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La Stampa Rassegna Stampa
26.01.2024 Shoah: significa come ci saremmo comportati
Commento di Elena Loewenthal

Testata: La Stampa
Data: 26 gennaio 2024
Pagina: 12
Autore: Elena Loewenthal
Titolo: «Ricordare la Shoah significa domandarci come ci saremmo comportati»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 26/01/2024, a pag.12, con il titolo "Ricordare la Shoah significa domandarci come ci saremmo comportati" il commento di Elena Loewenthal.

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Elena Loewenthal

A mio padre, il partigiano Ico, la sua memoria sia in benedizione
A mio nipote Leon
Che si sono avvicendati
in questo mondo
 
La memoria non è un valore assoluto. È, anzi, materia fragile quanto mai altra, terribilmente esposta all'arbitrio.
L'imperativo della memoria - zekhor - compare nella Bibbia ebraica soltanto una manciata di volte. Il vero gesto della fede ebraica è l'ascolto, più che il ricordo.
La Bibbia sa che è arduo, se non impossibile, imporre la memoria. La storia è fissata nel rituale del tempo circolare, quello che si ripete da sé, sempre uguale a se stesso. Ma la memoria collettiva non è mai fine a se stessa, non è mai pura e semplice ricorrenza: essa diventa uno strumento sociale e culturale di taglio diverso a seconda delle circostanze, degli obiettivi che si prefigge chi la costruisce. E lo stesso può dirsi del suo contrario: anche l'oblio non è mai soltanto dimenticanza, ma "strategia". Se tanto la memoria quanto l'oblio fossero solo se stessi, sarebbero impulsi del tutto incontrollabili, al di là di ogni volontà o impegno.
Oggigiorno la memoria è diventata un imperativo morale. Ricordare è bene. Dimenticare è male. Ricordare è diventato sinonimo di "conoscere" e "sapere". E tutto invece è più difficile, complesso, fitto di contraddizioni: la memoria è non di rado un cammino accidentato, una sfida che mai vorremmo cogliere.
Così è quella storia cui oggi torniamo: un abisso nero che respinge ogni possibilità di comprensione e condivisione. Quel che è accaduto durante la Shoah non si può spiegare e in fondo nemmeno raccontare. Ciò che ne sappiamo non è che la zona grigia, l'immenso cono d'ombra che circonda tutto quel male inconcepibile. Non bisogna illudersi di poter scendere a patti con quella storia, pensare di incastonarla in un cammino umano magari incoerente e travagliato ma pur sempre tale, in cui riconoscersi di generazione in generazione. In un certo senso, la Shoah sta fuori della storia perché sfugge ad ogni sua logica, per quanto crudele.
Essa sta più che mai fuori dalla mia, di storia. Da quella di mio padre, che a diciassette anni decise di salire in montagna a combattere i tedeschi perché non aveva altra scelta. Da quella di mio nipote Leon, che si è affacciato al mondo un mese fa a Torino e non a Tel Aviv, in terra d'Israele, perché un bambino non dovrebbe mai venire al mondo sotto una raffica di missili, dentro una guerra.
La Shoah appartiene invece all'Europa, sta dentro il suo passato. Un passato terribilmente scomodo, intollerabile, impossibile da accettare ma che è necessario ricordare, a condizione che la memoria non sia pura rievocazione o rituale gesto di omaggio alle vittime ma, al contrario, rinnovata "appropriazione" di quella storia.
Essa è infatti la storia di tutti gli europei, di chi la progettò e la mise in atto. Di chi vide e fece finta di nulla. Della rete ferroviaria di tutto il continente, su cui per anni i convogli partivano pieni di esseri umani e tornavano vuoti. Di chi rischiò la vita per salvare anche una vita soltanto. Potrà sembrare assurdo, ma come ebrea non posso identificarmi in questa storia. La respingo. La Shoah non mi appartiene perché è per definizione il rifiuto stesso della memoria ebraica: aspirava infatti a creare un'Europa judenfrei, un presente e un futuro senza ebrei. Durante la guerra a Praga i nazisti raccolsero migliaia di oggetti rubati a case, sinagoghe, persone, con l'obiettivo di creare un museo della razza estinta, di lì a pochi anni. Pochi mesi. Dunque il Giorno della Memoria non è la rievocazione di un passato in cui io possa identificarmi bensì del tentativo di negare qualunque presente e qualunque futuro al popolo ebraico. Di fare della sua storia un sottile strato geologico sepolto nel cuore della montagna, un cumulo di cenere buona per concimare i campi, come accadde tutt'intorno ad Auschwitz.
Di anno in anno, il giorno della memoria ci pone di fronte all'orrore dello sterminio. Per lasciarsi interrogare, il rituale della memoria deve fare i conti con la complessità, non adagiarsi sulla comoda convinzione che basti ripetere e accumulare per trasformare il passato in lezione morale, in scuola di civiltà. Nella ufficialità della ricorrenza deve trovare spazio anche una riflessione critica che sia esame di coscienza per ciascuno di noi («come mi sarei comportato io, in quelle circostanze? Avrei tradito, aiutato, subìto, lottato?»), ed esercizio di una responsabilità morale che non dia nulla per scontato, che mai consideri ineluttabile quanto è accaduto. Definirlo "il male assoluto" è un tributo al dolore delle vittime, il riconoscimento di un'ingiustizia inaudita. Ma la Shoah non è assoluta, non era necessaria. È stato un terribile incidente della storia, che poteva non succedere. Doveva non succedere.
Ricordare quanto è accaduto è giusto. Ma sarebbe non meno giusto tentare un esercizio critico - e anche emotivo, profondamente emotivo: quello di provare a immaginare come sarebbe stato il mondo, se non fosse successo quello che è successo.

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