lunedi` 03 ottobre 2022
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
--int(0)
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE
Segui la rubrica dei lettori?
Clicca qui per condividere
l'articolo sui Social Networks

Bookmark and Share
vai alla pagina facebook
vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

L'esempio di Golda Meir


Clicca qui






Il Foglio Rassegna Stampa
15.03.2022 'Putin vuole fermare l'occidentalizzazione'
Giulio Meotti intervista Max-Erwann Gastineau

Testata: Il Foglio
Data: 15 marzo 2022
Pagina: 2
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «'Putin vuole fermare l'occidentalizzazione'. Parla Gastineau»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 15/03/2022, a pag. II, l'analisi di Giulio Meotti dal titolo " 'Putin vuole fermare l'occidentalizzazione'. Parla Gastineau".

Informazione Corretta
Giulio Meotti

L'Europe centrale contre la religion des droits de l'homme - Causeur
Max-Erwann Gastineau

Roma. "Ne `Lo scontro delle civiltà', un libro tanto commentato quanto poco letto dalle élite europee, Samuel Huntington aveva già annunciato il rischio di futuri conflitti tra Russia e Ucraina, sullo sfondo di una divisione di civiltà, tra una parte occidentale dell'Ucraina rivolta verso occidente e una parte di lingua russa, rivolta verso Mosca". Parlando così al Foglio, Max-Erwann Gastineau dice che era prevedibile questa guerra. Studioso di Europa orientale, su cui ha scritto il premiato libro "Le Nouveau procès de l'Est", nonché editorialista del Figaro, Gastineau dice che "è innanzitutto la paura di vedere l'Ucraina occidentalizzarsi, staccarsi culturalmente dal mondo russo, a spingere Putin a questo intervento militare. Lo attesta un documento dell'agenzia russa Ria Novosti, rivelato dalla Fondazione per l'innovazione politica e la cui pubblicazione sarebbe dovuta avvenire solo dopo la presa di Kiev. `La questione della sicurezza nazionale della Russia (...) non è la ragione più importante'. Si tratta anzitutto di evitare la `derussificazione' dell'Ucraina, `riorganizzandola e riportandola allo stato originario' per riunire `i Grandi Russi, i Bielorussi e i Piccoli Russi' e riportare così la Russia `alla sua integrità storica'. Leggere come le élite dominanti russe rappresentino a sé stesse la guerra di civiltà che hanno deliberatamente scatenato è fondamentale per capire cosa sta succedendo alle porte dell'Unione europea: la fine di un mondo, quello che conosciamo dalla caduta del Muro di Berlino. E l'avvento di una nuova `multiciviltà' (Huntington), segnata cioè da un processo di `de-occidentalizzazione' dei riferimenti e degli ideali".

Sul Figaro lei ha appena scritto che Putin vuole mettere fine al "tempo dell'imitazione". "L'espressione risale a Ivan Krastev e Stephen Holmes. L'era dell'imitazione descrive una fase durante la quale il mondo era più o meno diviso in due; da un lato, soggetti imitati (paesi occidentali), vincitori della Guerra fredda, detentori di un modello invidiato, presentato da Francis Fukuyama come insuperabile; dall'altro, soggetti imitatori (paesi post comunisti), prima o poi chiamati ad adottare i canoni del modello occidentale basato su democrazia, diritti umani ed economia di mercato. L'èra dell'imitazione è entrata in crisi perché, contrariamente a quanto si pensava, gli `standard occidentali' non hanno rivelato la loro universalità. L'ingiunzione all'occidentalizzazione ha funzionato in alcuni paesi, ma ha anche generato delusioni altrove. In Russia, gli anni 90 o della transizione (concetto che caratterizza il passaggio da un regime autoritario a un regime liberale) sono stati caratterizzati da un drastico calo della speranza di vita (da 70 anni a 64 anni tra il 1989 e il 1995), dall'esplosione di suicidi e livelli di alcol. In Polonia o in Ungheria, paesi dominati negli ultimi anni dal sorgere di una critica al modello liberale occidentale, gli anni dell'imitazione sono stati sinonimo di promessa, sviluppo economico, ma anche frustrazione. Come riportano Krastev e Holmes, imitare un modello straniero non è mai neutrale. Ciò implica la rinuncia a una parte di autonomia, accettando di essere solo la copia di un modello i cui titolari manterrebbero il diritto di valutarne la corretta applicazione. Ciò implica, in altre parole, una perdita di sovranità psico-politica, che potrebbe essere compresa alla fine del comunismo, quando il divario tra il successo occidentale e il crollo del blocco orientale richiedeva di trarre ispirazione da ciò che funzionava, ma che non può più essere accettata dopo la crisi economica del 2008 e la crisi migratoria del 2015, né dopo i fallimenti degli interventi effettuati in Libia, Iraq o Afghanistan: questi eventi hanno tutti, a diversi livelli, svelato agli occhi del mondo il declino dell'occidente. E' vero che la vita in stile occidentale può continuare ad attrarre persone (lo vediamo soprattutto tra i giovani africani), ma la superiorità morale dell'occidente, che ha legittimato le sue rimostranze e i suoi interventi, è svanita. Il mondo non occidentale ha guadagnato fiducia, si sta affermando sulla base del proprio sistema di valori. Entriamo nella `età dell'affermazione'. Lo vediamo con l'Asia, i cui stati, siano essi democratici o autoritari, si stanno affermando sulla base di modelli di sviluppo e specifici riferimenti culturali, siano essi buddisti o confuciani, comunque abbastanza lontani dai nostri canoni liberali. In un discorso del luglio 2014, il capo del governo ungherese Viktor Orbán, la cui filosofia ho studiato da vicino, ha chiamato - segno dei tempi! - i paesi dell'Unione europea ad aprirsi ad altri modelli: `Un tema ricorrente nel pensiero politico oggi è capire sistemi che non sono occidentali, non liberali, non democrazie liberali, forse nemmeno democrazie, e che portano ancora successo alle loro nazioni, Singapore, Cina, India, Russia, Turchia"'.

