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La Stampa Rassegna Stampa
27.02.2024 Orlov: Alexey, uomo straordinaio, è stato ucciso
Commento di Anna Zafesova

Testata: La Stampa
Data: 27 febbraio 2024
Pagina: 17
Autore: Anna Zafesova
Titolo: «Orlov, il nuovo nemico dello zar alla sbarra per insulti all'esercito»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 27/02/2024, il commento di Anna Zafesova a pag. 17, con il titolo "Orlov, il nuovo nemico dello zar alla sbarra per insulti all'esercito".

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Il dissidente russo Oleg Orlev, copresidente della ONG Memorial insignita del Premio Nobel per la pace, ha accusato Putin di fascismo. Rischia 3 anni di carcere

«Vostro onore, i rappresentanti dell'accusa, vi domando: non avete paura? Non siete terrorizzati a vedere cosa sta diventando il nostro Paese, che probabilmente anche voi amate? Non avete paura di questa distopia assurda nella quale toccherà vivere non solo a voi e ai vostri figli, ma forse anche ai vostri nipoti?». L'aula di un tribunale è rimasta forse l'unico posto in Russia dove un cittadino può dire quello che vuole, per l'ultima volta, e non è un caso che i processi più recenti contro Alexey Navalny si sono tenuti in teleconferenza dal carcere, con una telecamera sfocata e un audio che stranamente si interrompeva proprio quando il politico iniziava una frase particolarmente sferzante contro il regime. Oleg Orlov, copresidente di Memorial, la prima Ong russa che ha ottenuto il premio Nobel per la pace ed è stata messa fuori legge da Vladimir Putin alla vigilia dell'invasione dell'Ucraina, è accusato di «discredito delle forze armate russe», l'articolo del codice penale introdotto con la guerra che ha già mandato in carcere centinaia di russi. Un processo precedente incredibilmente si era limitato a condannare il 70enne dissidente a una multa, ma la magistratura ha richiesto una revisione perché lo vuole dietro le sbarre per tre anni. È una Russia dove la clemenza non esiste più, e la morte di Alexey Navalny l'ha appena dimostrato. Orlov viene processato per un articolo in cui aveva definito il regime putiniano «totalitario e fascista», pubblicato poco più di un anno fa, quando «alcuni conoscenti pensavano che usassi tinte troppo fosche», ironizza oggi. Si è rifiutato di fuggire all'estero, si è rifiutato di prendere parte al processo-farsa, e voleva rinunciare anche a prendere la parola per l'ultima volta. Ma ieri ha cambiato idea, approfittando del privilegio degli imputati per lanciare una denuncia altrimenti impossibile da pronunciare: quello del leader dell'opposizione «è stato certamente un omicidio, indipendentemente dalle circostanze concrete». Il copresidente di Memorial ha ricordato Navalny come «un uomo straordinario, coraggioso e onesto», violando il tabù che proibisce di menzionarlo in pubblico, e facendo suo l'appello a «non arrendersi». È un passaggio di testimone molto simbolico, che si compie al tribunale Golovinsky di Mosca, dal dissenso storico nato nella lotta al comunismo sovietico, quello della resistenza morale degli intellettuali, e l'opposizione della nuova generazione postsovietica, che ha combattuto per elezioni libere nelle piazze e su YouTube, e che pensava che lo stalinismo e il Gulag fossero reperti d'epoca. Memorial è stata fondata da Andrei Sakharov, Navalny ha ricevuto dal parlamento europeo il premio Sakharov, e la coesione generazionale e politica tra mondi diversi e spesso lontani dell'opposizione russa si fonde in un fronte unico. Troppo tardi, forse. Navalny è morto, è stato ucciso, è quella che sta andando in scena a Mosca è l'ultima battaglia della protesta prima di una notte che scenderà per molto tempo, come ipotizza Orlov rivolgendosi ai giudici e ai poliziotti del regime di Putin. I seguaci del politico morto in prigione stanno combattendo per poter organizzare un funerale pubblico, in quello che – se autorizzato – diventerà molto probabilmente lo scontro finale. Gli spazi per un'azione politica legale e non violenta in Russia sono quasi inesistenti, ma Orlov segue la tattica dei navalniani di lanciare le sfide ovunque ci sia uno spiraglio, e di costringere il Cremlino a battere in ritirata – come è successo con la campagna per restituire alla madre di Navalny il corpo del figlio – oppure di ordinare un nuovo giro di vite, come verosimilmente avverrà nei confronti di chi si presenterà al commiato. Ma se è vero, come dicono i collaboratori di Navalny, che erano in corso le trattative per scambiarlo con il killer dei servizi russi Vadim Krasikov, condannato all'ergastolo in Germania, allora ha ragione il politologo Abbas Galyamov a dire che dentro il Cremlino esistono ancora delle divisioni, se non tra colombe e falchi almeno tra i falchi più feroci e quelli più moderati. Nel dubbio, Putin sceglie quasi sempre la linea dura, ed è difficile credere che avesse acconsentito a rimettere in libertà la sua nemesi. È vero che l'esilio in Occidente avrebbe appannato l'immagine di martire di Navalny, ma il danno che poteva infliggere al Cremlino da vivo avrebbe compensato, e comunque ne sarebbe uscito come un vincitore della sua sfida con Putin. Se però è vero anche, come sostiene Galyamov, che anche il recente braccio di ferro sul corpo del dissidente ucciso sia un segno che qualcuno, nella cerchia di Putin, si rende conto del danno reputazionale prodotto dalle atrocità in Ucraina e dalla repressione in Russia, allora diventano evidenti i destinatari delle parole di Orlov, che dice agli esecutori del volere del governo «voi capite perfettamente tutto», e promette che «i loro figli e i nipoti si vergogneranno di raccontare dove lavoravano papà e mamma». Un calcolo, quello sulle divisioni al Cremlino, sempre più fragile, anche perché l'eterna guerra civile russa prosegue, e Orlov ricorda agli uomini del regime che «domani potrebbero finire loro sotto il rullo compressore, come era già successo nella storia». Un'allusione chiara alle purghe di Stalin nel 1937, lanciate contro i bolscevichi stessi, e un pronostico inquietante: lo stalinismo è finito soltanto con la morte fisica del suo leader.

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