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Il Foglio Rassegna Stampa
12.05.2011 Libia: la Cina ha autorizzato i bombardamenti, ma tifa per Gheddafi
analisi di Daniele Raineri, redazione del Foglio

Testata: Il Foglio
Data: 12 maggio 2011
Pagina: 1
Autore: Redazione del Foglio - Daniele Raineri
Titolo: «In Libia c’è una pista cinese sul mistero - Truffa cinese a Tripoli - Muhammar le Mokò»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 12/05/2011, in prima pagina, l'articolo dal titolo "In Libia c’è una pista cinese sul mistero ", l'articolo dal titolo " Muhammar le Mokò  ", a pag. I, l'articolo di Daniele Raineri dal titolo " Truffa cinese a Tripoli".
Ecco i pezzi:

" In Libia c’è una pista cinese sul mistero "


Cina

Roma. “In Libia nulla è come appare”, ha detto ieri il ministro degli Esteri Franco Frattini, ribadendo che Muammar Gheddafi “non è mai stato l’obiettivo della missione” internazionale, che punta a “proteggere i civili” per evitare un “bagno di sangue”. Nell’illusione ottica, il colonnello è scomparso, forse è stato ferito, forse è fuggito, come sostengono alcuni ribelli (quelli dell’Intifada 17 febbraio): sarebbe stato trasferito a 500 chilometri da Tripoli, in qualche luogo non ben precisato nel deserto di Ash Shurayf, e sarebbe già pronto un piano di evacuazione verso l’amatoodiato Ciad. Il vescovo di Tripoli, Giovanni Innocenzo Martinelli, dice che il colonnello è “di certo vivo”, in un posto sicuro, probabilmente colpito, sicuramente “scosso”. La Nato continua a ostentare freddo disinteresse per le sorti del colonnello libico, mentre celebra la riconquista dell’aeroporto di Misurata da parte dei ribelli, dopo due mesi di combattimenti. L’eliminazione di Gheddafi “non è la soluzione del problema”, ha confermato sempre ieri Frattini, e questa di certo è un’illusione ottica. Perché ancora ieri Tripoli è stata bombardata, perché le Nazioni Unite implorano per un cessate il fuoco ma non s’aspettano di essere ascoltate, perché il “regime change” in Libia è sempre stato l’obiettivo di questa missione, all’inizio taciuto, poi esplicitato, certo non incluso nella risoluzione dell’Onu che ha autorizzato la campagna. Non era possibile includerlo: Stati Uniti, Regno Unito e Francia non fanno mistero della loro volontà di vedere Gheddafi in fuga da Tripoli, ma molti altri paesi si terrorizzano soltanto all’idea. La Russia chiede una nuova risoluzione per giustificare l’escalation (la Nato ovviamente nega che ci sia un’escalation), la Cina invece trema in silenzio (vedi Inserto I) e alimenta voci sul suo vero ruolo nel sostegno al regime. Secondo alcune fonti di intelligence, riportate anche dal sito israeliano Debka, un’ambasciata straniera dà l’allarme al regime quando stanno per iniziare i raid della Nato, fornendo i dettagli degli obiettivi che saranno colpiti. Secondo altre fonti di intelligence, gli “stranieri” sarebbero i cinesi, che in queste ore starebbero aiutando il colonnello Gheddafi a nascondersi, a curarsi e, se proprio dovesse andare male, a fuggire. I precedenti storici alimentano la teoria cinese. Nel maggio del 1999, a Belgrado, gli americani bombardarono l’ambasciata cinese: “Un tragico errore”, si giustificarono. Poi si scoprì che nell’ambasciata si nascondeva l’élite del servizio segreto militare yugoslavo, e che Pechino, in cambio dell’ospitalità, si faceva consegnare i pezzi di aerei americani abbattuti dalla contraerea serba: famoso è rimasto il motore di un F-117 Stealth, caccia invisibile ai radar, servito per lo sviluppo del gemello cinese, il Chengdu J-20. Oggi la Serbia è uno dei grandi sostenitori del regime di Gheddafi, assieme alla Cina. Del resto in Libia nulla è come appare.

