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Il Foglio Rassegna Stampa
02.11.2021 L'Iran nucleare e l'attesa ipocrita dell'Occidente
Commenti di Daniele Raineri, Cecilia Sala

Testata: Il Foglio
Data: 02 novembre 2021
Pagina: 1
Autore: Daniele Raineri - Cecilia Sala
Titolo: «Iran e bombe - Iran e diplomazia»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 02/11/2021, a pag.1, con il titolo "Iran e bombe", l'analisi di Daniele Raineri; con il titolo "Iran e diplomazia", l'analisi di Cecilia Sala.

Ecco gli articoli:

Daniele Raineri: "Iran e bombe"

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Daniele Raineri

Roma. Poco prima di lasciare Roma dove era stato per il G2O, il presidente americano, Joe Biden, ha risposto ai giornalisti americani che gli chiedevano se avrebbe ordinato una risposta contro il recente attacco da parte dell'Iran contro i soldati americani: "Si, ci sarà una risposta. Continueremo a rispondere". Di che attacco si tratta? Il 20 ottobre c'è stata un'operazione contro una base americana in Siria che porta tutti i segni delle attività militari dell'Iran all'estero, ma è passata perlopiù inosservata e si è persa tra le altre notizie che arrivano a ciclo continuo e caotico dalla regione. Cinque droni-suicidi, che esplodono a contatto con il bersaglio, e alcuni razzi hanno colpito nello stesso momento la base americana di al Tanf nel deserto siriano, vicino al confine con l'Iraq. I droni non sono lanciati dal territorio iraniano ma dalle milizie filoiraniane (nel senso che prendono finanziamenti, anni e ordini dall'Iran) come Kataib Hezbollah che occupano la regione tra Siria e Iraq. Tre droni sono arrivati dal lato siriano e due dal confine con l'Iraq e questo lascia immaginare che più milizie si siano coordinate tra loro. Questi tipi di attacchi sono meno rari di quanto crediamo - per citarne uno che fece notizia: il 14 aprile un drone esplosivo centrò l'hangar dell'aeroporto militare di Erbil che la Cia usava come sua base principale in Iraq. A gennaio 2020 tutto il mondo aspettò con il fiato sospeso che l'Iran sparasse missili balistici contro le basi americane in Iraq come rappresaglia per l'uccisione del generale iraniano Qassem Suleimani, colpito da un drone americano a Baghdad, come poi avvenne. Questo attacco contro al Tanf è una replica in piccolo - perché i droni portano molto meno esplosivo e quindi causano meno distruzione - di quella notte molto tesa ma non è diventato una questione internazionale. Forse perché non ci sono state vittime grazie a un'operazione dell'intelligence americana: sei giorni fa i media hanno scoperto che il Pentagono ha evacuato duecento soldati da al Tanf con aerei da trasporto nelle ore che hanno preceduto l'attacco e ne ha lasciati a terra soltanto una ventina (in pratica: la base era quasi vuota) grazie a informazioni raccolte in anticipo. O forse perché il trucco dell'Iran di agire tramite di milizie irregolari funziona ancora in modo eccellente. Fa comodo a tutti, dall'Amministrazione americana all'Iran fino alla comunità internazionale, non attribuire con precisione queste operazioni perché se cominciassero le accuse dirette si andrebbe con rapidità verso la guerra. Non cambia la sostanza: i soldati americani hanno abbandonato una base in Siria per sfuggire a un bombardamento ordinato dall'Iran. Per questo motivo i giornalisti americani a Roma hanno chiesto a Biden se risponderà e lui ha detto sì e anche che "continuerà a rispondere". Questa frase fa intendere che il presidente americano non si discosterà dalla linea tenuta finora: continuerà la diplomazia con l'Iran - perché in questo periodo si parla molto di come riportare in vita con urgenza l'accordo sul nucleare del 2015 - e ordinerà raid aerei contro le basi delle milizie filoiraniane in Siria e in Iraq, come ha già fatto due volte da quando si è insediato a gennaio.

