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La Stampa Rassegna Stampa
09.07.2022 Donbass: è anche guerra civile
Analisi di Francesca Mannocchi

Testata: La Stampa
Data: 09 luglio 2022
Pagina: 7
Autore: Francesca Mannocchi
Titolo: «Nel Donbass traditi e traditori»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 09/07/2022, a pag.7, con il titolo "Nel Donbass traditi e traditori", il commento di Francesca Mannocchi.

Francesca Mannocchi - Pensavo Peccioli
Francesca Mannocchi

«Ne na chasi», non è il momento, risponde Dmytro quando gli domando se cinque mesi dopo l'inizio dell'invasione russa in Ucraina, il sostegno della gente verso le decisioni di Zelensky sia solido come le prime settimane. "Ne na chasi", non è il momento, ripete. Non è sempre il tempo giusto per fare le domande. Questa, per esempio, per lui è prematura. Lo dice una settimana dopo aver saputo di aver perso il lavoro. Era un presentatore tv nella vita di prima, poi la quotidianità della guerra ha imposto ai grandi network di spartirsi un unico canale come prevede la legge marziale dello scorso marzo, il decreto 152/22 approvato per decisione del Consiglio nazionale di sicurezza e difesa dell'Ucraina (NSDC). È la politica di informazione unificata ritenuta "prioritaria per la sicurezza nazionale" dice la legge: i media diventano parte di una maratona di 24 ore che combina tutti i canali nazionali. Canali il cui contenuto è costituito principalmente da informazioni e analisi approvate dalla comunicazione strategica. Siccome la guerra rende permanente lo stato di precarietà, Dmytro al lavoro non è più tornato. Ha messo via le giacche colorate del suo programma di intrattenimento serale, la lista degli artisti e dei cantanti che avrebbe voluto invitare in primavera e dopo il licenziamento ha messo via quasi tutte le domande per cui non è il momento. Altre però sembrano meno premature, a lui come ad altri. Quando è tornato presso la sede della sua emittente a ritirare il badge, il suo capo gli ha detto: appena finisce la guerra torni qui, c'è il tuo posto, la gente ti aspetta. Appena finisce la guerra è una frase affrettata come le domande sul morale delle truppe e quello della popolazione civile. Una frase impronunciabile un po' per scaramanzia e un po' perché la guerra non si vive che al presente. Ma qui, in Ucraina, il conflitto ha due tempi. C'è quello del fronte, riacceso a Kharkiv, caldissimo in Donbass dove avanzano i russi e a Sud dove gli ucraini tentano la controffensiva verso Kherson.

Ucraina: nel Donbass si attende la battaglia per Sloviansk

Ma c'è l'altro, quello delle zone liberate da settimane e di quelle mai sfiorate dalle battaglie. Zone che battono un altro tempo, e hanno altre richieste perché la gente è tornata a pensare al futuro che non è solo il tempo dei progetti, è anche il tempo degli interrogativi. È anche il tempo delle punizioni e delle rese dei conti. Dove l'Ucraina parla già di nuovo al futuro nessuno risponde "Ne na chasi", non è il momento, la gente vuole che Zelensky presenti i traditori senza aspettare la vittoria. Sentimenti diffusi da parecchie settimane, da quando il presidente degli Stati Uniti Joe Biden disse che Volodymyr Zelensky «non aveva voluto sentire» i suoi avvertimenti su un'invasione russa. Serhiy Nikiforov, addetto stampa di Zelensky e Mykhailo Podolyak, suo consigliere hanno immediatamente confutato le tesi di Biden sostenendo che, al contrario, fosse il presidente americano a non fidarsi degli avvertimenti ucraini sulla minaccia russa, e ricordando le tre conversazioni telefoniche precedenti all'invasione in cui Zelensky invitava Biden a introdurre sanzioni preventive contro la Russia. Incomprensioni o meno, l'incidente diplomatico tra i due è stato ricucito, Biden ha elogiato il popolo ucraino che «ha un leader degno del suo coraggio e della sua resilienza», ma le frasi del presidente statunitense sulle minacce inascoltate hanno lasciato un'eco nel Paese, l'onda lunga di un malessere che come la guerra, in Ucraina, ha due tempi: dove si combatte si pensa a sopravvivere e scappare, dove si è rimasti vivi si cercano i colpevoli, cioè chi sia responsabile dei fallimenti delle previsioni dell'inizio della guerra. La gente si chiede perché e come le truppe russe si siano avvicinate così facilmente e rapidamente a Kiev da più parti e contemporaneamente, come siano entrati a Kherson facendola cadere in meno di una settimana e perché le migliaia di persone che abitavano i sobborghi della cintura intorno Kiev - le aree tristemente note di Gostomel, Bucha, Irpin - non siano state evacuate in tempo. I canali sono stati unificati, il palinsesto è 24 ore su 24 dedicato all'evoluzione dei combattimenti, ma se nelle prime settimane bastava la speranza della vittoria, oggi le persone cercano risposte. A fare pulizia negli alti vertici dell'intellingece, in verità, Zelesnky aveva cominciato all'inizio di aprile quando ha rimosso due alti funzionari della sicurezza di Kherson. «Ora non ho tempo per occuparmi di tutti i traditori - aveva detto -, ma piano piano punirò tutti». Un mese dopo era stata la volta del massimo ufficiale della sicurezza di Kharkiv, accusato di non aver lavorato abbastanza duramente alla difesa della città dall'inizio dell'invasione russa. «Sono venuto qui, ho parlato con la gente, ho capito e ho licenziato il capo della sicurezza perché non ha pensato alla mia gente ma solo a sé stesso», un modo elegante per definirlo un corrotto al soldo del Cremlino. Alla gente però non basta. Non basta ammettere che tra chi doveva servire il popolo c'erano dei traditori, la gente che vive il tempo del dopoguerra vuole le punizioni esemplari. E a Kiev, allora, quando chiedi se il sostegno è solido intorno al Presidente qualcuno, come Dmytro, dice che "non è il momento", altri dicono che se non c'è punizione non c'è responsabilità e nessuno impara la lezione.

