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La Stampa Rassegna Stampa
30.01.2020 Giordano Stabile 1 vs Giordano Stabile 2: su Abu Mazen ieri disinforma, oggi riporta i fatti
Commenti di Deborah Fait, Giordano Stabile

Testata: La Stampa
Data: 30 gennaio 2020
Pagina: 1
Autore: Deborah Fait - Giordano Stabile
Titolo: «Abu Mazen 'ostile per indole alla violenza'? - Piano di pace, pressing saudita su Abu Mazen»
Con il titolo "Abu Mazen 'ostile per indole alla violenza'?" pubblichiamo il commento di Deborah Fait; dalla STAMPA, a pag. 12, riprendiamo il commento di Giordano Stabile dal titolo "Piano di pace, pressing saudita su Abu Mazen".

Deborah Fait commenta e critica il pezzo di ieri di Giordano Stabile, segue invece il pezzo odierno del giornalista della Stampa, che questa volta si limita a presentare la situazione senza aggiungere giudizi di valore improvvisati e inappropriati come la definizione di Abu Mazen come persona 'ostile per indole alla violenza'. Corretto riportare quanto avviene nel mondo arabo/palestinese, scorretto presentare l'ennesimo NO alla pace di Abu Mazen come un gesto di un leader " 'ostile per indole alla violenza'.
Ecco gli articoli:


Abu Mazen

Abu Mazen 'ostile per indole alla violenza'?
Commento di Deborah Fait

Immagine correlata
Deborah Fait
"Gerusalemme, capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele"

Secondo il linguaggio elegante di Abu Mazen, dittatorucolo palestinese, Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, sarebbe un "cane figlio di un cane" dopo l'aver esposto il piano di pace tra Israele e i palestinesi. Questa è una delle primissime notizie da Ramallah, oltre alle maledizioni contro ebrei e americani e all'invito, sempre di Abu Mazen, ad invadere le strade e le piazze a fuoco e fiamme nei "giorni della rabbia". Ecco, ero rimasta a questo, alle solite imprecazioni contro la pace o qualsiasi cosa le assomigli secondo il palestinian-style, quando mi è stato segnalato l'articolo di Giordano Stabile su la Stampa. Sulle prime sono rimasta interdetta, poi non ho potuto fare a meno di mettermi a ridere a crepapelle. Ridevo per non piangere perché l'ultima frase dell'articolo mi aveva fatto letteralmente andare il latte alle ginocchia. Mi perdoni, signor Stabile, ma come si fa a scrivere parole del genere riferendosi a un piccolo (non parlo di statura) e malefico raiss come Abu Mazen? Voleva fare una battuta? Per chi mi legge ecco le ultime parole dell'articolo di Giordano Stabile: " È una minaccia implicita di mettere termine alla collaborazione con le forze di sicurezza israeliana, il che ha impedito l'esplodere di una Terza intifada negli ultimi quindici anni. Ma ora il raiss (sempre Abu Mazen ndr) potrebbe cambiare idea, anche se ostile per indole all'uso della violenza." http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=77365

Ma come, signor Stabile, ma come! Voi giornalisti di sinistra che state tanto attenti al politicamente corretto, sempre pronti a censurare qualsiasi espressione poco educata o troppo forte di chiunque non sia della vostra parte politica, non vi accorgete mai delle mostruosità che escono dalla bocca dei boss palestinesi arabi e dei boss, imam o hayatollah islamici. Abu Mazen sarebbe "ostile per indole all'uso della violenza?" Ma lei lo sa, Stabile, di chi sta parlando? Di un mostro che fu l'ideatore e il finanziatore della strage di Monaco. Di un negazionista della Shoah. Ricorda, Stabile, cosa accadde a Monaco nel 1972, in quello che passò alla storia come il primo attacco terroristico in forma spettacolare avvenuto in occidente? Un commando di Settembre Nero entrò nel villaggio olimpico e prese in ostaggio quelli che, secondo la mentalità diabolica palestinese, rappresentavano la forza e la voglia di vita di Israele: i suoi atleti! Fu un massacro, furono torturati, tagliati letteralmente a pezzi prima di essere uccisi. Una macelleria ordinata da quello che lei, Stabile, dice essere ostile per indole alla violenza. Credo che l'atteggiamento della sinistra, l'ideologia del tutto-quello-che-è-palestinese-è-buono perché terzo mondo è un'ideologia purulenta e velenosa cha ha dato ossigeno al terrorismo e alla violenza arabo-palestinese. Nessuno mi toglierà mai dalla mente la convinzione che tutti questi anni di terrorismo in Israele e poi in Europa e l'impossibilità di far tacere le assurde pretese di un popolo inesistente sia responsabilità della sinistra internazionale, della sua passione per i palestinesi in quanto nemici dell'odiato Israele. Non entro ancora nel merito del piano Trump da studiare e leggere molto bene, certo è che è riuscito a isolare Abu Mazen, legato indissolubilmente alla Jihad islamica di Gaza e a Hamas, dal resto del mondo arabo. Ottima cosa.

