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La Stampa Rassegna Stampa
06.01.2020 L'Iran minaccia la pace: 'Arricchiremo l'uranio'
Cronaca di Giordano Stabile, commento di Francesco Semprini

Testata: La Stampa
Data: 06 gennaio 2020
Pagina: 6
Autore: Giordano Stabile - Francesco Semprini
Titolo: «La sfida del Parlamento iracheno: 'Le truppe straniere vadano via' - L'Iran riprende la corsa alla bomba atomica»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 06/01/2020, a pag.6, con il titolo "La sfida del Parlamento iracheno: 'Le truppe straniere vadano via' ", la cronaca di Giordano Stabile; a pag. 7, con il titolo "L'Iran riprende la corsa alla bomba atomica", il commento di Francesco Semprini.

Ricordiamo le parole chiare di Matteo Salvini l'indomani dell'eliminazione di Qassem Suleimani: "Donne e uomini liberi, alla faccia dei silenzi dei pavidi dell’Italia e dell’Unione Europea, devono ringraziare Trump e la democrazia americana per aver eliminato uno degli uomini più pericolosi e spietati al mondo, un terrorista islamico, un nemico dell’Occidente, di Israele, dei diritti e delle libertà".

Ecco gli articoli:

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Esmail Ghaani (a destra), designato successore di Suleimani (a sinistra)

Giordano Stabile: "La sfida del Parlamento iracheno: 'Le truppe straniere vadano via' "

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Giordano Stabile

Il Parlamento iracheno approva una risoluzione per espellere le truppe americane dal Paese e mettere termine alla missione di addestramento anti-terrorismo della Nato, che coinvolge anche militari italiani. È l'ultimo sviluppo della crisi aperta dall'uccisione di Qassem Suleimani. Fra Baghdad e Washington si è aperto un fossato, soprattutto di fiducia, sottolineato dal premier dimissionario Adel Abdel Mahdi. Nel suo discorso ai deputati prima del voto Mahdi, ha sollecitato il sì al provvedimento e ha rivelato nuovi dettagli sul raid del 3 gennaio. Ha spiegato che la Casa Bianca gli aveva chiesto di aprire un canale di dialogo con Teheran e che per questo il comandante dei Pasdaran era atterrato quella mattina a Baghdad. È l'allusione a una trappola, il che spiega la rabbia nazionalista dell'Iraq, in quanto nel blitz è rimasto ucciso anche il leader militare delle milizie locali, Abu Mahdi al-Muhandis.
Sull'onda dell'emozione popolare, con la folla sciita che ha omaggiato sabato i feretri di Suleimani e Al-Muhandis, l'ala filo-iraniana ha spinto per un taglio netto alla collaborazione con le forze americane, richiamate nel Paese nell'estate del 2014 per fermare l'Isis. Oggi è tutto un altro mondo. Gli sciiti hanno votato compatti, curdi e sunniti si sono astenuti, e l'Assemblea ha esortato il governo a «revocare la richiesta di assistenza alla Coalizione internazionale per la lotta allo Stato islamico» e a impedire «l'uso del territorio nazionale» per azioni militari contro altri Paesi. Gli Stati Uniti hanno 5 mila soldati in loco, in 35 basi, e si apprestano a inviarne altri 3500, mentre la missione Nato, lanciata nel 2018, conta su 300 addestratori. Nei giorni scorsi Washington aveva avvertito Baghdad che una mossa del genere avrebbe trasformato l'Iraq in uno «Stato paria».
Tutto inutile, anche se restano margini di mediazione. La risoluzione non è vincolante e il premier dovrà varare provvedimenti esecutivi per annullare gli accordi con gli Usa sulla sicurezza siglati nel 2010. Dopodiché il Parlamento dovrà esprimersi di nuovo in una doppia votazione. Ci vorranno mesi. Ma il dato politico è ineludibile. Baghdad è adesso sbilanciata verso l'Iran, mentre dal 2014 a oggi, prima con il primo ministro Haider al-Abadi e poi con lo stesso Mahdi, aveva mantenuto una posizione equidistante fra Washington e Teheran. Le protese esplose a ottobre avevano poi fatto emergere l'insofferenza per le manovre iraniane. Leader sciiti come Moqtada al-Sadr, protagonista della guerriglia contro i soldati statunitensi fra il 2004 e il 2008, avevano criticato il governo e pure l'ingerenza dei Pasdaran e dello stesso Suleimani.
Ora Al-Sadr si è riallineato al fronte oltranzista e ha chiesto misure ancora più dure, compresa «la chiusura dell'ambascia statunitense». L'imam dal carattere vulcanico, e volubile, ha fatto appello alle milizie locali e straniere «perché si incontrino subito e annuncino la formazione di brigate di resistenza internazionale». È un nuovo campanello di allarme per gli Stati Uniti, tanto più che ieri sera milizie sciite ed esercito siriano hanno lanciato razzi contro il giacimento di gas della Conoco, controllato dai militari Usa, nell'Est della Siria e le milizie filo-iraniane hanno lanciato almento altri due razzi contro l'ambasciata Usa a Baghdad. E all'appello di Al-Sadr ha subito risposto il leader dell'Hezbollah libanese Hassan Nasrallah. In un discorso televisivo ha assicurato come «la resistenza irachena non permetterà a un singolo soldato statunitense di rimanere nel Paese» e ha evocato «attacchi kamikaze» come quelli che nel 1983 costrinsero il contingente americano a ritirarsi dal Libano: «Quei martiri sono ancora qui e sono ancora più numerosi», ha minacciato.
La pressione del fronte sciita ha già portato alla sospensione delle attività anti-Isis, come ha ammesso la stessa Coalizione. Il comando americano ha specificato che la decisione è stata presa in seguito «ai ripetuti attacchi su basi americane e irachene». In queste basi, comprese quelle dove ci sono i militari italiani, le misure di sicurezza sono state portate al massimo livello: durante gli attacchi nostri i militari si sono dovuti rifugiare nei bunker. Le probabilità di una fine prematura della missione aumentano, con il rischio che lo Stato islamico rialzi di nuovo la testa. Il Segretario generale Jens Stoltenberg ha convocato per oggi una riunione d'emergenza del consiglio dell'Alleanza.

