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La Stampa Rassegna Stampa
02.06.2022 Kherson: bombe e stupri
Commento di Monica Perosino

Testata: La Stampa
Data: 02 giugno 2022
Pagina: 7
Autore: Monica Perosino
Titolo: «Olena, stuprata dagli invasori: 'Non ho più toccato i miei bimbi'»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 02/06/2022, a pag.7 con il titolo "Olena, stuprata dagli invasori: 'Non ho più toccato i miei bimbi' " la cronaca di Monica Perosino.

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Monica Perosino

Kherson è caduta
Kherson

«Hanno sfondato la porta alle 4 di mattina. Puzzavano d'alcol. Erano in cinque. Erano già venuti a casa mia nei giorni prima, mi avevano chiesto il nome e il numero del passaporto, ho pensato che fosse per il finto referendum». Olena è una giovane mamma di un paese dell'Oblast di Kherson, dal 2 marzo sotto il controllo russo. Oggi ha scelto di chiamarsi Olena, come la sua più cara amica, morta i primi giorni della guerra. Si vergogna, come portasse lei la colpa del più atroce dei crimini di guerra. Parla a scatti, rigirando una tazza di tè ormai freddo tra le mani. Olena è appena arrivata in un rifugio di Zhaporizhia con i suoi tre figli, era partita sei giorni fa dal suo villaggio al confine tra Kherson e Melitopol. Il marito sta combattendo con l'esercito ucraino, non sa nulla di quello che è successo. Olena si vergogna, come portasse lei la colpa del più atroce dei crimini di guerra. In una stanza appartata del centro la psicologa di una Ong che aiuta le vittime degli abusi le stringe la mano, le nocche sono bianche, la mascella serrata. Olena riprende fiato: «Mi hanno messo il cuscino che stava sul divano sulla faccia, poi ho sentito una corda, o un pezzo di stoffa, non lo so, attorno al collo, pensavo mi volessero uccidere, ma era solo per tenermi ferma. Poi l'hanno fatto». Olena, a differenza di molti abitanti di Kherson, che aspettano nei rifugi ai confini dell'Oblast con la speranza, prima o poi, di tornare a casa, vuole mettere più spazio possibile tra lei e l'orrore. Domani partirà per Leopoli: «Quando è successo mancava l'acqua - racconta – non ho potuto lavarmi per tre giorni, non riuscivo a toccare i miei bambini». Il numero di denunce emerse dall'inizio della guerra suggerisce che lo stupro in Ucraina per mano dei soldati russi potrebbe essere sistemico e diffuso. Questi timori sono diventati prove dopo il ritiro della Russia da Bucha, dove, secondo le autorità di Kiev, circa venti donne e ragazze sono state «stuprate sistematicamente». L'inaudita violenza contro le donne è stata documentata da Nazioni Unite e Human Rights Watch, mentre la Corte Penale Internazionale sta raccogliendo potenziali prove, in collaborazione con le autorità ucraine, delle azioni degli occupanti.

Le notizie dagli Oblast occupati arrivano con difficoltà, spesso solo assieme a chi è riuscito a fuggire, come una ragazza magrissima e spaurita che arriva da un piccolo villaggio tra Berdiansk e Kherson: «Hanno preso le mie amiche quando siamo uscite a cercare il cibo – dice Karolina, 15 anni, con un filo di voce -. Sono tornate nel bunker il giorno dopo, da allora non mi hanno più parlato». La madre la abbraccia, le accarezza i capelli: «Bestie», sussurra con rabbia. La scorsa settimana è iniziato il primo processo per stupro. La procuratrice generale di Kiev, Iryna Venediktova, ha portato alla sbarra l'imputato Mikhail Romanov, un militare delle Forze armate russe che, secondo l'accusa, a marzo, con altri soldati, fece irruzione in un'abitazione a Brovary, «spararono al suo proprietario uccidendolo e stuprarono la moglie ripetute volte». Mentre l'orrore nell'Oblast di Kiev inizia ad avere volti e capi d'accusa, la brutalità nell'Oblast di Kherson sta emergendo solo nelle ultime ore. Dima, volontario del centro di prima accoglienza alle porte di Zhaporizhia, riesce a metterci in contatto con una donna che a Kherson è rimasta per dare supporto e aiuto a chi è rimasto bloccato in città: da giorni arrivano richieste d'aiuto perché le persone semplicemente scompaiono, le donne vengono abusate, gli uomini minacciati, torturati e picchiati. «Mettere insieme ciò che sta accadendo all'interno di Kherson è difficile, sono tutti terrorizzati». Nel rifugio temporaneo oggi si festeggia la Giornata dei bambini, ci sono i biscotti appena sfornati. Yulia, giovane mamma di Melitopol, mette in fila i suoi in ordine decrescente: Camilla, 12 anni, Sasha 6 anni, Alina, 4, e Karolina, quasi 2. «Lunedì 26 maggio siamo partiti – racconta il padre, Vadim -. Forse sono un patriota, non lo so, ma guardavo quello che stava succedendo alla mia città in mano ai russi non sono più riuscito a rimanere. Sono dei criminali». L'intera famiglia ha aspettato in auto 4 giorni al posto di blocco di Vasylivka. Migliaia di persone aspettano al check point russo per giorni e giorni, serve che sia pieno di civili così che gli ucraini non lo bombardino. Oltre il 50% delle persone ha lasciato la città. Violenze, rapimenti, minacce e razzie. «Portano via tutto, dicono che presto faranno fuori tutti noi fascisti. Passando davanti alla casa della mia vicina hanno sparato al cane, così senza motivo. E fanno liste, liste di tutto e di tutti, di chi resta e di chi se ne va». Vadim fa allontanare i bambini: «Ci sono stati diversi casi di stupro. Un giorno ho visto una macchina di ceceni che si è fermata vicino a un gruppo di bambine di 14-15 anni. Sono scesi, uomini adulti con barbe fino alla pancia, hanno preso le bambine e le hanno trascinate nella macchina, poi se ne sono andati».

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