coloniali occidentali. L’idealizzazione della Grecia e di Roma e il radicamento di questa idealizzazione nell’educazione hanno avuto un ruolo significativo nello sviluppo del moderno razzismo occidentale”. Così la famosa università inglese, in cui alcuni professori di Letteratura inglese vogliono sostituire gli autori bianchi con gli scrittori neri, ha deciso di inserire un corso sulla “diversità fra greci e latini”. Non solo. “Il Museo di Archeologia classica, sia nella Galleria dei Calchi che nelle aule del palazzo della facoltà, dà un’impressione fuorviante sulla bianchezza e l’assenza di diversità dal mondo greco e romano”, si legge nel piano di azione. La famosa collezione con 450 calchi andrà quindi rivista. “Sono le mode intellettuali dell’altra parte dell’Atlantico: decostruzione, postcolonialismo, antimperialismo, islamogoscismo, ultrafemminismo”, spiega Jean-Robert Pitte, segretario dell’Académie des sciences morales et politiques e autore di un romanzo sulla tarda antichità, Dardanus. Se alla Columbia University la lettura delle Metamorfosi di Ovidio è preceduta da un avvertimento perché il grande libro “contiene materiale offensivo”, a Oxford lo studio dell’Iliade e dell’Odissea di Omero va ridimensionato per facilitare la “diversity”, mentre alla Sorbona un allestimento teatrale tratto dalle Supplici di Eschilo è stato cancellato. L’Università di Greenwich ha messo un avviso sull’Odissea di Omero. I giornali danno una mano. “Should We Cancel Aristotle?”, si domanda il New York Times. Jan Preiss, al secondo anno al New College e presidente dell’Oxford Latinitas Project, ha lanciato una petizione per conservare i testi di Omero. “Rimuovere Omero e Virgilio sarebbe un terribile e fatale errore”, ha detto Preiss. Nella sua lettera di dimissioni da Harvard, Cornel West ha scritto che “l’ombra di Jim Crow (il sistema di segregazione razziale negli stati del sud tra il 1877 e la metà degli anni 60) si è allungata, nella sua nuova forma luccicante, nel linguaggio della superficiale diversità: tutti i miei corsi sono stati rubricati sotto il cappello degli Studi religiosi afro-americani…”. Quando la Howard University, frequentata anche dalla vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris, ha cancellato il Dipartimento di studi classici, West ha parlato di “una catastrofe spirituale”. Secondo West, “le campagne del mondo accademico per trascurare o disprezzare i classici sono un segno di declino morale e ristrettezza intellettuale di vedute. Nella nostra cultura i crimini dell’Occidente sono purtroppo diventati così centrali che è diventato difficile vedere quel che di buono l’Occidente ha da offrire”. Basta difendere i classici dall’accusa di razzismo per essere allontanati. E’ successo a Mary Frances Williams, sospesa dalla Society for Classical Studies per aver criticato il collega di Princeton, Dan-el Padilla Peralta. E su Quillette, Williams racconta: “Cicerone ha valore. Omero ha valore. Demostene ha valore, perché ti insegnerà a difendere la democrazia. Dobbiamo difendere i classici; questa è una guerra che va combattuta e vinta”. Non poteva dirlo meglio.

“Lo studio dell’antichità è dannoso. E’ quello che dicono oggi i professori di storia antica di alcune università americane. Un movimento che è partito da Stanford sta mettendo in discussione l’esistenza di queste discipline (i ‘classici’) nei campus, sulla base del fatto che impongono un ‘suprematismo bianco di ispirazione neocoloniale’”. Si apre così l’appello sul Figaro di alcuni fra i maggiori storici francesi, come Rémi Brague e Jean-Marie Salamito della Sorbona. Attaccano chi, “per odio di sé, o per volontà mortale di autodistruzione, convenienza politica o per paura”, oggi abbatte i classici. “Gli autori greci e latini, schiavisti e ostili ai barbari, erano razzisti, conservatori, guerrieri, imperialisti e misogini?”, si domandano gli storici. “Se cancelliamo Atene e Roma è la Ragione che è ostracizzata (il logos greco) e la Legge che è bandita (i Codici romani). Virgilio racconta nell’Eneide come Enea fuggì dall’incendio di Troia, portando il suo vecchio padre sulle spalle. Come non pensare a Emil Cioran quando ha scritto che ‘una società malata ama il virus che la divora’. Possiamo permettere che Virgilio venga cancellato perché Roma era schiavista o San Paolo su una parziale imputazione di misoginia? Possiamo dimenticare l’Eneide, che canta dell’amore, della pietà, della giustizia, perché Augusto era biondo e Pericle aveva la pelle bianca?”. Jean-François Revel aveva come al solito capito tutto, con vent’anni di anticipo. Racconta il settimanale francese Le Point che nelle sue memorie, “Le voleur dans la maison vide”, il filosofo, membro dell’Académie française, analizzava il fenomeno che già imperversava negli anni successivi al ‘68, parlando di “propaganda e indottrinamento. In Europa occidentale dopo il Sessantotto la missione degli insegnanti era convertire tutti i giovani al socialismo. Alla fine degli anni 80, negli Stati Uniti, infuriava nelle scuole e nelle università un nuovo tipo di terrorismo morale e intellettuale, il ‘politically correct’”. Nel 1988, a Stanford furono eliminati Platone, Aristotele, Cicerone, per sostituirli con una cultura “più afrocentrica e più femminile”. Scriveva Revel, avvertendo che popoli di pecore generano governi di lupi: “Gli inquisitori relegano nei bidoni della spazzatura un capolavoro del romanzo americano, ‘Moby Dick’ di Herman Melville, sulla base del fatto che non c’è una sola donna. I tiranni politico-ideologici ottengano in questo modo i loro sudditi. L’odio per la libertà assume spesso la maschera della sua difesa”. Diversità e inclusione suonano meglio di censura e tabula rasa.

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