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Il Foglio Rassegna Stampa
30.05.2022 Dopo Stalin e Hitler, Putin
Holodomor raccontato da Stefano Cingolani

Testata: Il Foglio
Data: 30 maggio 2022
Pagina: 6
Autore: Stefano Cingolani
Titolo: «Memorie dell’Holodomor. Storia di guerre e carestia. non c’è pace per il grano dell’Ucraina»

Riprendiamo dal FOGLIO del 29/05/2022, a pag.6, con il titolo "Memorie dell’Holodomor. Storia di guerre e carestia. non c’è pace per il grano dell’Ucraina", il commento di Stefano Cingolani.

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Stefano Cingolani

Catastrofe, catastrofe, lo grida la Fao, lo annuncia l’Economist in copertina (tre spighe di grano e al posto dei chicchi una catena di teschi), lo scrivono giornalisti pluridecorati sui vasti campi della carta stampata e degli schermi televisivi. La guerra del grano può scatenare una vera e propria carestia in gran parte del mondo. Lanciano allarmi accorati il Fondo monetario, Ursula von der Leyen, i globalisti di Davos che si macerano sulla “de-globalizzazione”. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi cerca una mediazione perché, ennesimo paradosso della storia, i più colpiti non sono l’Europa e l’America, ma l’Egitto, la Siria, la Cina stessa, gli amici della Russia.

Il secolo dei genocidi - Bernard Bruneteau - Libro - Il Mulino - Storica  paperbacks | IBS
Bernard Bruneteau, "Il secolo dei genocidi”, ed. Il Mulino


