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Il Foglio Rassegna Stampa
21.05.2022 Ucraini d’Israele
Analisi di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 21 maggio 2022
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Ucraini d’Israele»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 21/05/2022, a pag. 1, l'analisi di Giulio Meotti dal titolo "Ucraini d’Israele".

Informazione Corretta
Giulio Meotti

Devora Dayan - Wikidata
Devorah Dayan

Devorah Dayan raccolse la sua storia in un volume pubblicato postumo in Francia. La storia di una ragazza ucraina partita da Zashkiv e finita a vangare e coltivare la terra nei kibbutz e nei “moshav ovdim”, l’organizzazione del lavoro e della vita in un villaggio ebraico nella Palestina prima turca e poi inglese. C’era una sorgente, dei limoni, dei fichi, e, soprattutto, c’era dell’ombra. “Una voce parlava dentro di me e mi diceva: ‘Qui edificherai la tua esistenza, su questa terra alleverai i tuoi bambini’”. Era Nahalul, non lontana da Nazareth, qualche anno dopo la Prima guerra mondiale. Un villaggio di ebrei che erano tornati alla terra promessa per colonizzarla. Fra loro quella donna, con suo marito e un bambino, che un giorno sarebbe diventato il più grande comandante dei soldati di Israele, Moshe Dayan (il primo bambino che venne al mondo in quel kibbutz). Devorah Dayan è morta nel 1953, non ha assistito ai trionfi del figlio, e l’editore francese Julliard ha pubblicato un suo libro, “Una mère en Israël”. Lasciarono l’Ucraina per operare in Israele non soltanto un cambiamento di vita, ma un “mutamento dell’anima”. Il libro di Devorah Dayan è commovente, senza intenzione di esserlo. Con freddezza descrive il distacco improvviso dai genitori, che vivono in un villaggio dell’Ucraina.

La giovane Devorah, ancora una ragazza, aveva compiuto gli studi e avrebbe potuto sposarsi, diventare una signora borghese della società zarista al tramonto, ma capisce che il pericolo è in agguato e si sente un’estranea. Mezza classe dirigente dei padri fondatori di Israele viene da là, dall’Ucraina. Non c’è soltanto la storia di Babi Yar, di Stephan Bandera e dei pogrom pre-Hitler, come vorrebbe la versione ufficiale russa. L’insediamento di pionieri di Rishon LeZion, oggi la quarta città più grande d’Israele, fu fondato da un pugno di ebrei ucraini di Kharkiv nel 1882, quindici anni prima del Primo Congresso Sionista di Theodor Herzl (nei giorni scorsi il sindaco di Kharkiv ha detto che “gli ucraini hanno molto da imparare da Israele”). “Non c’è nessun altro paese al mondo che abbia avuto così tanta influenza sulla cultura ebraica e sul sionismo prima dell’Olocausto” scrive Israel Hayom, il più diffuso giornale israeliano. “Alcune delle più grandi sette chassidiche in Israele furono fondate in Ucraina”. L’architrave di una delle case di Odessa recita in ucraino ed ebraico: “Qui è nato l’Israele moderno”. In questo edificio operavano gli uffici del “Comitato dell’Odissea” che raccoglieva fondi per i pionieri della prima aliyah. Molti dei leader israeliani sono nati in Ucraina, come Ze’ev Jabotinsky, il fondatore del sionismo di destra. Il porto di Odessa è anche chiamato “Porta di Sion”, in quanto punto di partenza per l’immigrazione in Israele. Da lì, il rabbino Nachman salpò da Breslav verso Jaffa, e l’aliyah degli studenti Ga’a partì per Gerusalemme. La terza aliyah iniziò nel 1919 con la partenza della nave “Ruslan” dal porto di Odessa con a bordo 670 pionieri . Rispetto ad oggi, è come se 80.000 immigrati arrivassero in Israele in un giorno. Quando si viaggia verso sud si arriva alla città di Uman, la città del rabbino Nachman di Breslav. Ze’ev Jabotinsky, il “lupo solitario” di Odessa, il capo carismatico e padrino di una generazione di politici israeliani, da Menachem Begin ad Ariel Sharon fino a Bibi Netanyahu. Poeta, romanziere, giornalista, agitatore, guerriero e statista, Jabotinsky con un gruppo di amici aveva fondato in Ucraina nel 1904 la casa editrice sionista “Kadima” (Avanti). Il nome del futuro partito di Ariel Sharon. Morto a New York nel 1940 dopo un’esistenza di viaggi e di lotte, di scritture e di sconfitte, in un articolo intitolato “Il Muro di Ferro” Jabotinsky riconosceva, ben prima che se ne accorgessero i laburisti, che gli arabi di Palestina erano un popolo, che il conflitto consisteva in uno scontro tra due legittime aspirazioni nazionali e che i sionisti sarebbero riusciti nel loro intento soltanto se capaci di difendere il loro progetto con la forza.

