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La Stampa Rassegna Stampa
06.10.2022 Iran 3: Crimini contro le donne
Intervista di Fulvia Caprara a Elena Sofia Ricci

Testata: La Stampa
Data: 06 ottobre 2022
Pagina: 23
Autore: Fulvia Caprara
Titolo: «'Il maschio ancestrale a Teheran impone il velo da noi il femminicidio'»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 06/10/2022, a pag. 23 con il titolo "Il maschio ancestrale a Teheran impone il velo da noi il femminicidio" l'intervista di Fulvia Caprara.

FULVIA CAPRARA | Le giornate della luce
Fulvia Caprara

Chi è Elena Sofia Ricci, attrice di Che Dio ci aiuti: vita privata
Elena Sofia Ricci

Un fiume di capelli sta per sommergere le ambasciate iraniane, a Roma, ma anche in altri Paesi, a iniziare dalla Francia, dove le attrici più famose, da Juliette Binoche a Isabelle Huppert, postano un video che le ritrae nell'attimo in cui tagliano una ciocca. Ormai ovunque il gesto simbolico risuona nei modi più inventivi, come nell'immagine della bandiera di capelli che sventola postata da Ferzan Ozpetek e da tanti ripresa. L'onda delle proteste internazionali per la morte di Masha Amini, la 22enne curda arrestata perché indossava l'hijab in modo giudicato non corretto, dilaga: dai social dove Claudia Gerini ha lanciato la sua immagine nell'attimo della sforbiciata, alla tv, dove Belen, durante le «Iene», si è tagliata una ciocca in diretta; dalle cerimonie ufficiali come quelle del Premio Afrodite dove, nello scorso week end, molte attrici, da Margherita Buy a Maria Chiara Giannetta, si sono sottoposte allo stesso rito, alle istituzioni culturali, come la Triennale di Milano e il Maxxi di Roma dove è possibile lasciare un ciuffo di capelli che sarà inviato all'ambasciata iraniana: «Tra le tante foto viste in questi giorni – riflette Elena Sofia Ricci – una mi ha colpito più di tutte. È degli Anni 70, ritrae una ragazza iraniana con la minigonna. Vuol dire che allora eravamo molto più avanti di adesso. Vuol dire che allora potevamo vivere come volevamo, eravamo tutte figlie di Mary Quant, anche in Iran, mentre ora tutto questo non è più possibile ed è drammatico».

La protesta sta coinvolgendo donne in tanti luoghi del mondo, pensa possa essere utile? «Anche io ieri mi sono tagliata i capelli, ma quello che noi possiamo fare sulle nostre pagine social è in realtà poca cosa, anche io ho pubblicato la foto con la bandiera di capelli nel vento, mi è sembrata molto potente, sono piccoli gesti che possiamo compiere. Io però non smetto di pensare a quelle bambine che, in Afghanistan, dopo 20 anni in cui era stato possibile studiare, andare a scuola, si sono ritrovate con l'obbligo del burqa. Vuol dire che non c'è stato niente da fare, anche se di una cosa sono convinta: che oggi le grandi rivoluzioni non possano che venire dalle donne. Quelle che hanno subito privazioni in maniera più evidente, ma anche le altre, anche quelle che ogni giorno, nella nostra Italia evoluta, combattono le loro battaglie, magari non per un velo messo male, ma per altre ragioni, una gonna più corta, un desiderio di maggiore libertà».

Fino a domenica dirige, al Teatro Quirino di Roma, la "Fedra" di Seneca. Un testo molto femminile, con infinite ricadute sulla nostra attualità. Che riflessioni ha fatto portandolo in scena? «Il testo è stato scritto duemila anni fa, ma quelle parole restano oggi tragicamente contemporanee. Non ci siamo ancora evoluti, il maschio resiste con tutto se stesso a questo processo di evoluzione, alla rivolta, all'accettazione della parità. Accade in modo più marcato in certe culture, ma nella nostra non è poi tanto diverso, ogni giorno leggiamo notizie di femminicidi e violenze sulle donne, è una tragedia epocale, ha a che fare con l'animo umano più che con le religioni, temo sia qualcosa di ancestrale, radicato in una dimensione esistenziale quasi barbarica».

Una dimensione che, puntualmente, si riafferma attraverso la violenza sul corpo delle donne. «Sì, è sempre così, ho due figlie femmine e sto cercando di insegnare loro disperatamente che nessuno mai avrà il diritto di camminare sulle loro anime con le scarpe chiodate. È difficile, perché noi donne siamo sempre state invitate a comprendere le ragioni dell'altro, ma il rischio è che questa comprensione ci faccia dimenticare quale siano le nostre. Rischiamo di essere affette da "comprensivismo"».

Perché? «Penso sia tutto legato alla nostra possibilità di essere madri, noi diamo la vita, questo superpotere ci offre un'energia vitale che ci rende capaci di sopportare tanto, e questo può essere rischioso. Le donne dovrebbero prima di tutto educare meglio i loro figli maschi. E questo non solo in Iran, perché le zone d'ombra esistono anche da noi».

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