Daniele Raineri : " Truffa cinese a Tripoli  "


Daniele Raineri

Il governo rivoluzionario cinese tollera male le rivoluzioni altrui. In Libia è da subito un disastro, soltanto nella prima settimana di violenze a metà febbraio il ministero del Commercio di Pechino conta 27 stabilimenti e cantieri di imprese cinesi – in gran parte di stato – “attaccati e devastati”: edifici distrutti, macchinari e veicoli rubati o incendiati, denaro rubato assieme a tutto quello che era possibile portare via. Non è considerata lotta di popolo: il ministero degli Esteri mostra pochissima comprensione e dice che sono “razzie di gangster contro i nostri siti”. Zheng Wei, professore di Gestione del rischio e assicurazioni alla facoltà di Economia della capitale, rumina saggiamente che la Cina è troppo frettolosa negli investimenti e non considera i pericoli geopolitici, soprattutto in questi staterelli africani che sono sempre sull’orlo di spaventose instabilità e che finisce per bruciarsi – e anche, Zheng Wei non lo dice, a sognare il ritorno della Libia come era prima. Quindi: Gheddafi al potere, un’intesa di ferro con Pechino primo partner commerciale, importanti forniture di greggio, 36 mila lavoratori cinesi impegnati in progetti per 19 miliardi di dollari. Progetti come la costruzione di due ferrovie, direttrice est ovest sulla costa per 350 chilometri, e nord sud verso l’interno desertico per 800 chilometri, vinte dalla Compagnia delle ferrovie cinesi per un compenso da 2,6 miliardi di dollari. Pechino comincia bene. A salvare i propri lavoratori manda la fregata lanciamissili da 4.000 tonnellate e di ultima generazione Xuzhou, staccandola dalla sua missione anti pirateria davanti alle coste dello Yemen. E’ la prima missione della marina cinese nel Mediterraneo. Curioso: la fregata non ha quasi posti disponibili, non può portare al sicuro molti compatrioti, a quello pensano i voli charter che atterrano e ripartono da Egitto e Tunisia, e le navi commerciali greche noleggiate per l’emergenza. La Xuzhou lancia al mondo un altro messaggio: siamo qui, siamo una presenza con legittimi interessi in quest’area, non permetteremo troppi danni. Che differenza con vent’anni fa. Quando nel 1991 i cinesi furono costretti a evacuare l’ambasciata e il consolato a Mogadiscio e Chisimaio, tra le fiamme della guerra civile somala, furono costretti a far deviare un loro bastimento commerciale che transitava per caso al largo della costa africana e a organizzare un ponte navale – per impossibilità di attraccare – con alcuni battelli noleggiati al momento da pescatori locali per raccogliere il proprio personale. Oggi Qu Xing, presidente di un think tank statale di geopolitica, va alla tv statale a dire: “Non importa che cosa pensano i media stranieri della Cina, dovranno per forza essere d’accordo sul fatto che la Cina sta mostrando l’efficienza, il potere e la mobilità per affrontare questo tipo di attività”. Da aggiungere alla lista delle motivazioni cinesi: non ci sono soltanto greggio e appalti di Daniele Raineri ferroviari da miliardi di dollari, Pechino considera la Libia un test dove mostrare la faccia e dove dimostrare la propria raggiunta superiorità internazionale. Difendere il Mao africano. La Cina non blocca la risoluzione delle Nazioni Unite che autorizza l’intervento occidentale in Libia, capisce che sarebbe un punto d’ostinazione troppo costoso da mantenere, non glielo perdonerebbero. A parte le accuse di collusione con Gheddafi, che in quei giorni sta bombardando indiscriminatamente le proprie città – come se già non bastassero le accuse di complicità commerciale con i peggiori regimi africani, Zmbabwe e Sudan inclusi – chi li sente poi tutti i paesi arabi che odiano il colonnello? La Cina è un paese senza petrolio e un cliente dell’Arabia Saudita, il re vorrebbe vedere il regime di Gheddafi spazzato via, perché creare inimicizie su un semplice voto all’Onu? Ci sarà spazio per recuperare la situazione, dopo. Pechino si astiene, dando un implicito via libera alle operazioni militari. Ma quale sia il suo sentimento si capisce chiaramente guardando la tv di stato, che dipinge il rais come un eroe nazionale, innamorato dell’indipendenza del proprio paese. “Conduce una vita frugale – dice un documentario-instant confezionato dalla rete – preferisce l’acqua e il latte di cammello a qualsiasi altra bevanda, la sua tenda beduina a qualsiasi residence di lusso e per i suoi spostamenti preferisce cavalcare un cammello che viaggiare in limousine”. Quasi un Mao africano. Non c’è nessuna menzione delle accuse di terrorismo contro Tripoli e del patrimonio personale del rais di decine di milioni di dollari. La stessa televisione, nei notiziari, dice che “gli aggressori” occidentali con i loro bombardamenti stanno colpendo i civili libici. Gheddafi ringrazia con una gaffe esagerata che fa gelare il Politburo cinese, promettendo di resistere come il governo cinese ha resistito a