Lassù chiuso nella fortezza del Cremlino, come Filippo II nell’avello dell’Escorial, sorride Vladimir Putin cercando di stirare le guance siliconate e le labbra sempre più strette sul mento sempre più sfuggente. Gode, si gonfia di pasticche e di orgoglio, sta mostrando al mondo intero di che cosa è capace: dopo la morte per bombe, dopo la morte per freddo, arriva sul suo nero destriero il terzo cavaliere dell’Apocalisse, quello che porta la morte per fame gridando “una misura di grano per un danaro”. Zar Vlad come Iosif Vissarionovich Džugašvili detto Stalin, l’uomo d’acciaio, che in un paio d’anni sterminò da quattro a sei milioni di ucraini (gli storici sono ancor oggi incerti sulle cifre), per lo più concentrati nel sud est, nelle terre che ora la Russia rivendica come proprie. Holodomor, si chiama così la carestia che seguì la collettivizzazione forzata delle terre. Il nome evoca l’Olocausto e deriva dall’espressione ucraina moryty holodom combinando le parole ucraine holod (fame, carestia) e moryty, (uccidere affamare, esaurire). Ogni anno, al quarto sabato di novembre se ne celebra l’anniversario, per non dimenticare, dopo che soltanto nel 2008 il parlamento europeo ha riconosciuto lo Holodomor come un crimine contro l’umanità. Lo hanno rimosso, cancellato dalla memoria, invece, in Siberia, nelle pianure del Don, in tutti gli altri luoghi della Russia propriamente detta sui quali il cavaliere oscuro ha allungato la sua falce. Se in Ucraina fu un vero genocidio che andrebbe riconosciuto ufficialmente come propongono in molti tra i quali il Pd, il tardo erede di chi non volle vedere, altrove è stato uno sterminio massiccio. L’eclisse del sol dell’avvenire ha seminato cadaveri in patria e fuori. E oggi? Oggi non c’è nemmeno il manto rosso dell’ideologia a mascherare il delirio di un uomo, dei suoi boiari e dei sui lacchè. A chiunque digiti Holodomor su una tastiera occidentale, viene scagliata in volto come un sonoro schiaffo una delle foto più famose. Tre corpi consumati e scheletriti gettati su un marciapiede lungo una staccionata, una donna con in testa un fazzoletto bianco annodato alla contadina passa accanto e volge lo sguardo, un’altra tira diritta in mezzo alla strada, camminando in direzione opposta senza muovere il capo, nascondendo l’orrore sotto lo scialle che la ricopre. E’ Kharkiv nel 1933. Potrebbe essere Kharkiv nel 2022 o Mariupol, Luhansk, Zaporizhzhya. Allora la popolazione crollò del 25 per cento in quell’area da sempre contesa tra tartari, mongoli, cosacchi, conosciuti come i barbari delle steppe. Ma chi sono i veri barbari? Lo storico francese Bernard Bruneteau nel suo libro “Il secolo dei genocidi”, pubblicato in Italia dal Mulino, scrive che per l’Unione sovietica “il granaio d’Europa” era un paese da sfruttare (altro che siamo tutti fratelli, una faccia una razza, come pretende Putin) e Stalin decise di “spezzare la schiena” ai kulaki, i contadini proprietari della terra, forti oppositori della collettivizzazione. Alla fine degli anni 20, come gli altri coltivatori diretti dell’Unione sovietica, anche i contadini ucraini furono costretti ad aderire ai sovchoz, le fattorie di stato, o ai kolchoz, le aziende collettive. I loro beni venivano direttamente confiscati. Se la proprietà era un furto, qui si perpetrava il furto della proprietà. “La prima mortalità di massa fu causata direttamente dal fatto che le autorità sovietiche, indifferenti alle naturali variazioni di produzione, mantennero percentuali altissime di requisizioni (circa il 20 per cento). In Ucraina fu collettivizzato il 70 per cento delle fattorie contro il 59 della Russia”, scrive ancora Bruneteau. Dal 1929 al 1932 vennero emanati due ukaz (decreti): il primo metteva fine alla proprietà privata della terra; il secondo, chiamato dekulakizzazione, consisteva invece nell’eliminazione fisica o nella deportazione (nelle regioni artiche) di milioni di contadini piccoli proprietari terrieri, e venne attuato nel biennio 1932-33. La collettivizzazione fu un fiasco: considerata volontaria nella prima fase, pochi vi aderirono e a quel punto scattò la coercizione. Chiunque si rifiutava veniva etichettato come kulak, il nome dato ai contadini ricchi assimilati agli affamatori del popolo. Ma i kulaki in Russia