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La Stampa Rassegna Stampa
06.03.2023 La superbomba di Putin 2
Cronaca di Francesco Semprini

Testata: La Stampa
Data: 06 marzo 2023
Pagina: 17
Autore: Francesco Semprini
Titolo: «Inferno Bakhmut»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 06/03/2023 a pag.17 con il titolo "Inferno Bakhmut" l'analisi di Francesco Semprini.

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Francesco Semprini


Hitler e Putin in un fotomontaggio

Bakhmut senza ritorno. Un razzo di potenza inaudita sfiora il cortile di uno dei pochi caseggiati rimasti abitati. Caseggiati intesi come cantine, al piano terra o più su non vive più nessuno, da settimane, mesi, se non di più. Bakhmut, la città fortezza presa di mira come un tiro a segno dai russi, al contempo difesa con strenuo ardore dagli ucraini, è divenuta il simbolo della guerra che non conosce resa. Infinita, tormentata, polverizzante. Se cade da una parte, quella russa, dall'altra sarà un punto imprescindibile di questa guerra che non conosce avanzamenti né indietreggiamenti. La stessa cosa accadrà dalla parte opposta... Si combatte in questo fazzoletto di terra, perché chiunque lo conquisterà metterà a segno una vittoria di grande senso ma di scarso valore strategico. È l'inutilità del conflitto di posizione, guerra di trincea, spietata ma velenosa. Si combatte ogni giorno per conquistare pochi metri, i russi sono a meno di mezzo km dal centro devastato, dove poche anime dannate continuano a percorrere come zombie le strade per trovare acqua e sigarette. C'è chi dice che qui finirà la guerra, miraggi bellici, ma che hanno un alone di verità. Dobbiamo entrare per raccontare cosa rimane, tra pochi giorni la città sarà chiusa per la resa dei conti finale. Avere il permesso dal comando di Kramaotrsk è una lotteria, perdere è probabile, vincere è un trionfo. Vinciamo, il permesso è nostro, lo teniamo come simulacro, l'ultimo check point ce lo ritira: «Ora ve la dovete cavare da soli, non ci sono soldati a salvarvi, solo istinto e buon senso», per chi ne ha di buon senso. Entriamo accompagnati da colpi in uscita, ma di militari ucraini non c'è traccia. Le postazioni sono tutte nascoste. Il vecchio senza un occhio e con il colbacco sembra uscito da una pellicola sovietica. Il centro di Bakhmut, la Stalingrado ucraina, è una disintegrazione di palazzi sventrati su un tappeto di schegge e detriti sparpagliati lungo le strade. I russi, 250 o 300 metri più in là, cannoneggiano da oltre il fiume colpi opachi e senza pietà sulla città cercando di stanare gli invisibili difensori. Non facciamo in tempo a trovare un riparo per la macchina che spunta il fantasma. «Avete una sigaretta?» biascica lo spettro della guerra. L'anziano trascina uno slittino con sopra due cassette di munizioni, con le sue cose, alla ricerca di acqua, cibo e sigarette. Sembra incurante dei sibili dei colpi di artiglieria e forse pensa che siamo della Croce rossa, ma in quest'incubo si infilano solo i soldati, i giornalisti e pochi volontari che cercano di aiutare i civili. Per raggiungere Bakhmut è rimasta aperta una sola strada, ma sotto il tiro dei russi, che parte da Kostiantynivka. All'ultimo posto di blocco di Chasiv Yar sembra che il capolinea sia l'inferno, tornare indietro è una lotteria. Poi inizia l'incubo con i primi colpi di artiglieria russa che danno la caccia alle batterie ucraine. Quando da una collinetta appare Bakhmut, un tempo città con 70 mila abitanti ridotti a 5mila, un brivido corre lungo la schiena. Bisogna correre come kamikaze, in auto prima, a piedi dopo. Le casematte ai crocevia, però, sono abbandonate e in alcune strade rimangono solo i cavalli di frisia con gli sbarramenti di cemento. I soldati sono rintanati negli scantinati dei palazzi per evitare le bombe. Ogni tanto si vede qualche blindato messo al riparo di un edificio o sotto un cavalcavia e i cecchini con l'uniforme bianca per mimetizzarsi in mezzo alla neve. Non esiste benvenuto, solo sinfonia di morte, colpi di artiglieria, l'importante è capire se sono in entrata o in uscita. Spesso in entrata, è il soffio della morte. Dietro la piazza principale un manipolo di disgraziati non mollano le loro case. Un paio di anziane uscite un attimo dal bunker a godere di un raggio di sole assieme ad una giovane donna con un gatto in spalla e Vlad, il portavoce di 23 anni dei sopravvissuti. Quando ci vedono arrivare trafelati con i bottiglioni d'acqua potabile che vale come l'oro non credono ai loro occhi e si sprecano in «spasiba, spasiba», grazie in russo. Una ripida scala porta al rifugio fai da te ricavato sotto terra. Un dedalo che collega gli scantinati di due palazzi trasformati in catacombe moderne per salvarsi dalle bombe. Un uomo sega la legna per la stufa che riscalda un ambiente angusto dove hanno piazzato dei letti da campo. «Viviamo in queste condizioni dallo scorso agosto - spiega Vlad, barbone biondo - Vogliamo solo mir, la pace». Sull'intensità dei bombardamenti sorride: «Quanti colpi cadono al giorno? Forse dovete chiedere quando non arrivano. Spesso piombano ogni minuto». Il pugno di civili è tagliato fuori dal mondo. Un'ora è troppo per rimanere, figuriamoci due, si deve andare via. La tattica è attendere un attimo di calma e riprendere a correre, ma non facciamo in tempo ad arrivare ad un blindato Bradley con la croce rossa che i sibili mortali ricominciano a fendere l'aria. Due ore nell'inferno di Bakhmut sono anche troppe, ma la via del ritorno si trasforma in una nuova gimcana tra le macerie sperando che un colpo non piombi troppo vicino. Il fragore metallico dell'esplosione ad una ventina di metri arriva quando stiamo uscendo dalla fortezza fatta a pezzi dai bombardamenti. Ancora una volta delle casette basse sono lo scudo alla sventagliata di schegge e a tutta velocità usciamo dall'incubo. Un volontario giapponese distribuisce zuppa, accanto a un soldato ucraino che urla «Slava Ukraini, Bakhmut sarà nostra». Il giorno dopo le ultime porte di Bakhmut si chiudono. Senza ritorno.

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