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La Stampa Rassegna Stampa
25.01.2023 'La Russia vuole un nuovo Medioevo, manderemo subito aiuti e armi'
Letizia Tortello intervista Antonio Tajani

Testata: La Stampa
Data: 25 gennaio 2023
Pagina: 3
Autore: Letizia Tortello
Titolo: «'La Russia vuole un nuovo Medioevo, manderemo subito aiuti e armi'»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 25/01/2023, a pag.3 con il titolo 'La Russia vuole un nuovo Medioevo, manderemo subito aiuti e armi' l'intervista di Letizia Tortello.

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Letizia Tortello

Who is Antonio Tajani, new minister of Giorgia Meloni's government -  Agenzia Nova
Antonio Tajani

«L'invio di armi avverrà il prima possibile. L'Ucraina ha urgente bisogno anche di aiuti per i civili. Ci stiamo concentrando sul sostegno umanitario. La Russia vuole riportare l'Ucraina al Medioevo. Per i missili Samp-T ci vuole tempo, ci sono questioni tecniche da risolvere, ma arriveremo a una soluzione». Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, esce da una riunione del G7 in videoconferenza, dove l'Italia è stata uno dei protagonisti principali. Un'ora faccia a faccia con il segretario di Stato americano Antony Blinken e gli altri Paesi, per raccogliere l'appello urgente di Kiev: «I bombardamenti russi hanno danneggiato le infrastrutture in maniera critica, la situazione umanitaria sta peggiorando», ha detto il collega Kuleba. La riunione sulla guerra irrompe nel bel mezzo di un altro vertice strategico, organizzato dalla Farnesina a Trieste. Un mega-forum sui Balcani occidentali, con ambasciatori e rappresentanti di tutti i Paesi al di là dell'Adriatico in dialogo con i grandi finanziatori italiani, per aiutare le nostre imprese ad investire massicciamente nella regione.

Ministro Tajani, cosa ha promesso l'Italia a Kiev? «Abbiamo mandato decine di tonnellate di materiale elettrico, trasformatori, generatori elettrici, perché la stagione invernale rischia di essere durissima per la popolazione ucraina, molte infrastrutture energetiche sono compromesse. Aggiungiamo altri 10 milioni per l'emergenza. Dobbiamo tenere in piedi la rete elettrica del Paese, è una corsa drammatica per la salvezza di un popolo. La nostra Protezione civile ha convogliato le donazioni di aziende in questo settore e beni umanitari per un valore di 8 milioni di euro, attraverso il meccanismo europeo. Dall'inizio della guerra, abbiamo accolto 175 mila ucraini, con una risposta di grande solidarietà».

Sul fronte armi, quando sarà pronto il sesto decreto? Sembra ci siano rallentamenti. «Ci vuole tempo, è normale. Ci sono dei problemi tecnici. Non è questione di volontà. Il decreto significa anche l'elenco delle armi che vengono inviate. Dobbiamo affrontare questioni tecniche, per assemblare il sistema difensivo coi francesi. Lo scudo antimissile Samp-T è composto da più parti, alcune le mette la Francia altre l'Italia. Non sempre parlano tra loro. Ci sono varianti legate alla tecnologia, al sistema di comando e controllo. Faccio un esempio con i carri armati Leopard della guerra nell'ex Jugoslavia: i mezzi corazzati erano uguali, però non comunicavano, perché avevano sistemi telematici diversi».

Si parla di mesi, settimane? «Questo non lo so. Ora la palla passa ai tecnici».

Un ritardo, però, potrebbe cambiare la situazione sul campo e avvantaggiare la Russia. È preoccupato di un'escalation? «Sono preoccupato, il clima non è dei migliori. Le dichiarazioni dei russi sono molto aggressive. Mi auguro che sia propaganda e che non ci sia voglia di alzare i toni dello scontro. Dobbiamo fare di tutto, perché non si allarghi mai lo scontro. Né la Nato, né l'Europa, che hanno il dovere di aiutare l'Ucraina, sono in guerra con la Russia».

