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La Stampa Rassegna Stampa
03.07.2022 Aziende ferme e costi impazziti, la grande crisi colpisce la Russia
Commento di Anna Zafesova

Testata: La Stampa
Data: 03 luglio 2022
Pagina: 14
Autore: Anna Zafesova
Titolo: «Aziende ferme e costi impazziti, la grande crisi colpisce Mosca»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 03/07/2022, a pag. 14, con il titolo "Aziende ferme e costi impazziti, la grande crisi colpisce Mosca", l'analisi di Anna Zafesova.

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«Ciao! Abbiamo deciso di mostrarti soltanto i prodotti acquistabili nel tuo Paese. È brutto vedere cose che non puoi comprare, vero?». Il portale britannico di shopping online ASOS prende in giro gli utenti russi, che ogni giorno vedono sparire un altro pezzo dei consumi ai quali si erano ormai abituati. Venerdì è stata la volta delle licenze di gaming NVIDIA e del produttore francese di software di sicurezza per i sistemi di pagamento elettronico Thales, che hanno annunciato l'uscita dal mercato russo. Intanto, sono tornate le code ai negozi Ikea, chiusi da marzo: il gigante svedese sta svendendo i magazzini. Per ora, la liquidazione è accessibile soltanto agli ex dipendenti, e in attesa dell'apertura dei saldi online anche ai comuni mortali i consumatori ansiosi stanno cercando di accaparrarsi i prodotti più ambiti prima che spariscano per sempre: nei mercatini online come Wildberries e Avito un set di contenitori di plastica costa almeno 20 euro, una cassettiera di pino più di 100 euro, una sedia 200, e il mitico squalo di pelouche Blahaj arriva anche a 280 euro, prezzo fatto lievitare dai collezionisti che lo considerano il simbolo di un'epoca di consumismo globalista ormai conclusa . Il 58% delle società estere censite in Russia dalla scuola di management di Yale hanno infatti già lasciato il mercato russo oppure sospeso le proprie attività: si tratta di 1200 compagnie, alle quali soltanto nell'ultima settimana si sono aggiunti il gigante alcolico Diageo, la Michelin, il produttore finlandese di ascensori Kone e la Whirlpool. Qualcuno vende il business ai concorrenti russi o ai manager locali, come ha fatto McDonalds, riaprendo con il marchio autarchico "Buono e punto" e i meno autarchici panini che hanno cambiato nome (qualcuno sostiene anche il sapore) dagli anglosassoni ""Big Tasty" ai non molto più russi "Big Special". Qualcuno – come la Philip Morris – non ci è ancora riuscito per mancanza di acquirenti, altri hanno semplicemente congelato le attività, molti sotto la pressione dei consumatori: secondo un'indagine della BBC, il 50% dei consumatori interrogati in 14 Paesi tiene conto nelle sue scelte di acquisto della posizione presa dai marchi verso la guerra in Ucraina. Ma c'è anche un calcolo più pragmatico: i ricercatori di Yale hanno stimato che le società che hanno chiuso il mercato russo hanno perso in borsa molto meno di quelle rimaste, in media il 3% invece di 12,6. Uno dei motivi è quello che la Russia non costituiva grandi fette del mercato internazionale (dall'uno al 3% per la maggioranza dei marchi), e mentre ritirarsi subito significa arginare le perdite al 2022, restare, soprattutto con strutture industriali, agli occhi degli analisti aumenta i rischi, soprattutto dopo la nazionalizzazione del consorzio di gas Sakhalin-2 ordinata da Putin. Il risultato sono circa 350 mila lavoratori sull'orlo della disoccupazione, con ricadute che potrebbero riguardare diversi milioni di posti di lavoro. Questo però è soltanto il calcolo dei dipendenti diretti di società straniere, che non tiene conto dell'impatto devastante delle sanzioni, e del boicottaggio della Russia che le società occidentali hanno lanciato di propria volontà - sull'intera filiera produttiva. Il dato più drammatico proviene dal settore automobilistico: il Comitato statale per la statistica ha informato che la produzione di automobili rispetto al maggio del 2021 ha registrato nel maggio 2022 una caduta del 97%. In altre parole, le catene di montaggio sono ferme: in un mese, in Russia sono stati prodotti soltanto tre mila veicoli, che non sono omologati per l'utilizzo fuori da Russia e Belarus, mancando dei più elementari dispositivi di sicurezza come airbag e cinture retrattili. Per cercare di rimediare, la Duma ha approvato con procedura accelerata la legge sulle «importazioni parallele» che sostanzialmente legittima il contrabbando. Ma a parte il fatto che questa «legalizzazione» vale soltanto in Russia, mentre rimane un reato a livello internazionale, esonera dei grandi produttori internazionali non solo toglie stipendi e tasse alla Russia, ma aumenta inevitabilmente i prezzi, rendendo molti beni l'importazione di merci e ricambi attraverso Paesi terzo e con schemi "grigi" aumenta difficoltà e prezzi. Un'inchiesta del quotidiano Kommersant ha rivelato, per esempio, che i tempi di riparazione di telefonini e computer sono già aumentati da 5 giorni a due-tre settimane: i gadget vanno spediti all'estero. Una procedura che aumenta vertiginosamente anche i costi, e rende una serie di consumi impossibili per il ceto medio, nonostante il rublo tenuto artificialmente in alto teoricamente aumenti il loro potere d'acquisto. Anche la speranza nella Cina si sta rivelando esile: dopo il collasso delle importazioni di smartphone e tablet cinesi dopo l'inizio della guerra, Huawei ha annunciato la graduale chiusura dei suoi store in Russia. E così, mentre l'assenza di tecnologie estere sta bloccando diversi settori strategici, dalla sanità (dove si avverte la carenza di farmaci e perfino lastre per gli esami) all'agroalimentare, agli 007 russi viene chiesto di rubare segreti tecnologici in Occidente. Una missione di cui sono stati incaricati da Vladimir Putin in persona: visitando il quartier generale dello spionaggio estero, ha ricordato lo spionaggio industriale dell'epoca sovietica, «tornato di attualità oggi con le sanzioni».

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