piazza Tiananmen. Il peccato del rais contro l’occidente. Tre giorni prima dell’inizio della campagna aerea Nato, Gheddafi commette un peccato capitale: convoca gli ambasciatori di Russia, Cina e India, nazioni di cui ha saggiato la tacita benevolenza, appena coperta da una vernice di imbarazzo – del resto i rapporti con il rais sono difficili, lui è un impresentabile, agli occhi del mondo è già come se attendesse la fine nel bunker, pochi immaginano che nei due mesi seguenti non cambierà proprio nulla – e offre loro di prendere il posto degli occidentali anche nel settore petrolifero. Le bombe accelerano in Libia una tendenza che nel resto dell’Unione africana è già in fase avanzata. L’Unione è il prototipo allo stato embrionale di un progetto politico amato da Gheddafi, gli Stati Uniti d’Africa, che lui sogna un giorno di guidare con il titolo di “re dei re dell’Africa”. Nel luglio 2010, il responsabile economico dell’alleanza, l’ugandese Maxwell Mkwezalamba, con una manona nera che inghiottiva la manina del delegato da Pechino, ha invitato i cinesi e ha parlato loro chiaro: “Per ricevere prestiti dai paesi occidentali ci vogliono anni di attesa e se li chiediamo alla Banca mondiale ci impongono condizioni capestro inaccettabili. Dipendiamo da loro, ma non vogliamo più andare avanti così. Pensateci voi”. E’ come se finalmente fosse arrivato il timbro dell’ufficialità alla colonizzazione economica cinese del Continente nero: basta chiedere prestiti all’occidente, i soldi e gli investimenti che ci servono arriveranno dalla Cina. Gheddafi e la propria creatura politica invocano lo stesso santo protettore che sta a Pechino. Chissà che cosa ha pensato il rais quando ha saputo che i cinesi, muti, inespressivi, spietati, hanno comprato il primo carico di greggio messo in vendita dai ribelli di Misurata. E’ il mercato: se le condizioni sono buone, fanno affari con lui e anche con i suoi nemici mortali. Finalmente, questa calda tentazione stabilizzatrice per la Libia ha preso forma e chiarezza a Mosca nel fine settimana, dove il presidente russo Dmitri Medvedev e il suo ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, hanno ricevuto il ministro degli Esteri cinese, Yang Jiechi, in missione esplorativa per l’arrivo del presidente Hu Jintao il mese prossimo. Cina e Russia “coordineranno le loro azioni per aiutare la stabilizzazione della situazione al più presto possibile nel nord Africa e nel medio oriente”, hanno detto. Le agenzie russe hanno notato il termine insolito del comunicato ufficiale: “Collaborazione stretta”, come se fosse nata una nuova e duratura entente sugli affari arabo-africani. L’annuncio fatto dalle due nazioni senza nominare nemmeno una volta il fronte dei volenterosi che aiuta i ribelli in Libia è esplicito: se non ci uniamo a voi, è perché giocheremo una partita in senso contrario. Mosca e Pechino hanno sospetti terribili, dal loro punto di vista, sul cosiddetto “Gruppo di contatto sulla Libia”, che riunisce 22 paesi e sei organizzazioni internazionali. Lavrov si è scatenato contro la decisione presa all’incontro di giovedì scorso a Roma a favore della creazione di un fondo da 250 milioni di dollari che finirà ai ribelli: “Il gruppo di contatto tentando di prendere il comando di tutti gli sforzi della comunità internazionale sulla Libia; non dovrebbe cercare di rimpiazzare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e non dovrebbe prendere posizione con uno o l’altro schieramento”. Il timore condiviso è che il Gruppo stia mutando in una centrale di controllo per guidare le rivoluzioni arabe nella direzione più favorevole agli interessi occidentali e che la presenza degli stati arabi del Golfo e della Lega araba consenta all’occidente di proclamarsi portavoce neutrale degli interessi di tutti. Secondo lo stile consueto dei due, alla Russia tocca la parte più esuberante e fragorosa, alla Cina il ruolo di spalla muta, ma che non perdona. Una paura unisce Pechino e Mosca. Lavrov ha detto che la Russia e la Cina hanno una “posizione identica”. Secondo il ministro di Mosca, “ogni nazione dovrebbe determinare il proprio futuro da sola, senza interferenza dall’esterno”. E’ un riferimento abbastanza esplicito ai vicini dell’Europa, che si stanno impegnando troppo nella campagna di Libia. Una campagna che, come ha detto poche settimane fa il premier russo, Vladimir Putin, rischia di assomigliare a “una crociata”. I diplomatici del Cremlino si sforzano di mettere in evidenza i limiti della risoluzione Onu che permette l’intervento su Tripoli e non intendono sostenere un nuovo testo. Né loro né i colleghi cinesi sono stati invitati al vertice del Gruppo di contatto che si è tenuto sette giorni fa a Roma. Questo aumenta il divario tra i due schieramenti. Adesso, Mosca e Pechino hanno un obiettivo comune più importante dei legami con l’occidente: impedire che i soldati europei sbarchino in Libia e compromettano i loro affari.

