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La Stampa Rassegna Stampa
03.03.2003 Un'analisi del vertice della Lega Araba
Odio per Israele e la paura di cambiamenti post-bellici sono al centro delle discussioni al vertice della Lega Araba

Testata: La Stampa
Data: 03 marzo 2003
Pagina: 7
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «La democrazia, convitato di pietra al rissoso vertice della Lega Araba»
Riportiamo un articolo di Fiamma Nirenstein pubblicato su La Stampa lunedì 3 marzo 2003.
GERUSALEMME. L’INCUBO più pesante sui ventidue leader arabi seduti in questi giorni a Sharm el-Sheikh, salvo che per Naji Sabri, ministro degli Esteri di Saddam Hussein, non era l’eventuale attacco all’Iraq; certo non la sorte dei cittadini di Baghdad. Riguardava invece le frasi che George Bush ha detto giovedì scorso a Washington, di fronte al think-tank dell’American Enterprise. Il disarmo di Saddam, ha detto in sostanza Bush, non può essere l’unico scopo della guerra, la sua minaccia non è solo militare ma ideologica: è la realtà del radicalismo arabo che crea regimi come l’Iraq e gruppi terroristici.

Quindi l’imperativo è «la diffusione dei valori democratici, perché nazioni stabili e libere non nutrono nel proprio seno le ideologie dell’assassinio». Una svolta teorica, per un Paese come gli Usa che ha sempre basato la sua politica di aiuti, per esempio all’Egitto e ai sauditi, su motivi che nulla hanno a che fare con i diritti umani o con la struttura del potere. Nella Lega Araba non si parlava, dunque, di Saddam e basta: nessuno dei 22 Paesi presenti è una democrazia; in ciascuno, con svariate sfumature, i diritti umani vengono violati; molti sono Paesi che nascondono, nutrono, addestrano gruppi terroristici.

Si parlava quindi di lui e non di Saddam, sapevano bene i partecipanti. Il rischio rosso è sul futuro personale di ciascuno, avvenga domani o dopo. Certo Mubarak, che sta per incontrare Sharon addirittura in settimana, non ha gradito il solito coro antisraeliano, né la risposta che Naji Sabri ha dato con gli occhi stretti alla giornalista dal nome russo Kasnja Svetlov che era in realtà israeliana, come Sabri ha appreso quando già le stava rispondendo. Alla ragazza che chiedeva se l’Iraq avesse intenzione di colpire Israele se fosse attaccato, Sabri ha mitragliato: «Ci difenderemo in ogni modo possibile, nella maniera più decisa e con tutti i nostri mezzi».

Chiaro? Sì, chiarissimo da parte di un personaggio che in un summit confuso e spaccato, dominato dalla paura, ha ripetuto senza sosta l’unica cosa che potesse avere l’illusione di cementare uno schieramento, ovvero che la guerra è un piano sionista. Che gli americani sono succubi e complici imperialisti del desiderio di dominazione ebraica. «Protocolli» rivisitati: per lo schieramento più duro è diventato agente sionista anche lo sceicco Zayed bin Sultan Al Nahyan, che a nome degli Emirati ha presentato alla Lega Araba una lettera in cui si chiede che Saddam si dimetta per evitare la guerra: «E’ una proposta di Sharon, una trappola dei nemici sionisti».

E anche Muammar Gheddafi, avvolto in una magnifica tunica blu cangiante, ha avuto i suoi riflettori quando ha attaccato i sauditi a male parole dicendo al principe della corona Abdullah: «Avete fatto un’alleanza col demonio». L’accusa deriva dalla presenza delle truppe americane sul suo territorio e dalla proposta per la pace fra Israele e i palestinesi basata su un riconoscimento di Israele da parte del mondo arabo in cambio di terra; Abdullah gli ha risposto sanguignamente, alla maniera della letteratura araba: «Proprio tu, servo dei colonialisti».

Convulsioni: il Golfo pensa che la guerra ci sarà comunque; Egitto e Arabia Saudita sperano ancora che se Saddam collaborerà con l’Onu si eviterà la guerra. Poi c’è il campo siriano che vuole solo che gli arabi marcino schierati su una posizione dura, in cui la bandiera anti-israeliana svetti con la solita preponderanza: alla fine il documento ha riportato blandamente tutte le posizioni, dichiarando «il completo rifiuto della guerra» ma chiedendo all’Iraq di consegnare tutte le armi di distruzione di massa, e a Israele di disarmare anche lui, come se fosse parte in causa.

