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La Stampa Rassegna Stampa
21.07.2022 I crimini russi in Ucrania
Analisi di Francesca Mannocchi

Testata: La Stampa
Data: 21 luglio 2022
Pagina: 18
Autore: Francesca Mannocchi
Titolo: «Io Leonid torturato dai russi»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi 21/07/2022, a pag.18, con il titolo "Io Leonid torturato dai russi" il commento dell'inviata a Kiev Francesca Mannocchi

Francesca Mannocchi, biografia, storia, vita privata e curiosità
Francesca Mannocchi

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 Dell'interrogatorio al centro di filtraggio Leonid ricorda una domanda: che ne pensi dei russi in città? E la sua risposta: siete i benvenuti. Detta per salvarsi la vita e tornare a casa. Leonid è scappato da Mariupol, oggi vive in un villaggio alle porte di Ivano-Frankivks, nella parte occidentale dell'Ucraina. Accetta di parlare a condizione di anonimato perché sua figlia è in Russia, non ha più notizie di lei da mesi e teme ritorsioni. Da quando hanno conquistato villaggi e città nell'Est dell'Ucraina, i servizi segreti e l'esercito russo hanno cominciato a mettere su dei «centri di filtraggio», strutture in cui i civili sono interrogati, spesso vittime di violenza e abusi. Già il 28 aprile l'ambasciatore degli Stati Uniti presso l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), Michael Carpenter aveva dichiarato che c'erano state «relazioni credibili» secondo cui le forze russe detenevano persone in queste regioni e «le interrogavano brutalmente per eventuali presunti collegamenti con il legittimo governo ucraino o con organi di stampa indipendenti». La Russia nega di aver costretto gli ucraini a lasciare le loro case e nega di aver forzatamente trasferito le persone in Russia, il Cremlino afferma anzi di aver fornito assistenza umanitaria e passaggi sicuri. Ma più passano i mesi, più aumentano le prove che i campi di filtraggio siano stati pianificati prima dell'invasione del 24 febbraio. Gli Stati Uniti hanno dichiarato la scorsa settimana di aver identificato 18 campi di filtraggio allestiti lungo il confine ucraino-russo. Sia Leonid che parte della sua famiglia sono transitati da un centro di filtraggio in Donbass. I loro destini però oggi sono divisi. La vita a Mariupol La prima volta che i russi hanno bussato a casa di Leonid era il 24 marzo. Sulla sua città, Mariupol, cadevano bombe. Leonid e la sua famiglia, come tutti, si nascondevano in cantina. I russi hanno bussato una volta, due. Troppo spaventato per salire e aprire, Leonid ha provato a ignorare i colpi finché un soldato non ha urlato: faccio saltare in aria la casa con voi dentro. Così è uscito, insieme a suo genero, lasciando la moglie e la figlia incinta nel rifugio. I russi hanno rovesciato mobili e cassetti, perquisito gli uomini, poi li hanno portati in giardino, spogliati e legati a un albero. Li hanno picchiati con un bastone alla testa e alla schiena, poi li hanno slegati e senza farli rivestire, un soldato ha puntato la pistola alla testa di Leonid dicendo: corri dentro canaglia. «Conto fino a tre e al mio tre devi essere in casa», ha detto il soldato. Leonid era sicuro che gli avrebbero sparato alla schiena. Non l'hanno fatto ma lì ha capito «che avrebbero governato la città così e che era solo l'inizio» e ha capito che avrebbe dovuto fare di tutto per andare via. In quel momento è iniziata la sua vita da risparmiato a Mariupol, dove continuavano a cadere missili e le strade si coprivano di cadaveri e piano piano finivano anche acqua e cibo. Dopo due mesi di battaglia lui e i suoi vicini erano così affamati che hanno assaltato tre negozi per non morire di fame ma, ci tiene a dirlo due volte Leonid, «abbiamo preso solo quello di cui avevamo bisogno». Come dire che in guerra si ruba per necessità e non perché si è ladri. All'inizio di aprile «le persone facevano di tutto per fuggire, scappavano sotto i missili, la città era un cimitero», dice Leonid. Anche sua figlia e suo genero hanno deciso di scappare e hanno accettato le procedure di evacuazione: i russi organizzavano i trasporti prima verso Novoazovsk, nella Repubblica popolare di Donetsk e poi da lì in Russia verso la città di Taganrog, in Russia. Sua figlia era incinta di otto mesi, restare a Mariupol non era più possibile e suo marito aveva dei parenti nella regione di Kuban, nella parte sudorientale della Russia. Avrebbero ricominciato lì, perché non c'era alternativa. Così una mattina si sono salutati e la figlia e il genero hanno camminato verso la tappa obbligatoria che tutti dovevano e devono fare prima di lasciare Mariupol, cioè i centri di filtraggio, grandi tende gestite dai servizi segreti russi (Fsb) e controllati dai soldati di Mosca e delle repubbliche separatiste. Le persone passavano dai centri, venivano spostate in Russia e da lì a verso altre destinazioni, a molti veniva sequestrato il passaporto così che una volta entrati in Russia non potevano più lasciare il Paese. Leonid aveva sentito i racconti che passavano di bocca in bocca sul trattamento ricevuto nei centri (soprattutto per gli uomini) per questo non sapeva cosa dire a sua figlia, se spingerla a lasciare la città e fuggire dalle bombe, o farla stare lì, a qualunque