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La Stampa Rassegna Stampa
03.12.2021 Esodo, libertà, legge
Commento di Elena Loewenthal

Testata: La Stampa
Data: 03 dicembre 2021
Pagina: 28
Autore: Elena Loewenthal
Titolo: «Senza leggi non c'è libertà»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 03/12/2021, a pag.28, con il titolo "Senza leggi non c'è libertà" l'analisi di Elena Loewenthal.

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Elena Loewenthal

Esodo o odissea? - RSI Radiotelevisione svizzera
Mosè sul Sinai secondo Chagall

E’ il paradigma di ogni sovvertimento politico, è l'archetipo d'ogni svolta del destino, come scrisse tempo fa Michael Walzer in un libro imperdibile: "Esodo e Rivoluzione" (pubblicato in italiano da Feltrinelli). La fuga dei figli d'Israele dall'Egitto per la conquista di una libertà che pone fine a generazioni di dura schiavitù è l'evento centrale del tessuto narrativo biblico. È racconto in cui la fede si manifesta nel modo più tangibile e concreto possibile e che a sua volta esige la fede tanto dei suoi protagonisti di allora quanto di chi da quel giorno, anzi da quella notte in poi, lo trova nel testo sacro. Eppure, ancora una volta e come succede ad ogni pagina del Libro dei libri, nulla è univoco, nulla è categorico e tutto apre invece lo spazio a infinite interpretazioni, a Se non è condivisa diventa qualcosa di diverso e insidioso una lettura che mai si esaurisce. In parole povere, nella Bibbia non c'è dogma. C'è, invece, la percezione costante di un mondo tanto imperfetto quanto complesso, e proprio per questo degno di essere vissuto e capito. I figli d'Israele scendono in Egitto alcune generazioni prima di quella indimenticabile notte della Pasqua (che in ebraico significa "passaggio") perché hanno fame. La terra di Canaan è arida e arbitraria tanto quanto l'Egitto fiducioso del suo fiume che lo fertilizza.

Esodo e rivoluzione - Michael Walzer - Libro - Feltrinelli - Universale  economica. Saggi | IBS
La copertina del libro di Michael Walzer (Feltrinelli ed.)

Nell'ebraico della Bibbia andare verso l'Egitto si dice inevitabilmente "scendere": per necessità, per fame. Ma, a differenza della terra di Ur, quella donde arriva Abramo e dove per scelta e destino né lui né i suoi discendenti mai più torneranno, l'Egitto è nella Bibbia il nome di un'altalena storica ed esistenziale. Laggiù si scende e poi se ne risale in un ciclo quasi continuo, entro l'epopea delle origini. Non a caso, in ebraico "Egitto" si dice Mitzrayim, che è un nome duale: segno di un'ambivalenza che ha tanti tratti diversi. Quella è infatti la terra dell'abbondanza e della sicurezza, oltre che dell'odiata schiavitù. È un luogo che si abbandona precipitosamente, in nome di una libertà tanto ambita quanto ignota, ma è anche la meta di una nostalgia inesauribile, del rimpianto dell'abbandono. "Che belle che erano le pentole piene di carne, laggiù in Egitto", lamentano gli israeliti appena varcato il Mar Rosso che il Signore ha prosciugato apposta per loro. Con una complessità decisamente moderna e perfetta per il lettino dello psicanalista (non a caso Freud è stato sempre molto intrigato dalla figura di Mosè), l'Egitto biblico, terra di schiavitù, sta al cuore di un odio-amore tormentoso, fitto di chiaroscuri. E al centro di un cortocircuito formidabile che fulmina cielo e terra al tempo stesso. Perché se fino a quel momento Dio si definisce vuoi nell'opera della creazione ("sono Io che ho fatto il cielo, la terra e tutto ciò che è in esso!") vuoi in una sorta di sillogismo generazionale ("Io sono il Dio di tuo padre Abramo dunque anche il tuo Dio"), è con l'Esodo dall'Egitto che non solo i figli d'Israele ma anche il loro Signore diventano qualcosa di diverso. Da allora, infatti, Lui è Lui perché ha tratto il popolo dalla schiavitù alla libertà. Niente affatto per caso, dunque, i Comandamenti iniziano con una proposizione che non è affatto un ordine bensì una sorta di carta d'identità celeste: Io sono il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla casa di schiavitù (Esodo 20, 2, ripetuto in Deuteronomio 5, 6). Così si dichiara il Signore, usando - più che legittimamente! - la forma enfatica del pronome personale (è come se dopo quell"'Io" ci fosse un punto esclamativo, anzi assertivo). Da quella notte in cui trasse i figli d'Israele fuori dall'Egitto, anche Dio, come loro, diventa qualcosa di diverso. E i Comandamenti trovano proprio in questa asserzione la loro ragion d'essere: "dovete ubbidire a questi ordini perché vi sono dati da Colui che vi ha tratto fuori dalla schiavitù verso la libertà". La tradizione ebraica impone dunque non soltanto la memoria della storia, ma prima ancora l'immedesimazione: tutto il rito della festa di Pasqua, che celebra quel momento biblico, è improntato non al ricordo bensì al "far finta" di essere ancora lì, dentro la schiavitù ma sulla soglia di una libertà nuova. Per secoli e millenni non è stato purtroppo difficile per gli ebrei immedesimarsi in una condizione di asservimento e sperare in una incerta liberazione. Ma torniamo ancora una volta alla complessità - e alla bellezza - di questa storia, così carica di sensi diversi: schiavitù e libertà non sono condizioni così diametralmente opposte come potrebbero sembrare. Ci sono, invece, intrecci, ambiguità, spazi di ombra. Nel racconto biblico i figli d'Israele vanno incontro alla schiavitù senza rendersene conto, giorno dopo giorno: quante volte, nella storia, la schiavitù è arrivata così - con una consultazione elettorale, con l'esultanza di una conquista - , lungo un processo di cui non c'è modo di rendersi conto finché non ci si ritrova precipitati dentro. Come è difficile vederla arrivare, così la schiavitù porta spesso con sé qualcosa che non ha parvenza di male assoluto, anzi: in Egitto i figli d'Israele avevano le dispense piene e un tetto sopra la testa. Nel deserto, che quella notte diventa lo spazio e il nome di una libertà conquistata grazie alla longa manus del Signore, non trovano né l'una né l'altro. Trovano, invece, una difficile libertà, che non è il contrario della Legge ma vi sta letteralmente dentro: secondo i rabbini le tavole "incise" - cherot -vanno lette come cherut, cioè "libertà" (il testo ebraico scritto non ha le vocali). Non c'è libertà senza legge, non c'è legge senza libertà. Condizione complessa, non facile da gestire, la vera libertà ha ben poco a che vedere con l'arbitrio ed è invece segnata dalla responsabilità - verso il cielo così come verso la terra. Quanto è attuale, questo messaggio, quanto si impone in questo presente, un'idea di libertà che presupponga valori universali (divini o umani che siano) ma anche la consapevolezza che se non è condivisa diventa qualcosa di diverso e insidioso.

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