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La Stampa Rassegna Stampa
18.01.2024 Putin, mire baltiche
Analisi di Anna Zafesova

Testata: La Stampa
Data: 18 gennaio 2024
Pagina: 16
Autore: Anna Zafesova
Titolo: «Putin, mire baltiche»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 18/01/2024, a pag.16 con il titolo "Putin, mire baltiche" l'analisi di Anna Zafesova.

Anna Zafesova
Anna Zafesova

Putin vows no peace in Ukraine until Russia meets its unchanged military  goals | PBS NewsHour
Vladimir Putin: dopo l'Ucraina, ora punta ai Paesi Baltici

«Una minaccia diretta alla nostra sicurezza»: a due anni dall'invasione russa dell'Ucraina, Vladimir Putin punta il dito sui Paesi Baltici, proprio mentre i militari di Berlino confermano di non escludere i piani di un nuovo attacco di Mosca. Che il presidente russo non solo non tenta di smentire, ma sembra quasi confermare, utilizzando un linguaggio minaccioso nei confronti della Lettonia, colpevole di «buttare fuori i cittadini russi». Non si tratta di minacce esplicitamente militari: per ora Putin ha dato incarico di «proporre misure» al suo ministero degli Esteri. Ma il ricordo di quello che è accaduto alla vigilia del 24 febbraio 2022 – incluse le smentite dei portavoci ufficiali del Cremlino sull'esistenza di piani di aggressione militare – non permette di scartare la frase di Putin come casuale, e l'Istituto per lo studio della guerra di Washington non ha dubbi: il presidente russo «sta cercando di creare un pretesto per un possibile attacco contro gli Stati Baltici».
Il pretesto formale per ora appare più che fragile: la deportazione, dalla Lettonia, di Boris Katkov, 82enne pensionato militare con passaporto russo, e che faceva l'attivista filo-Mosca. Riga ha annunciato qualche giorno fa di aver inviato un secondo sollecito a 985 cittadini russi residenti in Lettonia, che non hanno voluto adeguarsi alle nuove regole per il permesso di soggiorno, tra cui il superamento dell'esame di lingua lettone. Si tratta prevalentemente di persone anziane, arrivate nei Paesi Baltici quando erano ancora annessi dall'Urss, e spesso leali al Cremlino: una potenziale "quinta colonna", esattamente secondo lo scenario che il quotidiano tedesco Bild ha pubblicato qualche giorno fa, citando fonti dell'intelligence tedesca, secondo la quale Mosca cercherà di incitare una «rivolta» delle minoranze russofone nei Paesi Baltici. L'invasione, o una «operazione militare speciale», si realizzerebbe nel 2025 o forse addirittura in pochi mesi, e punterebbe in particolare a creare un ponte di terra con l'enclave russa di Kaliningrad.
Uno scenario che prima dell'invasione dell'Ucraina sarebbe suonato come fantapolitica, e che oggi viene discusso molto seriamente. Ieri, il ministero della Difesa tedesco non solo non ha smentito le rivelazioni di Bild, ma ha confermato di stare prendendo in esame «tutti gli scenari, anche quelli poco probabili, è il nostro lavoro». Sulla probabilità, diversi governi e comandi militari dell'Europa del Nord sono piuttosto pessimisti. Kaja Kallas, la premier estone, ha dichiarato che i Paesi europei «hanno 3-5 anni per prepararsi a un conflitto con la Russia», citando le analisi dello spionaggio di Tallinn. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius vede un orizzonte appena più ampio, «5-8 anni per portare la produzione militare europea al livello di sufficienza», e invita a «prendere sul serio le minacce di Putin ai Baltici, alla Moldova e alla Georgia». Anche l'ex comandante delle forze armate dei Paesi Bassi Martin Wijnen ritiene che bisogna «essere pronti alla guerra contro la Russia». La Svezia, entrata nella Nato dopo l'invasione dell'Ucraina, è ancora più catastrofista: il suo ministro della Difesa Carl-Oskar Bohlin ha sconvolto gli svedesi dicendo che «la guerra può cominciare», e il comandante delle forze armate Micael Byden ha invitato i cittadini a «prepararsi moralmente, e a chiedersi cosa devono fare se anche qui accadrà quello che è accaduto in Ucraina».
Il punto è proprio quello: è improbabile che il Cremlino lanci un altro attacco, meno che mai ai membri europei della Nato, prima di aver chiuso con l'Ucraina. Non solo perché non possiede il potenziale militare per farlo, ma soprattutto per motivi politici. Un'eventuale caduta di Kyiv sarebbe possibile soltanto nel caso in cui l'Occidente smettesse di aiutarla militarmente e diplomaticamente, dando quindi a Putin un chiaro segnale di debolezza e indifferenza. Il fatto che i leader occidentali parlino esplicitamente di un avanzamento di Putin a Ovest – «punta ai Paesi della Nato», ha dichiarato il segretario di Stato americano Anthony Blinken a Davos – è anche un messaggio di deterrenza a Mosca. Come ha dichiarato qualche giorno fa il presidente ceco Petr Pavel, «tutti gli eserciti europei stanno prendono sul serio la minaccia, tutti si stanno preparando all'ipotesi di un conflitto ad alta intensità in Europa». Varsavia sta reintroducendo la leva obbligatoria, e le manovre della Nato Steadfast Defender, che si terranno tra Germania, Polonia e Baltico in primavera, sono una «garanzia di vitale importanza contro la minaccia», dice il ministro della Difesa del Regno Unito Grand Shapps, che pochi giorni fa ha dichiarato che il mondo rischia di essere sulla soglia di una serie di guerre che coinvolgeranno Russia, Cina, Iran e Corea del Nord.

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