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Il Foglio Rassegna Stampa
08.05.2021 Francia: Didier Lemaire, professore nel mirino
Commento di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 08 maggio 2021
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Il professore nel mirino»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 08/05/2021, a pag.I, con il titolo "Il professore nel mirino", l'analisi di Giulio Meotti.

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Giulio Meotti

Didier Lemaire, un altro prof minacciato dagli islamisti - La Nuova Bussola  Quotidiana
Didier Lemaire

Il primo che dice la verità, deve essere giustiziato", cantava Guy Béart. E' quello che molti vorrebbero fare a Didier Lemaire. Non gli è più possibile tornare nella sua città. E quando ci va, è sempre accompagnato da due macchine della polizia. La sua ultima visita a Trappes è stata a marzo, per un documentario. Gli è stata concessa solo una ripresa di cinque minuti davanti alla stazione di polizia, circondato da una dozzina di agenti. Il resto del tempo è dovuto rimanere nascosto in auto. Uno dei poliziotti gli ha detto: "Se tirano fuori i kalashnikov, non abbiamo niente con cui rispondere, quindi non resteremo a lungo". Poi è stato scortato in un albergo, sorvegliato da quattro agenti, per condurre l'intervista. Didier Lemaire non è un pentito di mafia o un collaboratore di giustizia. Non ha fatto saltare in aria autostrade o sciolto nell'acido dei bambini.

E' un professore di Filosofia e insegnava in un liceo di Trappes. Dopo aver visto la sua città sprofondare nel comunitarismo, nell'islamizzazione e dietro a lugubri veli scuri, Lemaire ha rilasciato a febbraio una intervista al settimanale Le Point: "Trappes è perduta". Ha anche scritto una lettera sull'Obs, in cui chiedeva al governo di intervenire. Arrivano le minacce di morte e gli viene assegnata una scorta. La pressione diventa enorme e Lemaire è costretto a smettere di insegnare e a lasciarsi alle spalle la vita di prima. "Combatto, prima di tutto, perché i giovani di Trappes possano diventare francesi come gli altri, cosa che non sono più, visto il controllo sociale esercitato su questa città dai salafiti", racconta Lemaire al Foglio nella prima intervista a un giornale italiano. "Mi batto perché i nostri concittadini sappiano come la Repubblica sta abbandonando certi quartieri, perché Trappes è solo un esempio tra tanti. Mi batto perché questo paese prenda la misura del pericolo che lo minaccia. Tuttavia, dopo l'assassinio di Samuel Paty, non c'è stato alcun dibattito in Francia. L'emozione e gli omaggi sono serviti più a esonerare i rappresentanti della nazione dalla loro responsabilità politica che a onorare la memoria del professore. Non è stato possibile mettere in discussione le scelte fallite nella lotta contro l'offensiva islamista. Inoltre, l'unanimità ha oscurato le posizioni delle varie parti. Quattro "E' in corso l'islamizzazione salafita di tante città. Poi c'è il progetto di Erdogan che ha due leve: i migranti e i turchi in Europa" "E' una nuova versione del peccato originale: siete colpevoli non delle vostre azioni ma di essere `bianchi' odi essere i discendenti dei vostri antenati" mesi dopo, la mia testimonianza ha permesso ai francesi di interrogarsi e prima di tutto di vedere chi rifiutava l'evidenza e chi sosteneva un insegnante minacciato di essere `il prossimo Paty'. Questo ha permesso di far cadere le maschere di gran parte della sinistra, quasi tutte. Ne sono felice. Ho ricevuto molto sostegno: dai francesi, che mi hanno scritto, dagli intellettuali, dai giornalisti e da alcune personalità politiche. Questo mi ha aiutato ad affrontare le calunnie e i tentativi di screditare la mia parola". Ne valeva la pena? "Sì, perché se tutti tacciono le pietre non grideranno. Non possiamo continuare a nascondere o relativizzare un fenomeno sociale che costituisce una tale minaccia alle nostre vite, alle nostre istituzioni e alla pace civile. Nei prossimi mesi, avrò di nuovo l'opportunità di partecipare al dibattito pubblico. Certo, sono triste di non poter più esercitare la mia professione, insegnare filosofia ai giovani. Ma se posso servire il mio paese in questo modo, lo accetto senza rimpianti". Oggi è una delle personalità più protette dell'Esagono. "L'ultima volta che sono tornato a scuola è stato per quindici minuti, solo per prendere alcune cose. La polizia ha dovuto assicurare il mio arrivo e accompagnarmi dentro la scuola. Qualche giorno dopo ho rilasciato un'intervista davanti alla stazione di polizia di Trappes. Cinque minuti. I poliziotti, che erano molto numerosi, non hanno voluto correre il rischio che l'intervista durasse di più. Non erano equipaggiati per affrontare armi da guerra. Non mi è stato permesso di scendere dalla macchina, nemmeno per pochi secondi, davanti al cancello della scuola. Era domenica, la scuola era chiusa, le strade tranquille. D'ora in poi non potrò più andare in questa città senza mettermi in serio pericolo. I miei agenti di sicurezza hanno rifiutato altri luoghi vicino a Parigi per realizzare interviste con altri giornalisti. Così come molti personaggi pubblici nel nostro paese, ora vivo sotto la protezione della polizia. Sapevo che parlando si sarebbe posta la questione della mia sicurezza. Ma non sono l'unico in questa situazione. Dall'omicidio di Samuel Paty, almeno sei insegnanti o presidi di scuola hanno ricevuto minacce di morte dagli islamisti. A Nimes, per esempio, il direttore di una scuola è stato minacciato da un genitore di un alunno, iscritto nella lista di sospetti radicalizzati e già condannato per atti di violenza, che gli ha detto nel cortile della scuola: `Ti farò peggio che a Paty'. Lo hanno condannato a sei mesi di braccialetto elettronico. Tanto valeva dargli il diritto di uccidere. Le minacce contro gli insegnanti si moltiplicheranno a causa dell'ideologia del vittimismo".

