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La Stampa Rassegna Stampa
03.08.2022 L'obiettivo di Biden è fermare Putin
Commento di Nathalie Tocci

Testata: La Stampa
Data: 03 agosto 2022
Pagina: 18
Autore: Nathalie Tocci
Titolo: «L'obiettivo di Biden è fermare Putin»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 03/08/2022, a pag.18, con il titolo "L'obiettivo di Biden è fermare Putin", il commento di Nathalie Tocci.

Nathalie Tocci – Belgrade Security Forum
Nathalie Tocci

I Knew A Different Putin
Vladimir Putin

La politica estera dell'amministrazione Biden è sorprendentemente coerente, nel bene e nel male. Due recentissimi eventi apparentemente slegati tra loro ne sono la manifestazione concreta: l'uccisione del leader di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri a Kabul, da una parte, e il viaggio asiatico con tappa a Taiwan della delegazione parlamentare guidata dalla speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, dall'altra. La dottrina Biden in politica estera è chiara. Il presidente statunitense è stato di parola, portando a termine gli eccessi della stagione egemonica degli Stati Uniti segnata dalle "forever wars" in Afghanistan e in Iraq. Dopo vent'anni di presenza militare in Afghanistan, come dargli torto? Come noto, però, è stata una promessa elettorale che, un anno fa, Biden portò a compimento nel peggiore dei modi: le scene di truppe americane letteralmente in fuga da una Kabul caduta nelle mani dei taleban sono indelebili. Causarono un crollo nella popolarità per il presidente Usa, che da allora stenta a recuperare consenso alla luce delle crescenti problematiche economiche, a partire dalla spirale inflazionistica. Provocarono la fine della luna di miele transatlantica dopo la fine dei traumatici anni Trump, esacerbata poco dopo dall'accordo sui sottomarini tra Australia, Stati Uniti e Regno Unito che tagliò fuori Francia e Ue. Dinamiche che, forse, hanno influito nei calcoli di Vladimir Putin mentre pianificava l'invasione russa dell'Ucraina. L'altra faccia della medaglia del ritiro dall'Afghanistan è stato un impegno rafforzato nella lotta al terrorismo. L'uccisione di al-Zawahiri a Kabul con un missile ad alta precisione sganciato da un drone, undici anni dopo l'assassinio del suo predecessore Osama Bin Laden, insieme al quale aveva pianificato gli attacchi dell'11 settembre, ne è la testimonianza. Se da un lato Biden ha voluto riconoscere apertamente il fallimento del progetto di "nation-building", nonostante le drammatiche conseguenze sui diritti umani, a cominciare dai diritti delle donne afghane, dall'altro è riuscito a sottolineare che la lotta al terrorismo non ha abbassato la guardia. La morte di al-Zawahiri ne è la prova. Questo non vuol dire che la minaccia al-Qaeda sia scomparsa. Non solo perché morto un leader se ne fa un altro, ma soprattutto perché al-Qaeda da anni si è trasformata in una rete più decentralizzata. Le sue ramificazioni mediorientali e soprattutto africane, per molti versi, vivono di vita propria, avendo assunto agende più locali che globali. Il brand al-Qaeda continua, ma le "franchisees" hanno preso il sopravvento. Se da un lato con Biden si è chiusa la fase storica dell'unipolarismo statunitense, con le sue guerre infinite in Afghanistan e Iraq, dall'altro si è aperta una nuova stagione di bipolarità incentrata su Stati Uniti vs Cina, che l'amministrazione Usa caratterizza ideologicamente come scontro tra democrazie e autocrazie. Se non fosse questa la visione del mondo di Washington, probabilmente gli Usa non sosterrebbero l'Ucraina come stanno facendo. D'altronde la Russia, con un Pil inferiore a quello spagnolo, una demografia in crollo e capacità militari rivelatesi a dir poco scadenti, non rappresenta una sfida sistemica per Washington. È solo perché gli Stati Uniti vedono un nesso tra gli eventi in Ucraina e il futuro dell'Asia, a partire da quello di Taiwan, che Washington vuole assicurarsi che la Russia non compia il suo progetto espansionistico. Per fortuna per noi europei. È qui che entra in gioco la visita di Pelosi a Taiwan. A onor del vero, è una visita parlamentare che l'amministrazione non caldeggia. E non la sostiene per buoni motivi. Non perché Washington non debba cedere alle minacce, neanche troppo velate, di Pechino, ma perché non appare chiaro – al netto del simbolismo – quali siano gli obiettivi concreti della missione. Perché antagonizzare gratuitamente la Cina in questo momento di tensione globale quando non ce n'è bisogno? Detto questo, proprio alla luce delle minacce cinesi, è diventato difficile per Pelosi fare marcia indietro, e per la Casa Bianca non sostenere il Congresso. In Europa si osserva con angoscia la visita di Pelosi a Taipei. Di guerra ce n'è già una, che probabilmente ci accompagnerà per anni. Non abbiamo certo bisogno di un'altra. Forse non accadrà ora, ma è evidente che nel riassetto del sistema internazionale verso una nuova bipolarità, le tensioni nel Pacifico sono destinate ad aumentare. L'Europa vuole e deve giocare un suo ruolo autonomo. Il rischio è che, con una guerra in corso sul continente e avendo abdicato per decenni al rafforzamento della difesa nazionale e alla costruzione di quella europea, la dipendenza dagli Stati Uniti sarà destinata a crescere. La contropartita che ci verrà chiesta da Washington verterà senza dubbio proprio sulla postura Ue nei confronti della Cina.

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