" Muhammar le Mokò "


Muhammar Gheddafi

Il rais libico è sparito, forse ferito, forse morto, forse soltanto impegnato a preparare il suo prossimo colpo di teatro, con i capelli lunghi e il ghigno indomito. Ma in questa campagna militare surreale il topo è diventato lui, il colonnello Muammar Gheddafi: la Nato bombarda i compound di famiglia, poi dice che sono obiettivi come tanti altri volti a distruggere l’apparato bellico del regime, lascia cadere lì la frase “non sappiamo se il colonnello è vivo o morto, non abbiamo persone sul terreno, non ci interessa”, come se la cosa non fosse importante – fingendo e mentendo: le persone sul terreno ci sono eccome, chiedere al Foreign Office per i dettagli. Gli alleati giocano a battaglia navale in Libia, cambiano obiettivo finale di continuo, tanto c’è il mandato dell’Onu e lo si può stiracchiare alla bisogna, tanto non ci sono pacifisti in piazza, non ci sono spaccature transatlantiche, questa è la guerra condivisa da tutti, si può fare un po’ come ci pare. Al cinquantaquattresimo giorno di guerra si è visto di tutto: dai civili di Bengasi che si sparano sui piedi e dicono alla Nato di bombardare a qualche chilometro da una pompa di benzina nel deserto, metro più metro meno cosa vuoi che sia; all’ambasciata straniera (saranno i cinesi?) che spiffera al regime la tempistica dei raid della Nato, sottraendo all’iniziativa occidentale quel poco di credibilità – pochissimo – che le era rimasto; all’Onu che autorizza la missione e poi implora un cessate il fuoco che resta inascoltato, perché conta poco pure per i multilateralisti, quando sono in guerra. Il mistero attorno alle sorti di Gheddafi ricorda “Totò le Mokò”, l’atmosfera da casbah, gli equivoci tra coperture che saltano e delinquenti che sparano, manca soltanto la pomata della forza e della fiducia per massaggiare gli ego dei leader della Nato quando si scoraggiano, e il remake sarebbe perfetto. Poi però c’è la guerra. Nei raid della Nato non muore mai nessuno (è il consenso mondiale a rendere le bombe così intelligenti?), ma a Misurata, a Brega, ad Ajdabiya, sulle montagne e sul confine con la Tunisia si combatte, si uccide, si fa scempio dei cadaveri. Il New York Times ieri parlava degli squadroni della morte che i ribelli hanno messo in piedi a Bengasi, capitale della rivolta al terribile dittatore di Tripoli, per giustiziare gli uomini vicini al regime che non sono riusciti a scappare, o che forse si sono illusi che l’immagine cosmopolita dei ribelli fosse vera. Era, è sempre stata, è ancora una guerra civile, quella libica. L’intervento stolto della Nato ha ingarbugliato le vicende, ha mostrato ancora una volta l’incapacità dell’occidente di essere efficace, di avere un obiettivo e di ottenerlo, di farlo insieme, senza che tutto si trasformi in un tremendissimo e ridicolissimo dramma. Poco più un là, un altro regime manda i carriarmati a bombardare il suo popolo e il mondo è costretto a muoversi con lentezza struggente, perché si può giocare alla guerra con quella macchietta di Gheddafi ma non con gli Assad, perché nessuno vuole fare le cose in fretta, tra imbarazzo e ipocrisia forse nessuno vuole fare niente. Perché in Libia si può correre il rischio di far ridere, in Siria no.

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