Neanche se mandano i carri armati, come dicevano i tedeschi? «Quello delle armi difensive e delle armi offensive è un dibattito tedesco, e lo lascio a loro. Noi dobbiamo, invece, continuare a lavorare anche per la pace, o almeno un cessate il fuoco. In questo momento, sembra difficile ogni realistico margine di negoziato, ma non dobbiamo rinunciarvi. Non sono ottimista nel breve periodo, ma ho incoraggiato la Turchia a fare tutte le azioni necessarie per aprire un dialogo. Ho insistito con il direttore generale dell'Aiea Grossi per un accordo su Zaporizhzhia, perché se ci sarà uno scontro attorno alla centrale nucleare, il rischio sarà generale, non solo per Russia e Ucraina. L'altro aspetto fondamentale sono le forniture di frumento e cereali ai Paesi più poveri, e non solo. Penso anche all'Egitto. Senza grano, si rischiano forti tensioni sociali in Africa, con un incremento dell'immigrazione. Stati Uniti, Cina, Vaticano, Onu e essa Turchia possono svolgere un ruolo».

Per l'Ucraina è il momento di cedere qualcosa, per trattare? «La vicinanza tra le parti è difficile. Per chi è invaso da una potenza nemica, è veramente complicato accettare di scendere a compromessi. Ma aiutare Kiev significa continuare a cercare percorsi di pace».

Al forum sui Balcani ha parlato del rischio di infiltrazione di altri attori. Pensiamo alla Russia in Serbia. C'è un pericolo instabilità? «È un principio generale, vale per i Balcani e per l'Africa. Se lasci spazi liberi, qualcun altro si infila. La Cina in Africa ha occupato spazi enormi. Lo stesso nei Balcani, insieme a Mosca, che tenta di ritagliarsi un ruolo forte. Noi abbiamo una parte importante da svolgere, intanto perché alcuni Paesi balcanici sono parte dell'Unione europea, altri sono candidati. Giochiamo in casa. Come Italia vogliamo portare e anche attrarre investimenti. Ci legano storia, cultura (in molti di questi Stati si studia l'italiano), impegno militare molto apprezzato».

Il premier kosovaro Kurti su questo giornale ha chiesto più soldati italiani, per la sicurezza. Li manderemo? «Ne abbiamo già 1000, apprezzati da kosovari e serbi. Valuteremo».

L'Italia era stata esclusa da Francia e Germania dal quintetto per la stabilizzazione del Kosovo. Come mai? «Ci volevano fare fuori. All'ultimo Consiglio europeo ho detto formalmente che l'Italia pretendeva di essere parte degli incontri, siamo parte del quintetto, o ci stiamo o non ci stiamo. Non c'è quintetto finto e duetto vero».

Gettando la palla avanti, crede davvero che i Paesi balcanici entreranno a far parte della Ue? Quando? «Stiamo lavorando per accelerare i tempi. L'Albania è vicina. Lo era anche il Montenegro, ma assistiamo ad una crisi proprio in questi giorni. Belgrado deve chiarire la sua posizione».

Cosa deve concedere Vucic? «Per me vuole maggiore attenzione da parte dell'Ue. Il presidente serbo deve far capire che fa una scelta europeista, l'Europa deve far capire che è interessata alla Serbia. Saremo pure bellissimi, ma se manco li corteggiamo, poi si fidanzano con chi dà attenzioni, vedi la Russia».

L'Europa è troppo debole? «L'Europa non ha una vera politica estera, così come di difesa. Arriviamo sempre dopo gli americani. Le forze di difesa fanno anche politica estera. Siamo in ritardo, se ne parla dal 1954».

Mancano i leader in Europa? «Ci sono troppe gelosie, troppe leadership. Servono leader europei, ci sono tanti leader nazionali. L'Europa serve nel mondo. Anche la Germania, il Paese più forte, non riesce a imporsi. Manca una Merkel».

Lei si è sentito rassicurato da Al-Sisi su Regeni. E se l'Egitto non manterrà le promesse, quali sono le nostre leve per convincerlo? «Occorre separare le questioni: noi dobbiamo parlare con l'Egitto, per questioni energetiche, di stabilità del Mediterraneo, terrorismo. Poi c'è Regeni. Il presidente Al-Sisi ha garantito che toglierà tutti gli ostacoli che hanno reso difficili le relazioni con l'Italia. Devo prenderne atto. Vediamo se lo farà. Continueremo a insistere. Vogliamo sapere chi è il responsabile di quell'omicidio. La nostra strategia sono fermezza, dialogo, moral suasion.

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