Il “Muro di Ferro” è rimasta la dottrina revisionista per eccellenza e la chiave di volta dei trattati di pace con Egitto e Giordania. Era un uomo geniale, scriveva in un ebraico classico e ha tradotto Dante, è stato il primo straniero diventato ufficiale dell’esercito britannico, condannato a morte per la difesa degli ebrei a Gerusalemme nel 1919. Jabotinsky fu “acculturato” come un tipico ebreo russo della borghesia ucraina del tempo. Il giovane ammiratore di Paul Verlaine e di Arthur Rimbaud, esteta cosmopolita e ultra-nazionalista, vede una sola soluzione all’antisemitismo: una patria ebraica da raggiungere con l’emigrazione di massa e la riappropriazione della forza. Nel novembre 1938 Jabotinsky scrisse e spedì a un giovane studente sudafricano una lettera che ha fatto epoca, tanto da essere stata inserita più di trent’anni dopo nell’Encyclopaedia Judaica, una sorta di dizionario universale del popolo ebraico edito a Gerusalemme dal 1971. “Perché vivere?” si chiede Jabotinsky mentre l’Europa stava per essere trasformata nel mattatoio del giudaismo. “Il suicidio è peggio della codardia, è la resa. Nei prossimi dieci anni vedremo lo stato d’Israele non solo proclamato, ma una realtà”. Morì cercando di convincere gli americani della partecipazione materiale e nazionale dell’ebraismo alla causa antinazista. La sera dell’11 giugno 1961, il presidente di Israele Yitzhak Ben-Zvi, anche lui nato a Poltava, in Ucraina, viene avvisato da un vecchio amico, il giornalista israeliano Benjamin Vest. Gli stava consigliando categoricamente di annullare “l’incontro ucraino” (Kenes Ukraina) che era stato programmato per la settimana successiva presso la residenza del presidente israeliano. Vest era stato condannato a Mosca per appartenenza al movimento sionista e nel 1925 fu deportato dal “paradiso sovietico” nella Palestina britannica. Quella era la prima volta nella storia di Israele che il suo capo di stato aveva deciso di radunare ebrei dal paese in cui lui stesso era nato. Ben-Zvi aveva ricevuto una lettera da Vest, che lo esortava a non ospitare quella serata per i nativi dell’Ucraina, per timore che provocasse una reazione da parte di Mosca. Anche solo dire “Ucraina” avrebbe potuto essere interpretata dal governo sovietico come un sostegno al nazionalismo ucraino in casa del presidente di Israele. Litigare con Mosca sulla parola “Ucraina”? Yitzhak Shimshelevitz (Shymshelevych in ucraino), il futuro presidente Ben-Zvi, nacque a Poltava in una famiglia discendente da una dinastia rabbinica, tra cui il Rashi. Il padre del futuro presidente, Zvi Shimshelevitz, era un insegnante di ebraico. Nel 1904 il ventiduenne Yitzhak fece il suo primo viaggio nella Terra d’Israele. L’intera famiglia Shimshelevitz fu deportata in Siberia, ma Yitzhak riuscì a fuggire oltre il confine. Tornò in Russia, fu arrestato due volte e poi fuggì di nuovo. Alla fine lasciò l’impero russo nella primavera del 1907. Si stabilì a Jaffa, poi a Gerusalemme, insieme alla sua futura moglie, Rachel Yanait, originaria della piccola città di Malyn vicino a Kyiv. David Ben Gurion, il futuro primo primo ministro di Israele, era un amico di famiglia.