La strada per Sloviansk
La lezione Roman Kozodoi, un volontario della Croce Rossa ucraina, l'ha imparata provando a evacuare la gente da Lysyshansk. L'ultima volta che ci eravamo visti, a maggio, la città non era ancora caduta in mano russa. Roman e i suoi amici, ventenni universitari come lui e come lui originari di Lysyshansk, rischiavano ogni giorno la vita per portare acqua, cibo e medicine a chi non se ne voleva andare. Salivano sul loro pullman, guidavano in uno slalom di crateri di missili, osservavano il fumo dell'artiglieria a centinaia di metri alla destra e alla sinistra della strada principale, senza perdere mai né il sorriso né la speranza. Ieri eravamo insieme sullo stesso veicolo, con le stesse persone. Mancano però sia il sorriso che la speranza. Lysyshansk è caduta. Roman ha salutato casa sua, il liceo dove ha studiato e dove continuava a insegnare inglese ai bambini, il laboratorio del falegname da cui lavorava part-time. Nel dire addio alla sua città si è congedato anche dalle illusioni che a vent'anni sono concesse. Che il nostro vicino, colui che tanto ci somiglia e così bene ci conosce, per esempio, non ci sia mai nemico. Gli ultimi giorni prima che Lysyshansk cadesse la sua gente, quella a cui portava cibo e medicine, di fronte all'ultimo tentativo di evacuazione ha detto: restiamo qui ad aspettarli, Roman. Non restavano in assenza di un'alternativa, restavano perché l'alternativa c'era, a marchio Z. Era l'esercito russo. Roman è tornato indietro verso Dnipro, dove ora fa base. Per due giorni ha combattuto con la tristezza, che si è fatta delusione e poi rabbia. Verso le famiglie di cui si fidava, verso sé stesso, troppo ingenuo nonostante la guerra che è assassina di ogni purezza. Poi ha ripreso il pullman, è tornato al magazzino della Croce Rossa, e ha ripreso i viaggi verso Est, ad aiutare altra gente, nei nuovi fronti che si sono spostati di una decina di chilometri. Le città che oggi sono sotto attacco. Siviersk, Sloviansk. I pacchi sono sempre gli stessi: aiuti alimentari e medicine di base. Il sorriso sul volto è diventato rigido. Quando il veicolo si ferma nei sobborghi di Sloviansk, Roman suona il clacson, la gente esce alla spicciolata. Lui consegna una scatola dopo l'altra. Prima che le persone lascino il punto di ritrovo per tornare a casa, dice: siete in pericolo, lo sapete, posso portarvi via se volete essere evacuati. Due donne si scambiano uno sguardo di complicità, la più giovane guarda Roman e dice, in russo: «svoikh ne brosaiem», non lasciamo la nostra gente in mezzo ai guai. Roman si irrigidisce perché ha capito che quella frase non sia neutra ma che sia anzi un messaggio. Quando dice "la nostra gente", la donna non pensa agli abitanti di Sloviansk, o meglio pensa a loro come parte del tutto. La nostra gente, anche per lei, ha il marchio Z dell'esercito russo. E quella frase, svoikh ne brosaiem, non li lasciamo in mezzo ai guai, campeggia tra i manifesti a sostegno dell'«operazione speciale», è uno degli incoraggiamenti di supporto della popolazione russa alle forze armate, è un frammento della propaganda del Cremlino per esaltare gli eroi di guerra. Roman consegna le ultime medicine e non insiste. Torna alla guida del mezzo, dalla strada principale indica in direzione di Lysyshanks. Resterà sempre casa mia, dice Roman, che sa che la pietà si deve a tutti, anche a chi sceglie di andare dall'altra parte, perché l'aiuto non dovrebbe conoscere né posizioni né appartenenza.

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