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Perché criticare il diritto di Israele a esistere è antisemitismo: lo spiega Dennis Prager (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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La Repubblica Rassegna Stampa
11.06.2021 Intervista a Mansour Abbas, il leader del partito islamico al governo in Israele
Di Sharon Nizza

Testata: La Repubblica
Data: 11 giugno 2021
Pagina: 21
Autore: Sharon Nizza
Titolo: «'Noi al governo in Israele ponte per la pace tra arabi ed ebrei'»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 11/06/2021, a pag. 21, l'intervista di Sharon Nizza a Mansour Abbas dal titolo 'Noi al governo in Israele ponte per la pace tra arabi ed ebrei'.

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Sharon Nizza

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È stato definito l’ago della bilancia, l’islamista enigmatico che non esclude nessuna alleanza; in due anni di carriera parlamentare, ha creato un rapporto diretto con Netanyahu, per essere poi l’uomo chiave, con i 4 seggi del suo partito Ra’am, grazie a cui domenica la nuova coalizione si presenterà alla Knesset per chiedere la fiducia e mandare il mago della politica israeliana all’opposizione, dopo 12 anni. Mansour Abbas sente la responsabilità. «Non è stato facile arrivare a questo momento. Ed è solo l’inizio». Lo incontriamo nel villaggio di Cana in Galilea, dove il Movimento Islamico di cui è vicepresidente ha oggi una forte rappresentanza.

Cosa vi spinge? «Influenzare le decisioni governative sugli argomenti critici per cui i cittadini arabi ci hanno dato mandato di agire: criminalità, penuria abitativa, educazione, disoccupazione».

Quali sono i timori? «Ci saranno decisioni difficili da prendere, anche di sicurezza. Dobbiamo giostrarci tra la nostra identità di arabi palestinesi e cittadini dello Stato d’Israele, tra aspetto civile e nazionalistico».

Cosa succederà nel caso di una nuova crisi con Gaza? «Prima o poi ci troveremo di fronte a questi dilemmi. Ora, il nostro obiettivo primario è costruire un modello di cooperazione civile e politica arabo-ebraica all’interno dello Stato d’Israele. Se riusciremo, si rifletterà anche sulle relazioni con i palestinesi. Il cambiamento di governo qui e negli Usa può aprire una nuova pagina, anche i palestinesi devono fare le elezioni e arrivare a una soluzione della rottura interna tra Gaza e Cisgiordania. Vorremmo essere un ponte: se riusciamo all’interno d’Israele a creare un modello basato su collaborazione, tolleranza, rispetto, una visione di pace e sicurezza reciproca, questo si proietterà anche su altri fronti».

La Lista Araba Unita da cui siete fuoriusciti e persino Hamas vi attaccano dicendo che avete abbandonato la causa palestinese. «È una nostra libera scelta. Abbiamo un programma con cui ci siamo presentati all’elettore. Se lo scopo è valutare la possibilità di creare un nuovo modello di cooperazione, è molto più facile farlo attraverso le questioni civili, amministrative, che non quelle a carattere identitario».

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C’è chi vi attacca da destra sostenendo che è una strategia dell’islam politico: inserirsi nelle istituzioni per cancellare il carattere ebraico e democratico dello Stato. «La maggioranza qui ha stabilito che è uno Stato ebraico e democratico. Con il nostro sostegno alla coalizione veniamo a verificare proprio questo: che con il carattere ebraico si intenda l’applicazione dei valori umanistici dell’ebraismo, per cui lo Stato si prende cura di tutti i cittadini, della loro sicurezza, dell’educazione. Il nostro obiettivo è creare un modello di convivenza tra arabi ed ebrei che possa trovare compromessi tra gli interessi civili, nazionalisti e religiosi. Non metto in questione l’identità dello Stato, il banco di prova è promuovere i miei diritti civili in maniera pragmatica».

Intende che la fondazione dello Stato d’Israele è una ingiustizia con la quale siete disposti a scendere a compromessi? «Voglio dire che possiamo scegliere: rimanere arroccati nelle ostilità o guardare al futuro. So che molti ebrei si chiedono se Mansour parla sinceramente. Mi sono detto: l’obiettivo è quello della convivenza, non buttare gli ebrei a mare o gli arabi aldilà del Giordano. Come arrivarci: basandoci sui valori comuni condivisi dalle tre religioni monoteistiche».

Perché avete votato contro gli Accordi di Abramo? «Noi di Ra’am volevamo votare a favore, ma all’epoca eravamo nella Lau e abbiamo dovuto andare con la maggioranza. È stato un altro momento critico che mi ha chiarito la differenza di vedute con i colleghi. Votare contro la pace è un errore».

Ha visitato una delle sinagoghe bruciate a Lod proponendo di contribuire alla ristrutturazione. Come spiega gli scontri violenti che hanno lacerato le città israeliane? «La diffidenza vale anche al contrario: quando la polizia agisce con violenza sproporzionata, la gente si chiede: c’è qui un programma di giudaizzare tutto? Questi sono i motivi per cui la risposta araba ha superato i limiti del lecito. Va bene protestare, ma nell’ambito del rispetto delle regole, senza violenza».

Bennett ha detto di essersi sbagliato nei suoi confronti e che la reputa un partner coraggioso. Cosa dice lei del prossimo premier? «Ho trovato una persona con visione, leadership, audace, disposto ad ammettere gli errori e calcolare un nuovo percorso. Diatribe ci saranno sempre, ma saper dialogare è fondamentale».

E Netanyahu? «Ero convinto che avrebbe portato fino in fondo il percorso avviato con Ra’am, perché so che ci crede. Sono rimasto deluso».

rubrica.lettere@repubblica.it

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