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La Stampa Rassegna Stampa
17.03.2022 'Breve storia dell'Ucraina. Dal 1914 all'invasione di Putin'
Analisi di Mirella Serri

Testata: La Stampa
Data: 17 marzo 2022
Pagina: 31
Autore: Mirella Serri
Titolo: «Dal dominio austriaco all'invasione russa la lunga via ucraina verso l'indipendenza»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 17/03/2022, a pag.31 con il titolo 'Dal dominio austriaco all'invasione russa la lunga via ucraina verso l'indipendenza' la recensione di Mirella Serri.

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Mirella Serri

Storia dell'Ucraina. Dai tempi più antichi ad oggi - Massimo Vassallo
La copertina (Mimesis ed.)

Il 28 settembre 2014 a Kharkiv venne buttata giù a furor di popolo la più grande statua di Lenin dell'Ucraina. Il monumento, alto una ventina di metri ed eretto nel 1963, venne smantellato durante una gigantesca e compatta protesta: gli ucraini erano scesi in piazza a sostegno dell'unità del paese minacciata dalla guerra del Donbas, iniziata dai separatisti sostenuti dalla Russia. I manifestanti avvertivano il bisogno di liberarsi dei simboli ex sovietici difesi da chi voleva danneggiare l'integrità della nazione ucraina. L'unità ucraina era stata il punto di arrivo di un lungo e complesso processo: nel 1991 la bandiera nazionale blu-gialla venne issata per la prima volta sulla sede del Parlamento. L'esultanza era incontenibile. Lo svolgimento del referendum per l'indipendenza aveva ottenuto più del 90 per cento di voti favorevoli, con un'affluenza dell'82 per cento. Il referendum si era tenuto nello stesso giorno della prima elezione presidenziale diretta: tutti gli sfidanti nella competizione elettorale si erano espressi per l'autonomia del loro paese. Il turno referendario distrusse ogni speranza russa di avere sotto il suo giogo la nazione considerata sorella. L'epoca in cui gli Zare poi i sovietici dominavano sull'Ucraina sembrò terminata per sempre. Adesso, a raccontarci la lunga e tormentata vicenda del popolo ucraino per emanciparsi dall'Orso russo, che mai ha rinunciato alle sue pretese e non ha mai smesso di allungare i suoi artigli sul paese confinante, è il saggista Massimo Vassallo in Breve storia dell'Ucraina. Dal 1914 all'invasione di Putin (Mimesis edizioni). Mentre descrive la storia dell'Ucraina per conquistare e mantenere salda la propria autonomia, Vassallo si trova a tratteggiare anche la serie di infinite retrocessioni e di dolorosi passi indietro messi in moto dalla voracità dello Stato confinante dal tempo degli zar fino ai nostri giorni e che gli ucraini hanno sempre eroicamente e tenacemente cercato di ostacolare. Il lungo viaggio verso l'indipendenza degli ucraini è transitato attraverso due guerre mondiali, rivoluzioni, occupazioni, persecuzioni, colpi di Stato, sterminio di popoli, assassinii di leader, ascesa di magnati e di politici corrotti: per Vassallo questo cammino tortuoso inizia nella seconda metà dell'Ottocento, da quando l'Ucraina ebbe nella Galizia il suo Piemonte. Dominata dall'impero austro-ungarico (a seguito della prima spartizione avvenuta nel 1772, la parte sud-orientale della Confederazione polacco-lituana fu assegnata all'imperatrice Maria Teresa d'Austria e la regione venne definita regno di Galizia e Lodomeria) la Galizia ebbe lo stesso ruolo dello Stato di Cavour pronto a promuovere l'unità d'Italia: fornì asilo agli esuli dell'Ucraina russa che sfuggivano alla burocrazia imperiale, accolse i nazionalisti e permise la sopravvivenza della loro lingua quando, per circa un quarantennio, sino al 1905, l'ucraino fu bandito nell'Impero russo. Dopo la rivoluzione d'ottobre, nel 1917, l'Ucraina divenne una delle 15 repubbliche dell'Unione Sovietica, perse ogni autonomia e la sua