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La Stampa Rassegna Stampa
03.02.2024 Il professore che difende Askatasuna: una vita pro-violenti
Intervista di Andrea Joly

Testata: La Stampa
Data: 03 febbraio 2024
Pagina: 19
Autore: Andrea Joly
Titolo: «I centri sociali sono una ricchezza. Askatasuna ora deve aprirsi a Torino»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 03/02/2024, a pag.19, con il titolo "I centri sociali sono una ricchezza. Askatasuna ora deve aprirsi a Torino" l'intervista di Andrea Joly.
 
Riportiamo questa inquietante intervista allo storico Alessandro Barbero, dove si dimostra la sua confusione ideologica. Nessuno vuole vietare la libertà di espressione. Qui si tratta di un gruppo di persone che occupa da 27 anni un intero palazzo, è continuamente protagonista di manifestazioni violente contro le Forze dell'ordine, ed è portatore di una ideologia totalitaria. Le attività sociali di cui parla Barbero le fanno anche i fascisti o Hezbollah, ma servono a reclutare nuovi adepti e creare consenso alla loro cultura dell'odio.
 
Andrea Joly
Andrea Joly
Le armi sequestrate nel centro sociale Askatasuna di corso Regina Margherita nel 2018. Erano a Vicenza insieme ai centri sociali arrivati da molte altre città, 10 feriti e 1 grave tra la polizia. Al corteo del Primo maggio del 2022 inoltre, ben 13 agenti rimasero feriti.
 
Per il sindaco dem di Torino Stefano Lo Russo «è una soluzione a un problema che va avanti da 27 anni». Per la destra torinese è «una delle pagine peggiori della storia della città». Fanno eco i sindacati di Polizia («È la morte della Giustizia») e anche l'ex procuratore Gian Carlo Caselli, intervistato ieri su La Stampa, è critico: «Vedo rischi e ostacoli di un'operazione che non è stata condivisa».
La trasformazione del centro sociale Askatasuna in un "bene comune" da parte del Pd torinese è al centro di un dibattito a cui si aggiunge anche lo storico torinese Alessandro Barbero, ospite del centro sociale di corso Regina Margherita 47 a marzo scorso: «I centri sociali sono una ricchezza delle città italiane. Trasformare Askatasuna in un bene comune mi vede favorevole: il compito della politica è promuovere la convivenza tra pensieri diversi».
Professor Barbero, dopo 27 anni di occupazione il centro sociale Askatasuna di Torino diventerà un bene comune. Una decisione che fa discutere.
«Io sono convinto che sia una decisione giusta. E in un certo senso Askatasuna era già un bene comune di Torino».
Ovvero?
«Io non vivo così distante da quella zona e so che il centro sociale compie tante attività importanti per il quartiere. Forse prima non era un bene comune in senso tecnico-giuridico, ora lo diventerà: non ci vedo dei problemi, anzi un'opportunità di incontro da cogliere».
Però ancora oggi (ieri, ndr) la Digos ha notificato 12 misure cautelari ad altrettanti suoi militanti. Così non si scende a patti con gli antagonisti?
«I reati vanno puniti, ma le responsabilità sono individuali. Da membri legati ad Askatasuna possono certamente essersi manifestate reazioni violente sulle quali nessuno vuole essere minimamente indulgente. Ma resta soprattutto un luogo dove si organizzano attività collettive, a cui partecipa una marea di giovani e non solo, dentro il quale Torino ha bisogno di rimettere piede».
Viva i centri sociali?
«Forse spaventano qualcuno, molta gente non si sognerebbe mai di metterci piede, ma sono una ricchezza delle nostre città: favoriscono incontri tra pensieri diversi, anche distanti tra loro. Promuovere in un centro sociale punti di vista diversi, aprirli alla città, mi sembra un esercizio in perfetta combinazione con l'essenza di una democrazia liberale: la convivenza tra diversità».
Lei è stato ospite a marzo dell'anno scorso, raccogliendo un bagno di folla. Impressioni?
«Non è l'unico centro sociale in cui sono stato invitato, da Torino a Napoli. L'anno scorso sono entrato in Askatasuna, e guardi: io sono borghese, e sono stato un ragazzino timido e rispettoso delle regole. Forse non è il mio ambiente naturale, ma mi sono trovato a poter chiacchierare con la loro massima disponibilità di fronte a platee enormi di giovani e non giovani, affamati di dialogo e discussione».
Lei è uno storico. Fosse stato un militare?
«Le racconto un aneddoto. Ho incontrato molti funzionari e militari di Esercito, Marina e Aeronautica, nel corso degli anni. Con tutti sono rimasto colpito dal confronto piacevole, uno scambio di idee onesto e a tratti entusiasta. Ecco, se dire questa cosa a La Stampa può sembrare una sviolinata verso i militari, si immagini dirlo all'Askatasuna. L'ho fatto: a parte qualche battuta del ragazzo che mi intervistava, che aveva toni molto militanti (sorride, ndr), nessuno mi ha sbattuto fuori dal centro sociale…».
La formula di co-progettazione tra Comune e proponenti prevede che dentro lo spazio si rispecchino i "valori dell'antifascismo". Sarà per questo che alla destra non piace?
«La nostra società è fatta di tanti pezzi diversi, Askatasuna ha una connotazione di protesta di sinistra che a tanti non piacerà. Non entrerei nella polemica su destra e fascismo, anche se una cosa va detta».
Quale?
«Viviamo in un Paese in cui ci sono delle leggi che impediscono l'apologia di fascismo e sentiamo tutti i giorni discussioni in punta di diritto per stabilire se radunarsi tutti insieme a fare il saluto romano sia o meno apologia di fascismo. Per quanto mi riguarda preferirei che il nostro Paese non permettesse di fare il saluto romano in pubblico. Ma se c'è una coscienza collettiva che si interroga sul fatto che chi la pensa così abbia diritto di farlo, questo diritto sia concesso anche a chi ha idee diverse».
Non diventa un "liberi tutti" pericoloso?
«Nella nostra società ci sono delle illegalità che è giusto cercare di sanare, ma non a tutti i costi. Non sempre, quando una casa è occupata da una famiglia povera con tanti bambini, la cosa giusta è buttarli in mezzo alla strada. Anche se stanno commettendo qualcosa di illegale. E questo credo che sia un principio di coscienza condivisa dalla maggior parte delle persone. Il compito delle autorità non è schiacciare chiunque commetta delle illegalità. Questo sapevano farlo anche i sovrani assoluti».
Sbaglia chi pensa a uno sgombero come misura più efficace.
«Nella società attuale è diventato difficile anche usare la forza pubblica, per sanare certe situazioni. E io dico: per fortuna. L'amministrazione di Torino ha scelto comunque una strada più difficile: affrontare l'illegalità in modo illuminato, senza ignorare che in Askatasuna c'è anche chi è accusato di commettere dei reati ma conservando ciò che di buono offre il centro sociale per il quartiere».
Nell'edificio si parla di aprire una biblioteca, un'aula studio, servizi per le fasce deboli. Che ne pensa?
«Premetto una cosa. Quando ho sentito parlare di questa iniziativa confesso che ho anche pensato: purché non venga snaturato. Ma ben venga qualsiasi progetto che apra il centro sociale alla città. Ripeto: sarò felice se in quel luogo nascerà un'occasione di incontro tra diversità di pensiero. Quello che si sta cercando di fare con Askatasuna è il fondamento della democrazia».

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