Ha criticato duramente settori della sinistra francese. "La colpa della sinistra è di aver tradito i principi repubblicani. C'è persino una parte della sinistra francese che oggi rasenta l'antisemitismo e l'antirazzismo razzista, con questa ideologia identitaria chiamata `decolonialismo', che consiste nel pensare che i francesi di oggi dovrebbero pentirsi dei crimini del passato. E' una nuova versione del peccato originale: siete colpevoli non delle vostre azioni ma di essere nati `bianchi' o di essere i discendenti dei vostri antenati. L'idea che ha fondato il nostro paese è che lo stato riconosce una sola comunità, quella nazionale. Per essa, e per la legge, ci sono solo individui uguali. Abbandonando questa idea, in nome di una concezione tribale dell'uomo, dove gli individui svaniscono di fronte alla propria appartenenza a una presunta 'comunità', musulmana, nera, omosessuale, lesbica, transgender e non so cos'altro, la sinistra sprofonda in nuove ideologie totalitarie. Nel caso che mi riguarda, il Partito socialista e i Verdi hanno preferito prendere le parti del sindaco di Trappes, che mi ha designato come bersaglio degli islamisti accusandomi di `stigmatizzare' la città e di danneggiare i giovani di Trappes, piuttosto che sostenermi. Questo sindaco è venuto anche a distribuire volantini contro di me a scuola, cosa che è severamente vietata dalla legge. Ma nessun ministro ha perseguito questo funzionario eletto. Questa `sinistra' ha fatto alleanze regionali con l'altra parte della sinistra che si allea con gli islamisti. Doveva scegliere in quale campo stare, senza ambiguità. E' la sinistra che un giorno piange la morte di Samuel Paty ma quello dopo sceglie il comunitarismo e il salafismo contro un professore di Filosofia repubblicano". Lo stesso vale per il nuovo antirazzismo. "Se parliamo di `cultura occidentale', parliamo essenzialmente della democrazia e dei suoi fondamenti umanistici. Perché si sta diffondendo questo antirazzismo razzista? Probabilmente perché i politici di oggi sono incapaci di fare qualcosa di diverso dalla comunicazione a breve termine. Non hanno un progetto storico, non propongono niente ai cittadini che permetta loro di trascendersi. Mi sembra che abbiamo dimenticato ciò che siamo per ragioni principalmente politiche. E' il vuoto abissale della comunicazione di massa. Questa ideologia `antirazzista', vittimizzando una parte della popolazione, ha l'effetto di alimentare l'islamismo generando l'odio senza il quale non potrebbero esserci azioni violente. I nazisti un tempo prosperavano facendo credere ai tedeschi di essere vittime degli ebrei, che rubavano la loro cultura, e degli slavi, che rubavano il loro territorio. Questo è esattamente ciò che gli ideologi `antirazzisti' stanno facendo oggi. Gridano al razzismo per instillare l'odio, come hanno fatto quelli sospettati di complicità nell'omicidio di Samuel Paty. E' questo `antirazzismo' che uccide e che la sinistra accredita". E' ancora presto, dice Lemaire, per capire l'impatto che la decapitazione di un professore ha avuto sulla società e la cultura. "E' troppo presto per rispondere a questa domanda. In primo luogo, ci si è limitati a un'inchiesta giudiziaria. Gli storici dovranno dare uno sguardo più generale e porsi la questione della responsabilità delle istituzioni e dei governi. Hanno protetto questo professore in un contesto che nessuno può ignorare? Tra qualche mese, sono sicuro che gli intellettuali avranno il senno di poi necessario per analizzare l'accaduto. Questo assassinio segna una svolta nell'opinione pubblica? Vedremo. Sembra che i francesi, che finora si sono rassegnati alle uccisioni islamiste, non riescano più a contenere la loro emozione con fiori e candele. Forse. Questo sarebbe il possibile inizio di un cambiamento. Ma è anche possibile che questo omicidio rafforzi la paura e la codardia nelle scuole. In Francia, un insegnante su due si rifiuta di insegnare principi che potrebbero portare a conflitti in classe. Secondo un sondaggio Ifop, il 49 per cento degli insegnanti di scuola secondaria dice di essersi censurato in classe. Questo dimostra lo stato di decadenza del nostro paese, che è incapace di trasmettere i principi su cui si basa: ragione, libertà e rispetto dell'individuo. Quindi, davvero, non so come rispondere alla sua domanda. In ogni caso, l'indagine ha dimostrato che l'assassino avrebbe potuto uccidere chiunque altro. La sua scelta è stata guidata da persone che sono state vittimizzate e da un noto ideologo islamista a cui lo stato ha permesso di agire per anni. Quando dico lo stato, intendo i vari ministri dell'Interno che sono responsabili della sicurezza dei francesi. L'assassino ha dichiarato guerra al presidente della Repubblica in un messaggio appositamente indirizzato a lui. Qual è stata la risposta del presidente? `Non passeranno'. E' una risposta degna di un capo di stato?". Molti intellettuali come lei sono preoccupati. La disintegrazione è evitabile? "Stiamo scivolando verso una situazione in stile algerino. Certamente, gli `attacchi' sono evitati grazie agli sforzi senza precedenti dell'intelligence e della polizia (37 in quattro anni, secondo le cifre ufficiali). Ma se abbandoniamo intere città come Trappes agli islamisti, lasciamo che i vivai di assassini si sviluppino ovunque nel paese. Non vedo come si possa evitare, tra qualche anno, un'impennata di questo odio. La situazione di oggi è stata prevista dagli storici e dagli ispettori dell'Istruzione nei primi anni Duemila. Ma nessuno voleva ascoltarli. La disintegrazione è evitabile? Sì, ma perché questo accada, un candidato alla presidenza dovrebbe presentare una vera strategia di lotta contro l'islamismo e proporre chiaramente questo progetto al popolo francese. Non sto parlando di promesse o misure vaghe che sono solo annunci e dilettantismo. Alla polizia e alla magistratura dovrebbe essere restituito il potere di garantire la sicurezza e le libertà dei francesi. Porre fine a questa `tolleranza' dirottata dagli islamisti. Riprendere il controllo dell'immigrazione, riformare la scuola, che è un salasso finanziario per il paese dai risultati particolarmente mediocri, rivedere le nostre alleanze internazionali. Tutto questo richiede molta riflessione. Governare non è improvvisare. Ma non vedo nessun partito oggi preparare un piano con obiettivi chiari, tappe e un calendario. Nessun candidato della sinistra porterà ovviamente un piano del genere. Per quanto riguarda i potenziali candidati di destra, non vedo nessuno di loro, per il momento, pensare a un progetto sincero. Invece, sembrano essere occupati a fare calcoli meschini sulle loro possibilità di salire alle alte cariche.