lingua venne soppiantata dal russo nell'uso quotidiano. Dobbiamo arrivare alla scomparsa dello Stato sovietico - quando l'8 dicembre 1991 i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia firmarono l'accordo che ne sanciva la dissoluzione - per ritrovare un'Ucraina indipendente che non voleva avere più niente a che fare con i sovietici: solo la Crimea e il Donbas mantennero l'attaccamento ai simboli dell'Urss, considerandoli una parte essenziale della propria identità contrapposta a quella dei nazionalisti ucraini. La prima a buttare alle ortiche i reperti russi fu proprio la Galizia (oggi la parte occidentale della regione appartiene alla Polonia e quella orientale all'Ucraina) che da11990 smise di festeggiare le ricorrenze sovietiche e aboli la toponomastica imposta dai compagni moscoviti. Nel resto dell'Ucraina occidentale e nella capitale Kiev il rifiuto degli emblemi dell'Impero del male fu più lento e venne accelerato solo dalla rivoluzione arancione, il movimento di protesta pacifica, sorto in Ucraina all'indomani delle elezioni presidenziali del 21 novembre 2004, in cui risultò in vantaggio Viktor Janukovyc, fedelissimo del dittatore Putin. La prepotenza russa si riaffacciò anche in queste elezioni. Lo sfidante Viktor Juscenko contestò i risultati, denunciando brogli elettorali, e chiese ai suoi sostenitori di restare in piazza fino a che non fossero state concesse nuove consultazioni. A seguito delle proteste, la Corte Suprema ucraina invalidò il risultato elettorale e fissò nuove elezioni da cui uscì vincitore proprio Juscenko, con il 52 per cento dei voti. La desovietizzazione nei nomi delle strade, nell'aggiornamento dei libri di scuola, nelle abitudini della gente comune, proseguì così il suo cammino. L'abbattimento definitivo delle statue degli eroi sovietici e pure di quelli russi ottocenteschi si realizzò grazie alla rivoluzione ucraina dei 2014, generata dalla rivolta di Kiev che ebbe come obiettivo ancora una volta la defenestrazione del corrotto Janukovyc, ritornato al potere nel 2010, che aveva rifiutato di firmare un accordo con l'Unione europea, preferendo un prestito russo, e i cui fili erano tirati dal burattinaio Putin. Venne così sancito «il più grande successo del nazionalismo ucraino», scrive Vassallo. «La secessione del Donbas avrebbe potuto estendersi a macchia d'olio in tutto l'Est e in parte del Sud: cosa su cui probabilmente Putin, sbagliando, contava». Dopo la fuga di Janukovyc venne introdotta una democrazia multipartitica (ancorché gravemente imperfetta) e si tennero regolari elezioni: con il mandato di sconfiggere la corruzione, si affermò alle presidenziali del 2019 Volodymyr Zelenskyj che ottenne, con la sua aggregazione politica Sluha narodu, una vittoria strepitosa. Ma l'Orso russo era in agguato e non era intenzionato a demordere: il 12 luglio del 2021, Putin, in veste di esimio storico ha pubblicato un suo intervento che era tutto un programma, «Sull'unità storica di russi e ucraini», in cui ha consegnato a futura memoria espressioni foriere di tragedie inenarrabili: «Il muro che negli ultimi anni si è innalzato tra Russia e Ucraina», scrisse il despota, «tra parti che essenzialmente sono lo stesso spazio storico e spirituale è a mio avviso la nostra più grande sventura e disgrazia». Quell'articolo «va al cuore della questione russo-ucraina», spiega Vassallo, «che non è il Donbas o la Crimea e neppure l'adesione alla Nato, di cui nessuno vuole sminuire l'importanza, bensì la radicale negazione dell'esistenza indipendente del popolo ucraino come entità a sé stante, ciò che gli ucraini non potranno evidentemente mai accettare». Putin ha avvertito e le sue parole prefigurano il dramma immane che attualmente stiamo vivendo.

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