LA STAMPA - Giordano Stabile: "Piano di pace, pressing saudita su Abu Mazen"

Risultati immagini per giordano stabile giornalista
Giordano Stabile

I palestinesi si preparano per il venerdì della rabbia, il mondo islamico si spacca in due, mentre Benjamin Netanyahu va avanti con i progetti di annessione, anche se la prima votazione alla Knesset è slittata a martedì prossimo. Il piano di pace americano ha creato un'onda sismica destinata a resettare il Medio Oriente. È la politica della «realtà sul terreno» che ha seppellito i 25 anni del processo di Oslo e costringe tutti a ripensare le proprie strategie. A cominciare dalla dirigenza palestinese. La mobilitazione unitaria di Al-Fatah, Hamas e Jihad islamica promette un'escalation delle proteste e l'esercito israeliano ha inviato rinforzi nei Territori. Ma nessuno si fa molte illusioni. Le manifestazioni di mercoledì sono state modeste e nell'anno e mezzo seguito al riconoscimento di Gerusalemme capitale da parte di Trump né Ramallah né Gaza hanno trovato un modo efficace di contrastare la nuova politica statunitense.
La riunione della Lega araba di domani al Cairo offrirà soprattutto sostegno morale. I Paesi musulmani sono attraversati da una spaccatura senza precedenti. Monarchie del Golfo ed Egitto appoggiano l'iniziativa americana, mentre il fronte della «resistenza» è rappresentato dall'Iran e i suoi alleati regionali, oltre a una Turchia su posizioni sempre più anti-israeliane. Pesa soprattutto la dichiarazione dell'Arabia Saudita, che ha ribadito il suo appoggio «agli sforzi del presidente Trump» e incoraggiato «negoziati diretti fra i palestinesi e Israele». Una richiesta fatta in prima persona dal principe Mohammed bin Salman in una telefonata ad Abu Mazen. 


Il fronte pro-negoziati
 Lo schieramento pro-America punta a smuovere il raiss e a riportarlo al tavolo delle trattative, dove il piano potrebbe essere emendato e reso più digeribile. Sulla stessa linea è l'Egitto, che ha subito sollecitato i palestinesi a «prendere in considerazione l'iniziativa americana» per arrivare «a uno Stato indipendente, nel rispetto del diritto internazionale». Il Cairo sarà fra i grandi beneficiari della parte economica del piano, 50 miliardi di investimenti in dieci anni. L'alleanza con Riad e Abu Dhabi gli ha permesso di risollevare l'economia disastrata dopo la primavera araba e riallargare la sua zona di influenza a Sudan e soprattutto Libia. Difficile che il presidente Al-Sisi voglia sacrificare questi vantaggi nel nome della «liberazione di Gerusalemme».
Il richiamo alla Città Santa è invece sfruttato dal fronte opposto, guidato dall'Iran. La Guida suprema Ali Khamenei ha definito il piano Usa «satanico» e ha lanciato un appello ai musulmani per fermare la «giudeizzazione» di Gerusalemme, mentre il ministro degli Esteri Javad Zarif ha definito la proposta «la strada per l'inferno». Stessi concetti ribaditi dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan: «Gerusalemme è sacra per i musulmani», ha ammonito, mentre Trump «mira a legittimare l'occupazione israeliana». Al Parlamento turco tutti i partiti, curdi inclusi, hanno votato una risoluzione che rigetta l'iniziativa.
La Knesset israeliana dovrà attendere invece ancora qualche giorno per trasformare in legge l'estensione della sovranità alla Valle del Giordano e agli insediamenti. Serve prima il parere legale del procuratore generale Mandelblit, ma pesa anche la prudenza di Washington, che ha invitato a creare un comitato congiunto di «valutazione». Per Netanyahu è vitale incassare il sì prima delle elezioni del 2 marzo ed è premuto dagli alleati di destra. L'ex ministro della Giustizia, Ayelet Shaked, si è detta sicura che «Mandelblit non bloccherà una mossa storica in Giudea e Samaria», mentre il ministro della Difesa Bennett ha messo in chiaro che il suo partito non «permetterà il riconoscimento di uno Stato palestinese: neanche un millimetro di terra agli arabi».

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