Cecilia Sala: "Iran e diplomazia"

Cecilia Sala (@ceciliasala) | Twitter
Cecilia Sala

Roma. La questione dell'accordo sul nucleare iraniano stava diventando uno strazio. Sabato, a margine del G20, c'è stata una riunione per discutere di come invertire la rotta tra Joe Biden e i tre grandi dell'Europa geografica: Germania, Regno Unito e Francia. Per la prima volta da tempo, anche gli europei e perfmo la più cauta Angela Merkel sembrano convinti che a questo punto aumentare la pressione su Teheran sia l'unica cosa da fare. Nella dichiarazione congiunta si dicono "sempre più preoccupati" e denunciano "gli avanzamenti provocatori sul nucleare" della Repubblica islamica. I problemi sono due. Innanzitutto è da mesi che gli iraniani, con cadenza regolare, promettono di tornare al tavolo dei negoziati di Vienna-dove non si fanno più vedere da giugno -ma non fissano mai una data e agli occhi degli stranieri questa pratica sembra ormai una barzelletta. Adesso c'è la promessa di presentarsi entro il mese di novembre e che nel corso di questa settimana sarà comunicata la data precisa. Gli occidentali si augurano che sia la volta buona, perché finora agli annunci seguivano ripensamenti, richieste incomprensibili o pretese impossibili, come quella secondo cui - prima di tutto - gli Stati Uniti avrebbero dovuto rimuovere le sanzioni e vincolarsi a rimanere nell'accordo per sempre. Ma gli americani avevano già spiegato agli iraniani che Biden non ha certo il potere di impedire ai prossimi presidenti ciò che la Costituzione americana consente loro, cioè - tra le altre cose - fare e disfare gli accordi stipulati con attori stranieri. Per un pretesto di un tipo o di un altro, alla fine si fermava tutto. Tutto tranne le centrifughe iraniane. E qui arriva il secondo problema. Dopo che Donald Trump nel 2018 ha abbandonato il patto siglato con la Repubblica islamica dal suo predecessore, l'Iran ha progressivamente ricominciato ad arricchire l'uranio. A gennaio 2020, dopo l'assassinio del generale Qassem Suleimani, il Parlamento della Repubblica islamica ha stabilito il superamento dei limiti imposti dall'accordo (arricchimento al 3,67 per cento) e ha ridotto l'accesso alle centrali da parte dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica. A novembre, dopo l'uccisione dello scienziato padre del programma nucleare Mohsen Fakhrizadeh, hanno deciso che l'arricchimento dell'uranio sarebbe arrivato al 20 per cento. Ad aprile, dopo il sabotaggio contro il sito di arricchimento di Natanz, gli iraniani hanno dichiarato che avrebbero arricchito al 60 per cento e poi lo hanno fatto. Anche se l'uranio arricchito - in presenza di un nuovo accordo - si può trasportare fuori dai confini, i progressi fatti in termini di knowhow sono irreversibili. Per tutto questo gli occidentali non credono che Teheran stia prendendo tempo in buona fede. Stanno perdendo la pazienza ed entro novembre vogliono andare al "vedo" di questa partita di poker. Biden ha detto che i negoziati riprenderanno presto, ma è suonato come un ultimatum. Il suo consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan ha aggiunto che sono "l'unico modo per evitare una pericolosa escalation" ma "non è chiaro se gli iraniani vogliano davvero riprendere i colloqui". L'inviato speciale per l'Iran Rob Malley è stato più apocalittico: "Prepariamoci all'eventualità di un mondo dove Teheran non ha vincoli al suo programma nucleare". Mentre parlavano, sui cieli del Golfo persico andava in scena un'esercitazione congiunta con un bombardiere americano scortato da aerei caccia israeliani, egiziani e sauditi che sembrava proprio un avvertimento all'Iran.

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