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La Stampa Rassegna Stampa
03.09.2021 Una 'difesa europea' è solo un sogno?
Commento di Marco Bresolin

Testata: La Stampa
Data: 03 settembre 2021
Pagina: 10
Autore: Marco Bresolin
Titolo: «Difesa europea»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi 03/09/2021, a pag.10 con il titolo "Difesa europea" il commento di Marco Bresolin.

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Marco Bresolin


Will Europe's Defense Momentum Lead to Anything? | The German Marshall Fund  of the United States

Entro il 2003, gli Stati membri devono essere in grado, grazie a una cooperazione volontaria alle operazioni dirette dall'Ue, di schierare nell'arco di 60 giorni e mantenere per almeno un anno forze militari fino a 50-60 mila uomini». Correva l'anno 1999 e, al termine di un vertice a Helsinki, il Consiglio europeo adottò queste conclusioni. Dopo più di 20 anni, il progetto dell'esercito europeo composto da 60 mila militari non ha ancora visto la luce. Se ne parla e se ne riparla ciclicamente, ma sempre senza risultati concreti. Nel 2007, per esempio, sono stati creati i «battlegroups», i «gruppi tattici» dell'Ue composti da 1500 uomini, pronti a intervenire rapidamente per missioni mirate: non sono mai stati impiegati, per mancanza di volontà politica. Oggi, con le ferite dell'esperienza afghana che bruciano, si sta facendo di nuovo spazio l'idea di una nuova forza di primo intervento, che dovrebbe diventare il fiore all'occhiello dell'agognata politica di Difesa europea.

II contingente Ue Sul tavolo c'è un piano che prevede l'impiego di cinquemila uomini: «Se avessimo avuto a disposizione una forza di questo tipo, saremmo stati in grado di assicurare un perimetro di sicurezza per gestire l'evacuazione dall'aeroporto di Kabul», ha sottolineato ieri Josep Borrell, l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue. Ma se i Paesi europei non sono mai stati in grado di dare concretezza a questo progetto nell'ultimo ventennio, perché mai dovrebbero riuscirci ora? «Le situazioni in Afghanistan, Libia, Medio Oriente e Sahel — dice il generale Claudio Graziano, presidente del Comitato militare Ue — mostrano che questo è il momento di agire. Farlo più tardi potrebbe essere troppo tardi». Una linea che ieri è stata sostenuta dalla stragrande maggioranza dei ministri della Difesa europei, riuniti a Lubiana per un vertice informale. Del resto la richiesta di lanciare questa forza speciale era stata avanzata nei mesi scorsi dai governi di 14 Stati membri, compresi quelli di Francia, Germania e Italia. I recenti episodi in Afghanistan sono serviti per convincerne anche altri, ma non ancora tutti.

Gli scettici «A oggi l'unanimità necessaria per compiere questo passo ancora non c'è» ha ammesso Borrell al termine della riunione, spiegando però che la decisione formale andrà presa soltanto al Consiglio in programma a metà novembre. Tra due mesi saranno presentati i contenuti della Bussola strategica, che dovrà essere adottata definitivamente all'inizio del 2022, vale a dire durante la presidenza francese: la forza di primo intervento è uno dei biglietti da visita con i quali Emmanuel Macron vuole presentarsi alle prossime presidenziali. Ma alcuni Stati dell'Est e i Baltici sono scettici: temono un doppione o peggio un disimpegno europeo nei confronti della Nato. Il ministro italiano Lorenzo Guerini ha provato a rassicurarli dicendo che l'azione dell'Ue deve essere portata avanti «in sinergia con la Nato». Ma quella dell'unanimità è una questione cruciale: i «battlegroups» non sono mai stati utilizzati proprio per mancanza di consenso. Ed è per questo che ora i Paesi più determinati vogliono che le decisioni sull'impiego della nuova forza militare siano prese a maggioranza. Lo ha detto in modo esplicito il ministro della Difesa sloveno Matej Tonin - il cui governo guida la presidenza di turno Ue - che addirittura vorrebbe un contingente di 20 mila uomini. Ed è stata molto chiara in questo senso anche Annegret Kramp-Karrenbauer, ministra della Difesa tedesca, che ha evocato l'articolo 44 del Trattato. Il problema è che per procedere con una cooperazione rafforzata serve un via libera unanime del Consiglio. Insomma: anche per consentire ai soli volenterosi di andare avanti serve l'autorizzazione di tutti gli Stati dell'Ue. Inoltre non va dimenticato che la politica di Difesa e quella estera sono saldamente intrecciate e questo potrebbe anche creare una situazione in cui una maggioranza di Paesi autorizza una missione militare per un'operazione non sostenuta politicamente dagli altri membri dell'Unione.

II nodo dei fondi Chi guarda con scetticismo a questa operazione, per esempio negli ambienti Nato, fa inoltre notare che per diventare una forza militare bisogna spendere. E i Paesi europei sono stati spesso richiamati all'ordine dall'Alleanza per Vogliamo che le decisioni sull'impiego della nuova forza militare siano prese a maggioranza gli afghani. Ciò comporta questioni operative e geopolitiche. Primo, quello di un aeroporto civile sicuro a Kabul. È la via di accesso essenziale agli aiuti umanitari e al personale che li organizza e li consegna - agenzie delle Nazioni Unite, Ong e diplomatici». Lo afferma da Bruxelles il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. «I talebani avranno bisogno di gli scarsi investimenti in questo senso. Sarebbero in grado di supportare uno sforzo aggiuntivo rispetto a quello della Nato? Al momento l'Ue si è dotata di un fondo europeo per la Difesa che peri prossimi 7 anni metterà a disposizione 8 miliardi di euro per progetti in ricerca e sviluppo, ma si tratta soprattutto di uno strumento pensato per le sinergie di tipo industriale. Per Borrell, però, i soldi non sono un problema: «Le risorse ci sono, mancano il coordinamento e la volontà di usare queste risorse». «Il dibattito non deve fermarsi alla creazione di una forza rapida europea - ha avvertito la tedesca Kramp-Karrenbauer -. La questione cruciale è come impieghiamo le nostre capacità nazionali militari per usarle insieme in missioni congiunte».

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