non c’erano più, dopo la Rivoluzione d’ottobre erano scomparsi, ormai erano solo piccoli o piccolissimi coltivatori diretti. Come oggi con l’epiteto nazista lanciato come un marchio infamante sugli ucraini che resistono: la propaganda vuole sempre i suoi mostri da bruciare sulla pubblica piazza. I contadini cominciarono a difendersi nascondendo il bestiame, sottraendo il grano all’ammasso forzoso. Con l’accusa di rubare e opporsi alle misure del regime, vennero arrestati e poi scaricati insieme alle loro famiglie nei gulag siberiani; si contano più di 1,8 milioni di contadini deportati nel 1930-1931. Più tardi, Stalin si vantò con Winston Churchill di aver messo sotto accusa 10 milioni di kulaki, “la gran massa era stata annientata”, mentre circa un terzo era stato mandato nei lager. Nel 1932 venne introdotta la pena di morte per chi “rubava il grano allo stato”. Ma la situazione produttiva non migliorò. Venne mandato il baffutissimo Vjaceslav Molotov per requisire i raccolti e stroncare kulaki, nazionalisti, “petluravisti” (da Symon Petljura, il capo della Repubbblica popolare ucraina feroce nemico dei bolscevichi, accusato di aver favorito i pogrom antisemiti). In pochi mesi si scatenò una terribile carestia. Il Politburo decise di inviare emissari a tutti i livelli, utilizzando anche gli operai delle fabbriche indottrinati per bene contro i nemici di classe. Per evitare che i contadini si rifugiassero nelle città, queste vennero isolate. “La necessità di sfamarsi era considerata un crimine contro lo stato”, spiega Bruneteau. La situazione era difficile in tutto il paese, la popolazione era stremata e affamata, tuttavia Stalin rifiutò qualsiasi aiuto dall’esterno e accusò i contadini che stavano letteralmente morendo di essere i colpevoli della loro stessa situazione. E come se non bastasse promulgò leggi draconiane che aumentarono il terrore e il numero di vittime: chiunque fosse stato trovato a nascondere qualcosa da mangiare, anche solo bucce di patata, sarebbe stato fucilato. “Le epidemie si diffusero e si registrarono casi di cannibalismo, tutti fatti di cui il governo tenne un bilancio preciso. Quasi la metà delle vittime era costituita da bambini”, racconta ancora lo storico. Cifre che naturalmente rimasero ben chiuse negli archivi di Mosca. Fu il giurista polacco Raphael Lemkin, ebreo fuggito in Svezia dopo l’invasione nazista, a definire per primo genocidio quel che era accaduto in Ucraina e nella patria del socialismo. Stalin morì nel 1953, tre anni dopo il suo successore Nikita Sergeevich Kruscev, vincitore di una feroce lotta per il potere, denunciò le epurazioni all’interno del partito, le “purghe”, avvenute con processi farsa tra il 1936 e il 1938. Tuttavia non fece mai parola del dramma ucraino, il più grande sterminio della storia europea del XX secolo dopo l’Olocausto degli ebrei. Nonostante le aperture, il partito andava ancora protetto per il bene del regime sovietico. E poi era stato lui il commissario politico in Ucraina dal 1938. E’ Vasilij Grossman nel suo romanzo “Tutto scorre”, scritto tra il 1955 e il 1963, ad accendere la luce. Uno dei personaggi, Anna Sergeevna, racconta i terribili anni della collettivizzazione, della carestia e dello sterminio in Ucraina. Negli anni 60 agenti del Kgb sequestrarono il manoscritto, ma l’autore lo riscrisse. Questa copia, ritrovata dopo la sua morte avvenuta nel 1964, fu poi pubblicata nel 1970 a Francoforte. Mentre in Russia il romanzo apparve solo nel 1989, all’epoca di Michail Sergeevich Gorbaciov, in piena glasnost, la “politica della trasparenza”. In Italia è uscito da Adelphi appena due anni prima. Nel paese in cui anche gli anticomunisti sono filorussi, è ancor oggi difficile raccontare quel che accadeva allora e quel che accade di nuovo. Grossman, che con “Vita e destino” ha scritto la tragica epopea del totalitarismo, è conosciuto da un pubblico più vasto solo adesso. Si deve a Roberto Calasso averlo portato in Italia e oggi la casa editrice Adelphi pubblica anche “Stalingrado”, un “Guerra e pace del Novecento” che ruota attorno alla epica battaglia della quale aveva scritto le cronache per il giornale dell’Armata rossa Krasnaja zvezda, con l’ottica di un comunista onesto, non sempre allineato ai voleri del partito.

