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Studioso islamico Usa: parole di odio contro Israele (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Il Foglio Rassegna Stampa
07.05.2022 Russia: un Paese in declino. Ecco perché
Commento di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 07 maggio 2022
Pagina: 8
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Il suicidio russo»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 07/05/2022, a pag. 8, l'analisi di Giulio Meotti dal titolo "Il suicidio russo".

Informazione Corretta
Giulio Meotti

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Alla pulizia etnica, nei Balcani seguì la denatalità e la fuga dei giovani. La Macedonia ha perso un quarto della popolazione dagli anni 90. La Croazia, da poco più di quattro milioni, si è ridotta del dieci per cento. In Albania, il 37 per cento della popolazione ha lasciato il paese e, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, entro la fine del secolo il paese da tre milioni scenderà sotto il milione. Secondo la Banca mondiale, la Serbia sta perdendo una città all’anno. Dalla Bosnia la metà dei cittadini non ha lasciato patria. “L’Ucraina sta andando incontro allo stesso destino?”, si domanda l’Economist. 5,3 milioni di ucraini, la maggior parte donne e bambini, sono fuggiti dall’inizio della guerra. Da febbraio più di un quarto della popolazione ucraina è stata costretta a trasferirsi. Il tasso di natalità è destinato a precipitare ulteriormente. L’aspettativa di vita diminuirà in modo massiccio, come la guerra tra Azerbaigian e Armenia nel 2020 ha abbattuto di tre anni l’aspettativa di vita tra i maschi armeni.

Ma la demografia è soprattutto un tallone d’Achille dell’orso russo. Lo spiega il demografo Bruno Tertrais in un saggio per Le Grand Continent. La popolazione russa ha raggiunto il picco di 148 milioni nel 1992 e da allora è in picchiata, nonostante un modesto rimbalzo dieci anni fa. “Con 146 milioni di abitanti, il paese scenderà a 140 milioni nel 2035 e a 130 milioni nel 2050” scrive Tertrais. “Al contrario, l’Asia centrale, con 75,5 milioni di abitanti, continua a crescere: 88 milioni nel 2035 e 100 milioni nel 2050”. L’imperialismo russo è l’opposto dell’espansionismo nazista: la Russia di Putin sarà “uno spazio senza popolo” (Raum ohne Volk). Il più famoso demografo russo, Anatoly Wischnewski, ha annunciato: “Nei prossimi dieci anni la Russia cadrà in un buco demografico”. Il crollo della natalità è una conseguenza del fatto che ora è il turno della generazione nata negli anni 90 ad avere figli. E furono gli anni della distruzione post-sovietica. Secondo il demografo inglese Paul Morand (il suo ultimo libro è “Tomorrow’s People: The Future of Humanity in Ten Numbers”), “perdere giovani uomini in guerra non aiuta la crescita della popolazione. E’ una perdita di persone negli anni fertili e la crisi economica spingerà l’emigrazione dalla Russia. Oggi l’aspettativa di vita in Russia è simile all’aspettativa di vita in paesi molto più poveri, come l’Egitto”.

Rispetto al boom dei primi anni Duemila, i tassi di fertilità in Russia sono scesi di un terzo e ora sono persino inferiori a quelli della metà degli anni 90 (tra il 1993 e il 2008, la popolazione russa ha perso cinque milioni di persone). Il tasso di natalità russo è influenzato anche dal gran numero di aborti, nonostante la campagna del patriarca Kirill. La Russia è leader mondiale nel numero di aborti. Lev Trotsky, allora in esilio forzato, disse che “il potere rivoluzionario ha dato alle donne il diritto all’aborto” come “uno dei suoi più importanti diritti civili, politici e culturali”. Questo era implicito nella visione di Trotsky della “nuova famiglia”. Per arrivarci, “la vecchia famiglia deve dissolversi molto più velocemente”. Niente di meglio dell’aborto. “Non puoi abolire la famiglia”, ha detto Trotsky. “Devi sostituirla”. Ancora oggi la Russia paga le conseguenze di quella scelta. Secondo un rapporto della Rand Corporation, nel 1992 ci sono stati 225 aborti ogni 100 nascite e ancora nel 2000 il 70 per cento di tutte le gravidanze è stato interrotto. Il 25 per cento di tutti gli uomini russi muore oggi prima dei 55 anni, rispetto al sette per cento in Europa, con l’alcol come causa principale. Sotto Putin, l’aspettativa di vita è sì salita a 72 anni, ma è ancora dieci anni in meno rispetto ai paesi occidentali. Poi il Covid ha abbassato di altri due anni l’aspettativa di vita in Russia. E come tutti i paesi europei, la popolazione russa invecchia. Scrive il demografo americano Nicholas Eberstadt sul Washington Post di questa settimana che “la strana invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo è solo l’ultimo promemoria dei guai pervasivi e di lunga data delle ‘risorse umane’ che frustrano le aspirazioni di Putin per lo status di superpotenza. La Russia si sta spopolando: anche dopo l’annessione della Crimea da parte di Putin nel 2014, il suo numero totale è inferiore oggi rispetto al crollo dell’Unione sovietica”. E anche il suo bacino di potenziali coscritti crolla. Un rapporto delle Nazioni Unite stima il numero di russi tra i 20 e i 34 anni a 14,25 milioni. Si prevede che quel numero scenderà a soli 11,55 milioni entro il 2025 e a 11,23 milioni entro il 2030. Lo si vede non soltanto dall’uso dei ceceni. In prima linea in Ucraina ci sono i figli musulmani daghestani e siberiani. Come scrive Kamil Galeev, analista militare russo che lavora per il Wilson Center, “il fattore minoritario nell’esercito russo è ampiamente sottovalutato quando si discute del corso della guerra ucraina. In primo luogo, le minoranze etniche non sono tanto una minoranza lì. A giudicare dagli elenchi delle vittime, le minoranze sono ampiamente sovrarappresentate sui campi di battaglia come carne da cannone. Possiamo avere un’idea di chi combatte in Ucraina da questa lista di soldati russi feriti che giacciono nell’ospedale di Rostov. Più della metà sono chiaramente daghestani. Magomed (Muhammad) il nome più comune nell’elenco dei feriti”.