Uri Zvi Greenberg (1896–1981), maestro di poesia ebraica e vincitore del Premio Israele nel campo della letteratura (1957), fu invitato dal presidente all’“incontro ucraino” come una star su scala nazionale. Greenberg era nato in una famiglia chassidica nella città di Bilyi Kamin, vicino a Zolochiv, nell’Ucraina occidentale. Un anno dopo, la famiglia si trasferì a Lemberg (Leopoli), dove si formò da giovane come poeta. Qui, nel 1912, pubblicò le prime poesie in ebraico e yiddish. Shmuel Yosef Agnon, un amico di famiglia e futuro premio Nobel per la letteratura, anche lui nato in Ucraina, era di casa. Nei giorni scorsi Jeffrey Saks, direttore dell’Agnon House di Gerusalemme, dove lo scrittore vincitore del premio Nobel ha vissuto e lavorato per gran parte della sua vita, ha fatto un incontro Zoom con la sua controparte presso l’Agnon Literary Center di Buchach, in Ucraina, che stava preparando le valigie per fuggire dalla guerra. Saks, un rabbino cresciuto nel New Jersey, e Mariana Maksymiak, un’ucraina non ebrea, hanno in comune la passione per Agnon. Buchach, la città in cui è nato e cresciuto Agnon, si trova nella parte occidentale dell’Ucraina. Agnon lasciò Buchach a vent’anni, quando emigrò in Israele. Gli ebrei di Buchach soffrirono sotto l’occupazione russa durante la Prima guerra mondiale e sotto l’occupazione sovietica dal 1939 al 1941, quando videro la loro vita comunitaria chiusa o costretta alla clandestinità. La città fu poi occupata dai nazisti e l’intera popolazione ebraica assassinata in una serie di omicidi di massa. A Buchach oggi c’è un busto dell’ebreo vincitore del Nobel. In onore di Agnon, il comune di Buchach ha anche contribuito a finanziare il centro letterario. Yitzhak Rabin, che incarnerà la quintessenza del “sabra”, l’ebreo israeliano, era sì cresciuto a Gerusalemme, ma in una famiglia dell’aristocrazia sionista arrivata dall’Ucraina. Dall’Ucraina veniva anche quella che David Ben Gurion definì “l’unico vero uomo nel mio governo”. Nella “domenica di sangue” del 1905, due bambine di sette anni giocavano in una strada di Kyiv. Un contadinaccio le afferrò d’improvviso, picchiando le due teste l’una contro l’altra. “Questo è quanto faremo agli ebrei, sbatteremo loro le teste fino a spaccargliele”. Una delle due bambine aveva la testa dura: Golda Meir (allora Mabovitch). Non pianse, non disse nulla a suo padre, un falegname. Nel primo capitolo della sua autobiografia (“La mia vita”), si legge: “Dovevo essere molto piccola, tre anni e mezzo o quattro al massimo. Abitavamo allora una casetta di Kiev, e rammento di aver sentito parlare di un pogrom che stava per rovinarci addosso. Seduta sulla scala, stringevo le mani di una bambina e guardavamo i nostri padri che si affannavano a barricare l’ingresso con assi di legno. Ero spaventata e furiosa nello scoprire che tutto ciò che mio padre poteva fare per difendermi era inchiodare quattro assi...”.

Quando Israele ha aperto un ospedale da campo a Mostyska nell’Ucraina occidentale, il nome che gli hanno dato non era casuale: “Kochav Meir” (Stella splendente) anche in onore di Golda Meir. Dall’Ucraina venivano otto padri fondatori dello stato ebraico che sono oggi tutti impressi nelle banconote dello stato ebraico. Primi ministri come Levi Eshkol e Moshe Sharett, presidenti come Ephraim Katzir, padri del sionismo come Aaron David Gordon (nato a Zytomir); Naftali Hertz Imber, l’autore della ha-Tikwa, l’inno nazionale israeliano, nato nell’ucraina Solochiv; lo scrittore sopravvissuto alla Shoah Aharon Appelfeld e il poeta Haim Bialik; il fondatore dell’Histadruth, il leggendario sindacato ebraico, Avraham Hartzfeld; Yaakov Dori, nato Dostrovsky, l’ultimo comandante della Haganah e il primo capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Tsahal, di Odessa, capo di stato maggiore delle forze armate che sconfissero gli eserciti arabi invasori quando fu istituito lo stato ebraico, e poi ancora il piccolo villaggio di Voronkov, dove è nato Sholem Aleichem, il cui romanzo ha ispirato il musical “Il violinista sul tetto” modellato su uno shtetl in Ucraina. A Donetsk, nella terra dei separatisti russi dove si combatte ferocemente, è nato Natan Sharansky, il più famoso dissidente ebreo dell’epoca sovietica, il “refusnik” che i russi scambiarono sul ponte di Glienicke, a Berlino, in cambio di due spie comuniste. Un bel pezzo d’Israele viene da là, sull’ansa del Dniepr. Intanto, gli ebrei ucraini si trovano di nuovo nel mirino della storia. E come dice Tevye, il lattaio nel “Violinista sul tetto”, che Dio sia con loro.

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