Tutto scorre... | Vasilij Grossman - Adelphi Edizioni
Vasilij Grossman, “Tutto scorre”, ed. Adelphi

Tra quegli emissari che il Pcus inviava nei villaggi e nelle campagne per realizzare “la seconda rivoluzione di Stalin”, c’è Anna, una povera vedova di guerra della quale s’innamora Ivan Grigor’evich, il protagonista di “Tutto scorre”, tornato ormai del tutto disfatto da un gulag staliniano. E lei racconta: “Voglio ricordare tutto quel che è stato. No, quando espropriarono e liquidarono i kulaki, non ci fu fame, solo i cavalli morirono. La fame arrivò invece nel ’32, un anno dopo. La dekulakizzazione cominciò nel ’29, ma la svolta decisiva fu nel febbraio e marzo del ’30. Prima di arrestarli, imposero loro una tassazione. Loro la pagarono, una prima volta ce la fecero, la seconda volta qualcuno vendé quello che poteva, pur di pagarla. Gli sembrava che, se pagavano, lo stato avrebbe avuto pietà. Alcuni abbatterono le bestie, dal grano distillarono la vodka – e giù a bere, a mangiare, non gl’importava di niente, tanto la nostra vita è finita, dicevano. Forse in altre regioni le cose sono andate diversamente, ma nella nostra andò proprio così. Cominciarono coll’arrestare soltanto i capifamiglia… Messi in prigione i padri, all’inizio del 1930 cominciarono a prendere le famiglie. A questo punto la sola GPU non bastò più, furono mobilitati gli attivisti, tutta gente come noi, a questi però cominciò a dare di volta il cervello: come affatturati minacciano con i cannoni, chiamano i bambini dei kulaki figli di puttana, gridano loro sanguisughe e intanto quelle sanguisughe restavano loro stesse senza una goccia di sangue nelle vene, pallide come un cencio dalla paura… E sì che gli attivisti erano per lo più gente del paese… guardano quelli da dekulakizzare come fosse del bestiame, dei porci, per loro tutto nei kulaki è repellente: non hanno personalità né anima, e puzzano, e sono tutti sifilitici e quel che più conta sono tutti nemici del popolo… Quelle parole cominciarono a fare effetto anche su di me che ero una ragazzetta…”. Anna viene mandata in un villaggio vicino al Mar Nero e anche lei resta mesmerizzata dalla propaganda: “Mi convincevo sempre di più che tutti i guai provenissero dai kulaki e che se li avessimo distrutti, per i contadini sarebbero subito giunti tempi felici. Niente pietà per loro: non erano degli uomini, non capivi neppure che razza di esseri fossero”. Sale nella scala gerarchica, la fanno presidente del kolchoz, poi va a fare la cuoca. Ricorda la deportazione in massa. “Il cinema, il teatro, i club, tutto era stato occupato dagli arrestati. Però ce li tenevano per poco. Li hanno spinti alla stazione e là ad aspettarli convogli di carri merci… Li fecero viaggiare dentro i carri merci sigillati, presero con sé solo quello che avevano a portata di mano. Più di un mese viaggiarono: le linee ferroviarie traboccavano di convogli, pieni di contadini da tutta la Russia. Giacevano uno appiccicato all’altro, come le acciughe, neanche i pancacci c’erano nei vagoni bestiame. I malati morirono durante il viaggio, non arrivarono a destinazione, si capisce”. La meta era la taiga desolata; dove c’era un paesello, nella foresta, riempivano le isbe di inabili al lavoro, dove non c’erano villaggi scaricavano direttamente la gente nella neve. “Noi pensavamo: non c’è sorte peggiore di quella dei kulaki. Ci sbagliavamo. La scure s’abbatté su tutti quelli della campagna, dal piccolo al grande, chiunque fosse”.

Promossa nel frattempo contabile del soviet, Anna si rende conto della realtà. “Dopo la liquidazione dei kulaki la superficie coltivata si era ridotta e il rendimento s’era abbassato: dai bilanci invece risultava che senza i kulaki la nostra vita era fiorita di colpo. Il soviet del villaggio mentiva col distretto, il distretto con la regione, la regione con Mosca”. E Stalin, possibile che lui non sapesse, possibile che fosse stato proprio lui a scrivere l’articolo intitolato “La vertigine del successo”? “Si vede che Mosca sperava soprattutto nell’Ucraina. E fu più di tutto con l’Ucraina che se la presero… Le quote non potevano essere raggiunte, è naturale: la superficie coltivata era diminuita, il rendimento pure, dove mai andavi a prenderlo quel mare di grano kolchoziano? Dunque, l’avevano nascosto i kulaki scampati, i mangia-a-ufo. I kulaki erano stati eliminati, ma il loro spirito era rimasto”. E poi ancora l’incredulità comunista: “Chi firmò quell’assassinio di massa? Spesso io penso: che non sia stato Stalin? Penso: un ordine simile da quando esiste la Russia, non è stato mai dato. Un ordine così non l’aveva firmato mai né lo zar, né i tartari, né gli occupanti tedeschi. Un ordine che diceva: uccidere per fame i contadini dell’Ucraina, del Don, del Kuban’, uccidere loro e i loro bambini”. Il grano cresceva e non c’era più nessuno a raccoglierlo, la requisizione più il crollo produttivo, poi l’inverno e arrivò la grande fame. “Coll’autunno attaccarono le patate, ma senza pane fecero presto a finire. Sotto Natale cominciarono a macellare il bestiame. Ma anche quella carne era tutta pelle e ossa”. Scomparve il pollame, sparirono gli animali domestici e “sopravvenne il terrore. Le madri guardano i figli e cominciano a gridare dalla paura. Gridano come fosse penetrato in casa un serpente. E quel serpente è la morte, la fame”. Si aprono così le dieci pagine più terrificanti. “Gli affamati rimasero soli, lo stato li aveva abbandonati, quando lo stato non può ricavare nulla da una persona essa diventa inutile”. Tra l’inverno del 1932 e la primavera del 1933 i villaggi tra l’Ucraina e la Russia diventano cimiteri a cielo aperto, i treni passano con i finestrini chiusi coperti da tende scure affinché i viaggiatori non vedano. Chi ancora si regge in piedi cerca di raggiungere le città quanto meno per mendicare. Ma le città sono sbarrate. Alcuni riescono a evitare i posti di blocco ed entrano a Kyiv, per crollare a terra affamati ed essere portati via il giorno dopo dalle carrette dei morti. “Un mattino – racconta ancora Anna Sergeevna – avevo comprato il giornale, avevo letto un articolo di Maksim Gor’kij su come i bambini hanno bisogno di giocattoli istruttivi. Possibile che non fosse al corrente di quei bimbi che grossi cavalli portavano alla discarica?”. E arriva l’orrore, chi mangia le proprie carni, chi fa a pezzi i cadaveri. “Ho veduto una donna, l’avevano portata sotto scorta al centro distrettuale. Il suo viso era di un essere umano, ma aveva gli occhi di un lupo. Dicono che questi li hanno fucilati tutti quanti. Ma non erano loro i colpevoli, colpevoli erano quelli che riducevano una madre al punto di mangiare i propri figli. Ma credi che si trovasse il colpevole?”. Allora non si trovò.

Raccolto di dolore. Collettivizzazione sovietica e carestia terroristica :  Conquest, Robert, De Vio Molone, V., Minucci, S.: Libri - Amazon.it
Robert Conquest, “Raccolta di dolore” ed. Fondazione Liberal