I nomi di battesimo più comuni fra i caduti russi spaziano da Arman ad Alì, da Anwar a Aynur, che di russo hanno poco. Il 6 aprile, il servizio russo della Bbc è riuscito a compilare un elenco di nomi e regioni di 1.083 delle 1.351 morti militari ufficiali confermate utilizzando fonti dei media statali e regionali. Fornisce uno sguardo senza precedenti sulla composizione socioeconomica delle forze russe. Non c’è stata una sola morte ufficialmente segnalata da Mosca, mentre tanti sono dal Daghestan e dalla Buriazia (capitale del buddismo russo). La generazione di russi che ha combattuto Hitler era il prodotto di famiglie di sei-sette persone. Quando l’Unione sovietica entrò in Afghanistan, le famiglie avevano tre figli. Oggi, quando va bene, uno. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’aspettativa di vita complessiva della Russia all’età di quindici anni (maschi e femmine insieme) è inferiore a quella del Sudan o del Bhutan, luoghi designati dalle Nazioni Unite come “paesi sottosviluppati”. Le Monde di questa settimana racconta che almeno 200 mila russi hanno già fatto le valigie dalla fine di febbraio, secondo l’economista Konstantin Sonin dell’Università di Chicago. Ad aprile, altri 70-100 mila nel settore delle nuove tecnologie lasceranno la Russia. Molti sono partiti per Israele, altri sono andati in Armenia, Turchia, Kazakistan, Kirghizistan e, in misura minore, Estonia. “Nel 1989, l’Urss aveva una popolazione di 286,7 milioni, più degli Stati Uniti (246,8 milioni), e dopo l’esplosione del blocco comunista, senza le ex repubbliche sovietiche, la popolazione della Federazione russa è scesa a 148,5 milioni”, ricorda Le Monde. “In altre parole, la popolazione russa si sta riducendo a un ritmo vertiginoso e la guerra non farà che accentuare la tendenza. Questo spiega anche perché l’esercito è sempre alla ricerca delle sue reclute sempre più lontano, nelle repubbliche periferiche”. La guerra dunque come autoprofezia del progetto eurasiatico? La Russia sta subendo una perdita netta di 600 mila persone all’anno che spinge Dmitri Peskov, il portavoce del Cremlino, ad affermare che i due “buchi demografici” dopo la Seconda guerra mondiale e la disgregazione dell’Unione sovietica “ci hanno perseguitato per tutta la nostra moderna storia”. Un rapporto pubblicato dall’Accademia presidenziale russa dell’economia nazionale e della pubblica amministrazione ha dipinto uno scenario ancora più terribile. La popolazione russa crollerà a 113 milioni in una generazione. L’Inghilterra per quella data sarà di 80 milioni. L’orso russo non farà più paura. De-europeizzarsi per la Russia non significa solo Cina, ma anche islam. Come ha spiegato il Wall Street Journal, “molte nascite in Russia vengono interamente da aree storicamente musulmane come la Cecenia e il Daghestan e da regioni fortemente tribali come la Repubblica di Tuva. Togli dal quadro il Distretto Federale del Caucaso settentrionale – Cecenia, Daghestan, ecc. – e il resto della Russia oggi rimane una società di mortalità netta”. Nel 1978, Hélène Carrère d’Encausse (massima studiosa di Russia in Francia) predisse che lo squilibrio tra le repubbliche musulmane e slave all’interno dell’Urss avrebbe distrutto l’impero. Nel 1981 Mosca adottò una politica di incoraggiamento delle nascite, ma era già troppo tardi. Nel 1990, le repubbliche musulmane rappresentavano il 20 per cento della popolazione. Poi ci fu la disintegrazione. Ma oggi l’Islam è maggioritario ed egemone in sette repubbliche russe su ventuno: Tatarstan, Bashkortostan, Daghestan, Cecenia, Inguscezia, Cabardino-Balcaria, Karachay-Cherkessia… Foreign Policy lo ha definito “l’incubo islamico di Putin”. Kamil Galeev ha postato una mappa della Russia: “Parliamo della demografia russa. Come vedete, vasti spazi in Siberia e la Russia europea si stanno spopolando. Ci sono due fattori dietro. Primo, bassa fertilità. Gli unici luoghi con crescita naturale sono le aree musulmane…”. E sempre Bruno Tertrais su Le Grand Continent: “La Russia ha attualmente dai 15 ai 20 milioni di musulmani, ovvero dal 10 al 15 per cento della popolazione, con un’elevata fertilità che fa sì che il Mufti di Mosca abbia predetto che i musulmani saranno il 30 per cento della popolazione russa entro il 2035”.