La Russia putiniana dunque come nemesi dell'occidente. "La Russia sta scatenando passioni che per ragioni perfettamente legittime ci sbalordiscono sull'aggressione dell'Ucraina. Attenzione, però, a non lasciarci dominare da un manicheismo semplificatore! Il sentimento di vendetta che anima Putin non giustifica nulla, ma svela un processo iniziato con il crollo del blocco orientale e in seguito al quale l'occidente si è creduto per sempre libero dalla tragedia. L'imperialismo russo ci ricorda le nostre mancanze e la necessità di aprirci al mondo, alle rappresentazioni che lo dominano. Dopo gli attacchi islamisti, molte sono state le reazioni che hanno voluto vedere nei jihadisti l'opera di `pazzi', `squilibrati' la cui `radicalizzazione' poteva essere scongiurata come si fa con un malato. Come se fosse impossibile avere nemici, condividere un mondo con persone che odiano ciò che siamo e rappresentiamo... Questo argomento della follia è ancora una volta fiorente per descrivere Putin. Ma il leader del Cremlino non è pazzo. Possiamo interrogarci sulla sua psicologia, le sue paranoie, le sue debolezze. Ma non si può negare che abbia una visione. Non si può negare che il Cremlino abbia degli obiettivi, che abbiamo motivo di voler contrastare per salvare il popolo ucraino e la pace nel Vecchio continente, ma che dovranno essere presi in considerazione. L'Europa deve urgentemente reimparare a considerare realtà che non le sono proprie e prendere atto della pluralità del mondo. Non siamo soli. Come ha scritto il grande storico francese Fernand Braudel, evidenziato da Samuel Huntington nella sua opera: `Per chiunque sia interessato al mondo contemporaneo e, a fortiori, voglia agire su questo mondo, conviene sapere riconoscere su una mappa del mondo quali civiltà esistono oggi, per poter definire i loro confini, il loro centro e la loro periferia, le loro province e l'aria che vi si respira, le forme generali e particolari che esistono e che vi si associano' ".

Lei ha scritto che Palmira è stata un punto di svolta per Putin nel presentare la Russia come una salvatrice. "Quando salì al potere, Putin intendeva ripristinare la fiducia del popolo russo nel suo stato. Uno stato economicamente e geostrategicamente indebolito. Il suo obiettivo può essere riassunto come segue: liberare la Russia dall'ingiunzione all'occidentalizzazione. Gli anni Duemila sono stati anni di emancipazione. Mosca si afferma. Putin riprende gli argomenti `umanitari' usati dalle amministrazioni Clinton nell'ex Jugoslavia e da Bush in Iraq per legittimare i suoi interventi in Ucraina e Georgia (il Cremlino parla poi di `preservare la sicurezza delle popolazioni di lingua russa'). Questa mimica intelligente, questa simulazione al contrario dell'occidente, raggiunge il suo culmine in Siria. Per celebrare la vittoria contro lo Stato islamico a Palmira, l'esercito russo organizza un concerto di musica classica. Le sinfonie di Bach, Prokofiev e Shchedrin risuonano sulle mura dell'antica città, dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco. Prima di questo concerto, Putin interviene su uno schermo installato per l'occasione. Alla presenza di una delegazione dell'Unesco e di giornalisti da tutto il mondo, Putin invita la comunità internazionale a unirsi alle sue spalle per salvare la Siria. L'immagine è perfetta. Lo studente russo supera il maestro occidentale. La Russia si pone non solo come soldato di pace, come baluardo contro la barbarie islamista, ma anche come custode di una certa idea di civiltà. Un atto che va di pari passo con un discorso sempre più conservatore a Mosca, dove Putin si afferma contro un `occidente che dimentica le sue tradizioni', minandone le basi a favore di un liberalismo obsoleto'. L'opinione pubblica russa continua la stessa evoluzione. I sondaggi riflettono questa severità verso un'Europa presentata come permissiva e conquistata da un relativismo morale e culturale distruttivo. Putin disprezza il `modello occidentale' e giudica l'occidentalizzazione dell'Ucraina un pericolo per l'unità del mondo russo".

Eppure, l'occidente sembra incapace di cogliere l'entità di questo choc di civiltà. "La mia paura è vedere l'Europa uscire da questa guerra ancora più convinta della necessità di `bunkarizzarsi' di fronte a un mondo che non comprende più", conclude Gastineau il suo colloquio col Foglio. "Non dobbiamo essere convinti della nostra eccezionalità, ma della nostra singolarità. Che è abbastanza diverso. La sensazione di formare una cieca eccezione genera un complesso di superiorità, una sufficienza che impedisce il dubbio e il dialogo. Al contrario, il sentimento di essere singolari apre alla differenza, all'umiltà. E' perché so di essere diverso che integro l'esistenza di altri modi di essere e di pensare. La consapevolezza di essere unici ci permette di prendere coscienza di ciò che ci distingue dagli altri. E' la madre della cooperazione, come quella che un giorno dovremo reinstaurare con la Russia. Perché non abbiamo scelta. Il paese di Tolstoj e Dostoevskij ci sarà ancora domani senza Putin, sarà sempre il nostro vicino, questo grande paese la cui storia e cultura si intrecciano con la storia e la cultura europea".

Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/5890901, oppure cliccare sulla e-mail sottostante

lettere@ilfoglio.it

Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui
www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT