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La Stampa Rassegna Stampa
23.06.2024 Iran: salvo il rapper, per il momento almeno
Analisi di Caterina Soffici

Testata: La Stampa
Data: 23 giugno 2024
Pagina: 19
Autore: Caterina Soffici
Titolo: «Iran, il rapper si salva dal boia annullata la condanna. Ma la rabbia social non si ferma»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 23/06/2024, a pag.19 con il titolo "Iran, il rapper si salva dal boia annullata la condanna. Ma la rabbia social non si ferma" l'analisi di Caterina Soffici.

Caterina Soffici
Toomaj Salehi, il rapper dissidente iraniano. E' stata annullata la sua sentenza di morte. Per il momento, almeno.

Non impiccheranno Toomaj Salehi. Non per il momento, almeno. La Corte Suprema dell’Iran ha annullato la condanna a morte del rapper iraniano di 33 anni. Lo ha annunciato sui social Amir Raisian – l’avvocato del rapper – e ha aggiunto che il caso sarà rinviato a un altro tribunale per il riesame. La sua condanna aveva suscitato stupore e sdegno in tutto il mondo. Toomaj Salehi è famoso, ha milioni di follower tra i giovani, è conosciuto all’estero. Anche i Coldpaly, Sting e Margaret Atwood avevano firmato l’appello per il suo rilascio. Essere condannati a morte per aver cantato la protesta è qualcosa di terrificante. Gli artisti da sempre finiscono nel mirino, perché la musica e l’arte sono mezzi potenti. Ma essere condannati a morte è un passo ulteriore, sinceramente inimmaginabile. Chissà se il rumore internazionale, le petizioni del mondo dello spettacolo, le denunce degli attivisti sono servite a qualcosa. Chissà se invece la decisione è legata alla campagna elettorale in corso per le elezioni presidenziali (Ebrahim Raisi è morto il mese scorso in un incidente di elicottero), agli accesi dibattiti in corso sulla direzione futura dell’Iran, compreso il diritto delle donne di non indossare l’hijab. In verità le cronache da Teheran raccontano che nel dibattito elettorale oltre che dell’imposizione dell’hijab si discute delle cause della povertà diffusa, della censura di Internet e del ruolo delle attività nucleari iraniane nel determinare le sanzioni, ma si è parlato poco del trattamento dei dissidenti da parte del sistema giudiziario. Iqbal Iqbali, lo zio del rapper, che vive in Germania, ha detto recentemente al Guardian: «L’Iran vive in una fase in cui l’esplosione della rabbia del popolo iraniano contro la tirannia senza limiti è imminente». Parole che riecheggianno quelle della premio Nobel Narges Mohammadi, che dal carcere è riuscita a far giungere questo messaggio: «L’unico scopo di tenere elezioni per un regime che crede nella repressione, nel terrore e nella violenza come unico guardiano del potere non è proteggere la democrazia e i diritti delle persone, ma consolidare il potere e la tirannia». L’esplosione è sotto la cenere, forse. Tutto parte dal lontano, ma le storie più recenti parlano molto di hijab, il velo obbligatorio, divenuto il simbolo intorno al quale tutto sembra ruotare. Da quando la polizia morale iraniana ha ucciso la giovane studentessa 22enne Mahsa Amini, massacrata di botte per un velo indossato male. Lì era nata la protesta che ha scosso il regime. Lì le donne erano scese in piazza. Tagliandosi i capelli, bruciando veli, sfidando a testa scoperta il regime. Il velo è solo un simbolo. Da una parte la sharia, la legge religiosa e le sue costrizioni e imposizioni. Dall’altra la libertà, il diritto all’autodeterminazione, la possibilità di scegliere e di ribellarsi. Da una parte il regime, dall’altra la protesta. Toomaj Salehi era diventato la voce delle proteste. I suoi testi sono contro il regime, per la libertà e per le donne. Ma anche di denuncia sociale contro la corruzione, la povertà diffusa, l’uccisione dei manifestanti. Dice cose così: «Gli iraniani vivono in un posto orribile. Avete a che fare con una mafia che è pronta a uccidere un’intera nazione per mantenere il suo potere, i suoi soldi e le sue armi». Nell’ultimo video su Youtube prima dell’arresto del 2022 cantava: «Il crimine di qualcuno è stato ballare con i capelli al vento. Il crimine di qualcuno è stato di essere coraggioso e di criticare 44 anni di governo. Questo è l’anno del fallimento». È entrato e uscito di prigione varie volte. I media del regime lo hanno descritto come «uno dei leader delle rivolte che hanno promosso la violenza». L’accusa è di «attività propagandistica contro il governo, cooperazione con governi ostili e formazione di gruppi illegali con l’intento di creare insicurezza nel Paese». Era già stato arrestato nel settembre 2022 e aveva trascorso un anno e 21 giorni in prigione, di cui 252 in isolamento. Dopo essere stato rilasciato su cauzione, ha detto di essere stato «gravemente torturato» in cella. È stato nuovamente arrestato due settimane dopo il suo rilascio, nel dicembre del 2023, e accusato di «corruzione sulla Terra», una delle violazioni più gravi della sharia. 

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