Anche i sostenitori di Putin, di solito trionfalistici, lasciano trapelare preoccupazioni. La caporedattrice di Russia Today, Margarita Simonyan, ha detto che entro il 2040 la Russia sarà un paese musulmano, “se non cambia nulla” (guerre di annessione?). “Questo è un fatto, confermato da molti calcoli. Provate a immaginare che quando i vostri figli avranno la vostra attuale età, Khabib Nurmagomedov sarà il presidente della Russia”. Nel suo libro, “Le choc démographique”, Tertrais scrive: “Oggi, la vitalità delle ex repubbliche musulmane colpisce, dal 1989, con un aumento della popolazione del 75 per cento per il Tagikistan, del 65 per cento per l’Uzbekistan, del 55 per cento per il Turkmenistan, del 43 per cento per il Kirghizistan”. I russi del Daghestan erano il 15 per cento della popolazione nel 1979, per poi crollare al 9,2 nel 1989 e al 3,6 nel 2010. In pratica, i musulmani nascono in maggior numero e vivono più a lungo (non bevono). Anche Henry Kissinger lo ha spiegato in una conferenza al Westmont College: “La Russia si sente strategicamente minacciata da un incubo demografico al confine con la Cina; da un incubo ideologico nella forma dell’islam radicale lungo il confine meridionale; a ovest dall’Europa. Mosca la considera una sfida storica”. Un rapporto della Jamestown Foundation, dal titolo “Come l’Islam cambierà la Russia”, ha spiegato cosa accadrà: “Dati i cambiamenti demografici, entro il 2050 i musulmani rappresenteranno tra un terzo (secondo le stime più prudenti) e la metà (secondo le valutazioni più ‘allarmistiche’) della popolazione russa. Questa ‘islamizzazione’ della Russia – non nel senso dell’Islam radicale ma di un numero di cittadini che si riferiscono all’Islam – avrà un impatto sia sulla situazione interna della Russia che sulle sue opzioni di politica estera a medio e lungo termine. La crescente importanza dell’Islam in Russia plasmerà il futuro del Paese in cinque direzioni: l’equilibrio demografico del Paese; la strategia di ‘normalizzazione’ del Caucaso settentrionale; la politica migratoria della Russia; il posizionamento della Russia sulla scena internazionale; e la trasformazione dell’identità russa”. E in un saggio per il quotidiano polacco Dzennik, Michał Potocki spiega che “l’Islam sta trasformando la Federazione russa in modi profondi e inaspettati. Ora ci sono tre milioni di musulmani nella capitale russa, uno su quattro dei suoi abitanti, anche se il governo russo continua a insistere che ce ne siano molti meno. Le nazionalità musulmane stanno crescendo da 60 a 90 volte più velocemente della media russa”. Un impero che invecchia rapidamente, senza bambini, dall’aspettativa di vita molto bassa, che per le sue guerre deve affidarsi a popolazioni non russe a cui ha già fatto la guerra (Cecenia e Daghestan) e che da cristiano, per usare le parole di Sergej Lavrov sul Monde, sta diventando “un grande paese musulmano”. Cento anni fa lo zar definì l’Impero ottomano “il grande malato d’Europa”. Oggi un sultano potrebbe dire lo stesso della Russia. Alexei Raksha, un demografo costretto a lasciare Rosstat dopo aver criticato la gestione ufficiale di Mosca dei dati sul coronavirus, vede nero: “Non vedo futuro se le cose continuano così. Non vedremo alcuna crescita economica, non vedremo alcuna crescita del reddito disponibile reale – e questo è un fattore chiave per la fertilità. Non vedo alcun futuro per la Russia come stato nella sua forma attuale”. Faranno la fine dello scorpione che si inietta il proprio veleno.

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