E oggi? Perché evocare quel passato, ha davvero senso oppure anche la nostra è una ritorsione polemica, una tirata propagandistica, sia pur spiegabile con le tragedie della guerra? La risposta è in Robert Conquest, lo storico inglese conosciuto per “Il grande terrore” che nel 1968 denunciò le purghe staliniane. Ex comunista, poi agente dell’intelligence britannico oltre cortina, trasformò la sua esperienza e la sua amara disillusione politica nella certosina indagine del crimine di stato portato dall’Unione sovietica ai livelli più infimi. Nel 1986 pubblicò il saggio “Harvest of Sorrow” (è uscito in Italia con il titolo “Raccolta di dolore” solo nel 2004) nel quale per la prima volta l’Holodomor viene documentato e descritto nei particolari. Conquest ne dà un’interpretazione ancor più orrenda: la carestia non fu provocata direttamente dalla collettivizzazione delle terre, ma dalla confisca del cibo, dalle liste di proscrizione imposte a fattorie e villaggi, dalla segregazione coatta delle popolazioni, insomma lo sterminio di milioni di kulaki va considerato un atto deliberato di genocidio compiuto ben prima che Adolf Hitler perpetrasse la sua “soluzione finale”. Ebbene oggi la mancanza di grano è anch’esso un atto deliberato, un ricatto mostruoso che può provocare davvero una tragedia globale. La Cnn mostra navi piene di grano scaricato a Sebastopoli, rubato dai silos ucraini che racchiudono buona parte delle 20 milioni di tonnellate che mancano. Il saccheggio è una delle armi più usate nella guerra di Putin: dai soldati siberiani che impacchettano un televisore sottratto a una famiglia ucraina annientata alla sottrazione su vasta scala delle materie prime. Il primo semina terrore, il secondo povertà, entrambi conducono alle fosse comuni. La crisi sarebbe meno grave se non ci fosse anche la siccità. Le scorte di grano non mancano, anzi sono ancora elevate, tuttavia sono nelle mani di pochi grandi paesi esportatori: la Russia (19 per cento), gli Stati Uniti (13 per cento), il Canada (13 per cento), la Francia (10 per cento), l’Ucraina (9 per cento). La guerra, dunque, ha bloccato il 28 per cento del prodotto. L’India, secondo produttore mondiale dopo la Cina, preoccupata per i propri approvvigionamenti ha chiuso le frontiere nel tentativo di difendersi con l’autarchia. Poi c’è la pioggia sempre attesa, ma che non arriva mai, non a sufficienza e non nel modo dovuto. La raccolta del grano d’inverno che si raccoglie a giugno quest’anno dovrebbe calare del 20-30 per cento secondo le stime della Fao. Si sta entrando, dunque, in una fase di vera scarsità per l’effetto combinato della guerra e del clima. Si può reagire nel breve periodo: sbloccare il grano ucraino sarebbe un bel sollievo, può viaggiare via treno, come sta già facendo, verso il Baltico, potrebbe muoversi da Odessa attraverso il Mar Nero se la Turchia non chiuderà il Bosforo. Nell’un caso e nell’altro occorrono scorte armate, via terra e via mare, come del resto durante la Seconda guerra mondiale, quando erano i tedeschi a depredare l’Ucraina per alimentare la Wehrmacht. Occorre farlo al più presto, sapendo tuttavia che si tratta di un beneficio momentaneo. Tocca ai paesi produttori dell’occidente compiere lo sforzo maggiore nel medio periodo, producendo ed esportando di più: il Nord America da dove proviene oltre un quarto del grano venduto in giro per il mondo, o la stessa Francia. I paesi ricchi e satolli sono al riparo, non avranno grandi problemi, non bisogna credere ai lamenti strumentali di chi chiede solo sussidi. In Estremo oriente, la “cintura del riso” soffrirà meno, perché sarà possibile alimentarsi con altri cereali. Non così in Medio oriente, nella maggior parte dell’Africa, nel subcontinente indiano dove il pane rappresenta ancor oggi la parte più ricca e consistente del pasto. In fondo anche questo era calcolato. Infierire sulla ferita aperta. Togliere dal mercato il petrolio russo non sarebbe così grave perché l’oro nero abbonda, non è così per il grano, per i semi di girasole, per i fertilizzanti. E i paesi più colpiti sono proprio quelli che all’Onu faranno maggiore pressione perché si dia retta a Putin e s’induca l’Ucraina a considerare le condizioni del Cremlino, cioè arrendersi per non diventare la miccia della più grande esplosione dopo la Seconda guerra mondiale, anzi molto molto di più. Catastrofe, catastrofe, i gridi di angoscia a questo punto non sono più le vuote grida dei banditori. Torniamo a Grossman e a “Tutto scorre”. Anna Sergeevna – “era bellissima perché era buona” e alla fine muore di cancro – ricorda a Ivan una frase che lui le aveva detto. “Ti avevo chiesto come avevano potuto i tedeschi, nelle camere a gas, uccidere bambini ebrei. Come potevano vivere dopo questo? E tu dicesti: il carnefice che non considera la sua vittima un uomo, cessa di essere uomo lui stesso: egli uccide l’uomo che è in lui, è il carnefice di se stesso; la vittima, invece, resterà uomo nei secoli, per quanto tu lo distrugga”. Chissà se Putin avrà letto queste righe, lui con il suo delirio di onnipotenza, carnefice anche del suo stesso paese.

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