Quindi, che vincano o perdano, che differenza farebbe? Nel caso improbabile di una vittoria di Marine Le Pen, probabilmente cadremmo in una situazione incontrollabile con una conflagrazione in periferia. Il populismo nazionalista non farebbe che indebolire la democrazia. Non risolverebbe il problema dell'islamismo perché non ha un programma serio e difende principi che non sono repubblicani. Per evitare la disintegrazione, è urgente raccogliere le volontà per costruire un piano di recupero di cui il nostro paese ha bisogno". Qual è il rischio per l'Europa se questo processo di islamizzazione di molte città non si ferma in tempo? "L'Europa, se intendiamo con questo l'entità economica e territoriale che è l'Unione europea, sta subendo una progressiva islamizzazione di tipo salafita. Ma è anche minacciata dal progetto della Fratellanza Musulmana di restaurare l'impero ottomano. La Turchia ha due leve a sua disposizione per esercitare una pressione politica sull'Europa: la leva dei migranti e la leva delle popolazioni turche immigrate, soprattutto in Germania e in Francia. Queste due leve potrebbero essere utilizzate per assestare un colpo fatale alle nostre democrazie. La debolezza politica dell'Europa è pari alla sua forza economica. L'Europa è un colosso economico e un nano politico. Abbiamo visto recentemente come i rappresentanti di questa Europa si sono inchinati, e non solo simbolicamente, al sultano Erdogan. Senza una leadership, senza un progetto politico, l'Europa scomparirà". Proprio mentre finiamo di parlare esce un appello di venti generali francesi al presidente e al governo che evoca lo scenario della guerra civile. Poi un altro, rivolto ai parlamentari: "Ci è stata dichiarata una guerra ibrida, è multiforme e finirà nel migliore dei casi con una guerra civile, o nel peggiore con una sconfitta crudele senza futuro". Altri rispolverano una frase del generale Charles de Gaulle che, ad Alain Peyrefitte, spiegò così l'uscita dall'Algeria: "Altrimenti il mio villaggio non si chiamerà più `Colombey le due chiese', ma `Colombey le due moschee". Oggi di moschee Colombey ne ha tre.

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