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La Stampa Rassegna Stampa
29.07.2022 La rivolta delle minoranze contro i sogni zaristi di Putin
Commento di Anna Zafesova

Testata: La Stampa
Data: 29 luglio 2022
Pagina: 14
Autore: Anna Zafesova
Titolo: «La rivolta delle minoranze contro i sogni zaristi di Putin»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 29/07/2022, a pag. 14, con il titolo "La rivolta delle minoranze contro i sogni zaristi di Putin", l'analisi di Anna Zafesova.

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Anna Zafesova

Russia

Tatarstan, Ingria. Calmucchia, Baltia, Bashkortostan, Karelia, Erzyan Mastor, Circassia, Komi, Daghestan, Urali, Kuban, Udmurzia, Terre Nere, Don, Repubblica Moscovita, Pomorie, Chuvashia, Smalandia. Confederazione Caucasica, Volga: alcuni di questi toponimi esistono, come repubbliche autonome della Federazione Russa, altri sono oggi semplici definizioni geografiche oppure sono tutte da inventare. La "decostruzione" della Russia, come la chiamano i partecipanti al Forum dei popoli liberi, inizia da una mappa che sembra un videogame sulla costruzione di civiltà virtuali, ma chi si è dato appuntamento a Praga per parlare di uno spazio "post-russo" dice che è soltanto una traccia da discutere. L'importante è l'obiettivo, che l'attivista bashkiro Ruslan Gabbasov formula con inedita chiarezza: «Il crollo dell'impero è inevitabile, la Russia non può restare nella sua forma attuale». L'incubo di Vladimir Putin, convinto di aver evitato la fine alla Russia, comincia a diventare realtà. A Praga si sono presentati suoi vecchi nemici, dall'ex premier ceceno Akhmet Zakaev, ultimo sopravvissuto della prima leva degli indipendentisti di Grozny, esule a Londra, ai dissidenti russi storici come Ilya Ponomaryov, a oppositori bielorussi, politici lituani e deputati ucraini, venuti ad aiutare gli emissari di varie regioni russe a formulare una piattaforma politica. Kiev segue il processo da vicino, e lo ispira: il segretario del Consiglio di sicurezza ucraino Oleksiy Danilov ha promesso che la guerra porterà la «decolonizzazione» e la Russia dovrà restituire la libertà ai popoli «ai quali era stata tolta anche la loro storia». E mentre Golia vacilla, tanti Davide in quello che il presidente francese Emmanuel Macron ha appena definito «uno degli ultimi imperi coloniali» cominciano a sognare l'impossibile. A vedere la mappa, sembra in effetti fantapolitica: perfino molte delle 26 repubbliche e distretti autonomi etnici sono in realtà a maggioranza russa, e l'80% della popolazione si riconosce nella nazione dominante, in territori russi. Ma nel progetto del Forum dei popoli liberi figurano sia minoranze etniche che realtà regionali: Pavel Mezerin, coordinatore della Libera Ingria (cioè la regione di Pietroburgo) sostiene che «i russi della Kuban, della Siberia e dell'Estremo Oriente sono russi completamente diversi, con aspirazioni politiche ed economiche indifferenti». E così anche territori storici come Pskov e Smolensk cominciano a pensare a secedere, talvolta costruendo idendità improbabili come la "Smalandia", fondata da presunti antenati svedesi. La guerra per ricostruire l'impero ha riacceso la miccia della sua disintegrazione. Il Cremlino ha mandato in Ucraina le minoranze etniche: un buriato ha 275 volte più probabilità di morire sul fronte di un moscovita, per i tyvini questo rapporto sale a 350 a uno, con i risarcimenti ai caduti che sono invece un terzo di quelli nella capitale. Il risultato è che i buriati sono diventati da nazione più uccisa sui campi ucraini a nazione in testa alla classifica delle defezioni dalle caserme. Aleksandra Garmazhapova della fondazione Buriazia Libera, che assiste i soldati in fuga, dice che molti ragazzi dicono di «non voler andare a morire per imporre quel "mondo russo" dove non ci affittano case e non ci fanno entrare nei locali». Il melting pot sovietico ha lasciato il posto a un razzismo quasi ufficiale, e Putin ha iscritto il popolo russo nella Costituzione come "statoformante", stabilendo una gerarchia suprematista in un Paese che conta 193 etnie, che non vogliono più accontentarsi di un posto nel museo del folclore e qualche quota universitaria. Gillian Tett del Financial Times scrive che tra gli esponenti delle minoranze «il discorso si sta radicalizzando», e invece di riconoscersi nella grande Russia che ha "portato la civiltà" molti denunciano il "colonialismo e imperialismo, la discriminazione etnica e razziale». Possono sembrare fenomeni marginali, ma chi ha visto il collasso dell'Unione Sovietica sa con quale rapidità identità nazionali che sembravano ormai sciolte nella russificazione hanno ripreso vita in pochi mesi. Del resto, Boris Eltsin nel 1991 salì al potere - distruggendo nel processo l'Urss - all'urlo di «prendete tutta la sovranità che riuscite a digerire», rivolto alle autonomie. Uno slogan che portò a due guerre in Cecenia e a un lungo braccio di ferro con il Tatarstan, e divenne l'incubo di Putin, che oggi ha proibito ai capi delle autonomie della Federazione perfino di chiamarsi "presidenti". Un'umiliazione che si poteva subire, in cambio di privilegi fiscali o concessioni al clan locale, ma che nel momento in cui il Cremlino comincia a vacillare può accelerare una fuga centrifuga. In fondo, anche l'Urss collassò quando le nomenclature comuniste locali decisero-– come il primo presidente ucraino Leonid Kravchuk, ex segretario all'ideologia del partito comunista - di cavalcare la tigre dei movimenti nazionali, preferendo governare un Paese nuovo invece che finire sotto le macerie di quello vecchio. La stessa scommessa torna ora a minacciare la solidità della Federazione, con una posta in gioco non indifferente: buona parte delle immense ricchezze nel sottosuolo russo si trovano proprio nei territori autoctoni di yakuzi, nenzy e khakasi. Nomi che sembrano usciti dal Trono di spade, ma non sono soltanto «invenzioni della politica nazionale leninista», come li bolla Putin, sono popoli veri, con un passato di sottomissione e resistenza, e una voglia di emergere nel mondo globale alimentata da una rabbia cui nessuno ha badato. Come quella degli ingusci, ai quali Putin ha tolto territori per fare un regalo al leader ceceno Kadyrov, o i karely, i cui nonni erano stati annessi da Stalin dopo la guerra contro la Finlandia, o la Novgorod anseatica, o il Caucaso ottomano. Le linee di frattura della Storia sono spesso più longeve di quanto sembra, e rivendicando "diritti di proprietà" che affondano nei secoli il putinismo potrebbe scoprire di star tirando pietre in una casa di vetro.

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