La paura dei cambiamenti postbellici, molto più che l’odio per Israele, sembrano essere oggi il pensiero dominante: c’è la paura dei propri estremisti, di cui si è molto parlato, ma anche quella di una rivoluzione strutturale in senso democratico, Dopotutto le popolazioni sono state tacitate, affamate, giudicate senza processo, decimate, uccise dai loro regimi. Bush ha il sogno ambizioso della democrazia: è realistico? E’ sincero? O si tratta di un desiderio egemonico pretestuoso, dal momento che l’Islam non contempla, nella nostra esperienza recente, la democrazia? Ha ragione Meir Litwak quando sostiene che in realtà si rafforzeranno semplicemente i regimi pragmatici di oggi, i Mubarak o i sauditi?

Molti eminenti studiosi, fra cui Amir Taheri, iraniano, direttore di «Politique Internationale», periodico di studi con sede a Parigi, e anche il primo fra i mediorentalisti professor Bernard Lewis, indicano la strada della democrazia islamica come un sentiero aperto da tempo immemorabile dentro l’Islam classico, e poi coperto dalle scorie della storia. Il buon governo, infatti, è parte molto importante della Sharia; la legge è il primo dovere di chi comanda ma allo scopo non della propria preminenza, bensì per mantenere l’ordine e assicurare l’osservanza delle leggi dell’Islam, così come la pulizia delle faccende amministrative. L’obbligo all’obbedienza della gente al signore non è senza limite: l’Islam classico stabilisce che «non vi è obbedienza nel peccato».

Cosicché l’ispirazione del governante islamico deve essere la giustizia, e la storia ci racconta del controllo di vari potentati locali, di coloro che potremmo chiamare i notabili, delle gilde professionali e di categoria (i contadini, gli avvocati, i muratori), arbitri settoriali del consenso. Il fatto che Saddam Hussein faccia scrivere sulla sua bandiera «Allah hu Akhbar» non significa che egli sia un leader accettabile secondo l’Islam classico, o che la bandiera islamica issata dagli ayatollah sia aderente ai dettati dei testi: il dispotismo assoluto e crudele, la struttura propriamente dittatoriale del potere, deriva molto meno dalla tradizione islamica che non dalle contaminazioni del potere dell’area.

Se guardiamo alla storia mediorentale si scorgono varie fasi di incrudelimento delle dittature che hanno molto a che fare con l’Occidente, prima ancora che col Corano: all’inizio del XX secolo gli Stati arabi vengono disegnati per il supporto delle loro ex potenze coloniali, in particolare Francia e Inghilterra: l’Iraq doveva proteggere il petrolio di Mosul e di Kirkuk, gli egiziani il Canale di Suez, la Transgiordania tenere un occhio sulla Penisola, e così via. I nuovi Stati hanno come fulcro l’esercito, addetto alla protezione di scopi alieni, e l’uso continuo della forza genera scontri sanguinosissimi interni alle etnie e ai gruppi religiosi.

Con la decolonizzazione prendono il via una serie di micidiali colpi di Stato, i cui protagonisti a fronte della nascita dello Stato d’Israele fanno a gara per diventare i campioni del fronte del no, forgiare alleanze coi nemici degli inglesi e degli ebrei, i nazisti, e ispirarsi ai loro modelli. Il nazionalismo arabo risente molto di questa fase. Più avanti, con la sconfitta dei nazifascisti, l’Unione Sovietica, i suoi esperti, i suoi soldi, il suo modello forgia i vari socialismi nazionali arabi e di fatto egemonizza la zona in funzione antioccidentale.

La nefasta presenza dei peggiori modelli europei ha ucciso la memoria del potere islamico più moderato; la basilare importanza della guerra per questi Paesi è diventata un fulcro sociale e morale che ha distratto il mondo arabo dal progresso e dalla modernizzazione, oltre che dall’eventuale sviluppo della democrazia.

Le pulizie etniche e politiche operate dai regimi (se si pensa che Saddam ha espulso 600 mila iracheni in Iran con la scusa che potevano essere di ascendenza persiana, o che un terzo della popolazione di Baghdad era ebraica; oppure la fine che hanno fatto i copti in Egitto, o la strage di Hama con 20 mila morti da parte siriana) fra gli anni 50 e i primi ’80 sono certamente, almeno in parte, frutto della vicenda qui descritta. Possiamo quindi ripensare la storia delle terribili dittature islamiche attuali come qualcosa che contiene un antidoto dentro la propria stessa tradizione. «Non essere orgoglioso, Dio è più grande di te», gridava la folla all’incoronazione del sultano. Parlava a nome dell’Islam.
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