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Il Foglio Rassegna Stampa
29.04.2022 Putin: altre sanzioni e fargli pagare i danni
Due obiettivi da realizzare subito

Testata: Il Foglio
Data: 29 aprile 2022
Pagina: 3
Autore: Editoriali
Titolo: «E' l'ora di colpire il petrolio di Putin - Fargli pagare anche i danni»

Riprendiamo da FOGLIO di oggi, 29/04/2022, a pag.3, due editoriali dai titoli: "E' l'ora di colpire il petrolio di Putin - Fargli pagare anche i danni"

Cosa aspetta l'Occidente a dare la caccia al criminale Vladimir? -  luigiboschi.it

E’ l’ora di colpire il petrolio di Putin

Per le autorità russe la crisi economica sarà profonda. Servono altre sanzioni Vladimir Putin e i suoi minacciano catastrofi economiche e rappresaglie contro i paesi che aiutano l’Ucraina, mentre la tv di stato paventa scenari di catastrofe nucleare. Ma dopo due mesi di guerra e sanzioni, se per l’occidente si parla di rallentamento della crescita, al limite di rischio recessione, e della necessità di trovare in fretta nuovi fornitori di idrocarburi, per la Russia si prospetta un crollo dell’economia che non si vede dai tempi del collasso dell’Unione Sovietica. A delineare un’orizzonte cupo non sono solo le istituzioni internazionali o qualche oscuro avamposto della finanza occidentale, ma gli stessi apparati tecnici della Federazione russa: la Banca centrale, la Corte dei conti, il ministero dello Sviluppo economico, il ministero delle Finanze. La governatrice della banca centrale Elvira Nabiullina ha detto che nel 2022 l’economia entrerà “in un periodo di trasformazione strutturale”, e che l’istituto non sosterrà il rublo a ogni costo “perché ciò limiterebbe l’adattamento alla nuova realtà”, paventando addirittura la regressione tecnologica. Secondo il think tank moscovita Center for Strategic Research (vicino al Cremlino e presieduto dal ministro dello Sviluppo economico) la pressione sull’economia metterà a rischio fino a 2 milioni di posti di lavoro, 200 mila solo a Mosca (a dirlo è il sindaco), mentre i lavoratori specializzati si allontanano dal paese. La Banca centrale e la Corte dei conti prospettano una contrazione del pil del -8,8 per cento se va bene e del -12,4 per cento se va meno bene, con un’inflazione del 20,7 per cento. Previsioni confermate dall’andamento dei dati reali e che sono ben peggiori di quelle del Fmi. Se gli europei sono preoccupati del carovita, i russi hanno di che essere terrorizzati. Secondo i dati del ministero dello Sviluppo economico, dal 16 al 22 aprile l’inflazione è già salita al 17,7 per cento in termini annui contro il 17,62 per cento della settimana precedente (a febbraio, prima della guerra, era del 9 per cento). Nella relazione alla Duma il presidente della Corte dei conti Alexei Kudrin ha sottolineato che nelle condizioni attuali è molto importante “valutare i propri punti di forza e le proprie risorse”, ma tra spese di guerra e sanzioni la Russia rischia di finire senza punti di forza per rilanciare l’economia e senza risorse finanziarie per fare investimenti e fornire welfare ai cittadini. Siamo abituati a pensare al gas naturale di cui la Russia è il primo produttore del mondo, ma in termini di entrate dal petrolio Mosca ottiene tre volte tanto rispetto a quello che ricava dal gas. Kudrin ha detto che quest’anno verranno spese tutte le entrate provenienti dal settore oil & gas, entrate che però saranno inferiori alle aspettative. Tra sanzioni occidentali e compagnie petrolifere straniere in partenza – che complicano l’estrazione e riducono la domanda – già nel 2022 la produzione di petrolio russa è sulla buona strada per scendere al minimo da 18 anni. L’allarme arriva dal ministro delle Finanze, Anton Siluanov, che nella sua proiezione ha detto che la produzione potrebbe segnare un -17 per cento, al livello più basso dal 2004. E i dati attuali confermano il trend: secondo la Tass, agenzia ufficiale del regime, nella prima metà di aprile la produzione petrolifera ha segnato -7,5 per cento rispetto a marzo. Putin ha promesso di trovare mercati alternativi, ma come avviene per il gas, anche le infrastrutture per l’esportazione di petrolio sono per lo più orientate verso il mercato europeo che assorbe circa il 60 per cento dell’export di greggio. Se l’Ue dovesse arrivare all’embargo completo del petrolio russo l’entità del calo della produzione sarebbe la più significativa dagli anni 90, quando l’industria petrolifera ha sofferto gravemente per mancanza di investimenti. In un contesto di diffidenza globale, embargo e sanzioni la promessa di Putin non è realizzabile, e il settore petrolifero russo non sarebbe più in grado di riprendersi. Le sanzioni quindi stanno funzionando, e insieme al sostegno alla resistenza ucraina sono lo strumento più pacifico per costringere il Cremlino a fermarsi dai suoi propositi e trovare un compromesso con Kyiv facendo tacere le armi. Il progressivo embargo sul petrolio, più semplice da adottare rispetto a quello sul gas, darebbe un colpo durissimo all’economia russa che è già sprofondata nella crisi peggiore da 30 anni. Non si capisce cosa stiano aspettando i governi europei.

Fargli pagare anche i danni

Taglia su Putin: uomo d'affari russo offre un milione di dollari - Il Sole  24 ORE

 Finanziare la ricostruzione dell’Ucraina con i soldi russi? Un modello italiano

Finanziare la ricostruzione dell’Ucraina con gli asset sequestrati alla Russia? La proposta è avanzata dalla Polonia all’Unione europea, e, benché non manchino problemi legali, Bruxelles la starebbe studiando. Il Financial Times cita come esempio quanto fatto dall’Italia con i beni tolti alla mafia e usati per fini pubblici o privati. “Il principio base – dice il viceministro degli Esteri polacco Pawel Jablonski – è che la Russia ha iniziato questa guerra, e deve pagarne i danni”. Negli uffici legali della Ue non mancano le perplessità: si tratta infatti di prevedere in un trattato di pace la clausola delle riparazioni, un costo che dopo le due guerre mondiali venne addossato principalmente alla Germania. Questo però avviene solo dopo una resa, e non pare il caso dell’attuale regime russo. Inoltre c’è il desiderio sottinteso di molti paesi occidentali di ristabilire normali relazioni con una Russia deputinizzata. Ma per la linea dura si sono espressi anche parlamentari americani, repubblicani e democratici. Il costo della ricostruzione dell’Ucraina non è quantificato: Volodymyr Zelensky aveva parlato di 80 miliardi di dollari, cifra che appare inadeguata. A Bruxelles si stimano centinaia di miliardi, e con gli yacht e le ville degli oligarchi si recupera ben poco. Quanto alla confisca italiana dei beni mafiosi, è giunta alla fine di lunghi processi. In realtà il vero tesoro sta nelle riserve in valuta e oro della Banca centrale e di altre aziende russe bloccate in occidente. Ma anche in quel caso si tratta di capire con chi avremo a che fare: se con un dopo Putin o il proseguimento del regime. Il vero senso di queste discussioni sta altrove: intanto che se ne cominci a parlare, come fu tra gli alleati per la ricostruzione di Italia, Germania e Giappone ben prima della fine del secondo conflitto. E, ancora più importante, che ci sarà un nuovo futuro per l’Ucraina, un futuro occidentale e, pur se la cosa appare un po’ cinica oggi, una grande occasione non solo di rilancio ma anche di business, che potrebbe compensare largamente le ricadute delle sanzioni.

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