costo, perché il futuro era un salto nel buio. Alla fine se ne sono andati, convinti che avere parenti in Russia fosse una condizione sufficiente a risparmiare il marito di sua figlia dagli abusi. Da allora Leonid non ha più avuto notizie dei ragazzi, e la salute di sua moglie ha cominciato a vacillare. Un giorno, a fine aprile, lui e sua moglie sono usciti. In città già da mesi non c'era più elettricità né rete telefonica e Leonid voleva sapere se sua sorella era ancora viva, hanno camminato lungo le strade di Mariupol, non più di un chilometro, dice, e hanno contato sessantatré corpi in strada, tutti civili. Sessantatré, ripete il numero scandendo le sillabe, con l'incredulità di chi deve convincere prima se stesso che il suo interlocutore. Sessantatré corpi di uomini, donne, bambini che stringevano giocattoli, «corpi già in decomposizione, corpi a metà, senza gambe o senza busto». In quel momento Leonid ha deciso: sarebbero andati via anche loro, passando per i centri di filtraggio. Pochi giorni dopo, quando la città era ormai praticamente in mano russa, il cuore di sua moglie non ha retto. È morta d'infarto, o almeno così crede Leonid che ha fatto di tutto per provare a rianimarla e mentre lo racconta piange. Il corpo steso a terra, lui che pensa a una caduta, la volta, grida, ma non c'è niente da fare. Esce in strada, grida di aiutarlo. I soldati in strada spostano il corpo nell'obitorio dell'ospedale dove Leonid crede - o spera - sia ancora. Niente autopsia, né funerale Il filtraggio e la fuga. Il 29 aprile i soldati russi hanno bussato di nuovo alla sua porta e gli hanno detto che doveva recarsi al centro di filtraggio. La procedura non serviva più solo per chi dall'Ucraina veniva portato in Russia, né più solo per i pochi corridoi umanitari organizzati dalle Nazioni Unite, ma anche per chi viveva ancora a Mariupol. Era di fatto una schedatura dei civili. Leonid ha camminato fino a un posto di blocco presidiato da separatisti filo-russi, è rimasto in fila due ore, poi da lì i pullman li hanno portati al centro di filtraggio di Bezimenne, nella repubblica separatista di Donetsk. Gli uomini sono stati divisi dalle donne e poi ancora divisi, uno in ogni angolo con un agente dell'Fsb. Nonostante fosse anziano gli hanno chiesto di spogliarsi per verificare che non avesse tatuaggi, simboli riconducibili al Battaglione Azov, gli hanno preso le impronte digitali e poi tenendolo in mutande sulla sedia hanno cominciato a fare domande sulla politica russa e sull'Ucraina. Gli hanno chiesto se avesse parenti nell'esercito, se conoscesse qualcuno nelle forze armate e nell'intelligence. Leonid continuava a ripetere di non avere contatti. Gli hanno chiesto cosa ne pensasse dei russi in città e lui, per salvarsi, ha mentito: siete i benvenuti, ha detto. L'hanno tenuto lì, seminudo, sulla sedia ancora per due ore, finché un agente gli ha portato un foglio. Diceva che il cittadino Leonid era passato attraverso il processo di filtrazione e aveva due possibilità: restare a Mariupol o in altri territori controllati dai separatisti o andare in Russia. Ma Leonid non voleva più né restare a Mariupol né andare in Russia. Sua moglie era morta e non era riuscito nemmeno a portarla al cimitero, di sua figlia incinta non aveva più notizie, ai corridoi umanitari non l'avrebbero fatto accedere, così si è detto che siccome tutto era perso ed era sopravvissuto ai mesi di battaglia nella sua città, poteva rischiare di morire ancora una volta, accettando di scappare di notte, con la rete di autisti che ancora prova a portare via i civili da Mariupol. Così, il 7 giugno scorso ha aspettato che il primo autista bussasse alla sua porta. All'angolo della strada c'era una macchina che lo ha portato in direzione di Berdiansk. Da quando ha lasciato casa sua finché è arrivato a Dnipro ha cambiato cinque volte veicolo. Tutti pezzi della rete di volontari ucraini che, rischiando la vita, continuano a raggiungere le zone occupate e le zone del fronte per salvare la gente. Occupare e deucrainizzare Secondo l'ex commissario ucraino per i diritti umani, Lyudmyla Denisova, sarebbero un milione e mezzo di cittadini ucraini, inclusi 250 mila bambini, deportati in Russia. Molti rimangono nei campi in alcune parti della Russia vicino all'Ucraina, come le città di Taganrog e Rostov. Alcuni vengono trasferiti con la forza in aree della Russia economicamente depresse, in Siberia o nell'isola di Sakhalin dove ricevono un alloggio e una piccola somma di denaro. In cambio del denaro devono accettare il passaporto russo. Non è la prima volta che il Cremlino organizza centri di filtraggio, è successo in Cecenia dove le forze russe separavano i civili dai combattenti. È successo dal 1941 al 1952 nei Paesi baltici. Mezzo milione di persone furono deportate in Russia per svuotare la regione dalle forze ritenute antisovietiche. Succede oggi, nel 2022. Serve ai russi per epurare dai territori occupati il dissenso, e serve a «deucrainizzare» le persone dopo averle deportate in Russia, rieducarle e dotare gli ucraini di passaporti russi. Unire cioè alle deportazioni il progetto demografico già messo in atto nelle repubbliche separatiste. —

lettere@lastampa.it


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