Francesco Semprini: "L'Iran riprende la corsa alla bomba atomica"

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Francesco Semprini

La galassia sciita piange la scomparsa di Qassem Soleimani, mentre Teheran inaugura la corsa senza ostacoli verso la bomba atomica e ritorsioni su obiettivi americani tanto quanto israeliani. Nell'ambito di quella «nuova fase del Medio Oriente» annunciata da Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah in Libano, il quale si candida a diventare il punto di riferimento militare delle formazioni filo-iraniane nella regione. 
Una marea umana ha invaso ieri le strade di Ahvaz per il primo corteo funebre in memoria del «generale che aveva conquistato i cuori del popolo», nel primo di tre giorni di lutto proclamati in Iran. Un bosco di bandiere rosse, il colore del «sangue dei martiri», verdi, il colore dell'Islam, gialle di Hezbollah e bianche di Hashed Shaabi, oltre a ritratti del leader scomparso, facevano da sfondo al grido «Morte all'America». 
Un camion ornato di fiori e coperto da un telo con disegnata la cupola della Roccia di Gerusalemme trasportava le bare di Soleimani e Abu Mehdi al-Mouhandis, capo militare iracheno ucciso nella stessa azione. L'omaggio a Soleimani si ripeterà a Machhad, nel nord-est, e poi a Qom (nel centro del Paese), prima della sepoltura in programma per martedì nella città natale del generale, Kerman, nel sudest. L'Iran ha però annullato una delle cerimonie funebri per il generale Soleimani, a Teheran, a causa dell'enorme affluenza di persone proprio a Machhad. Lacrime e rabbia sono il filo conduttore di questi giorni di commemorazione, che si traducono in puntuali minacce di ritorsione e intenti bellici, a partire dal nucleare. 
Da Teheran arriva la notizia che la corsa all'arricchimento dell'uranio proseguirà «senza restrizioni in base alle sue esigenze tecniche». L'Iran si ritiene di fatto libero da tutti i «limiti sul numero» delle centrifughe stabiliti nell'accordo del 2015 sul nucleare. E il monito all'America è lapidario: «Colpire i siti culturali sarebbe un crimine di guerra», dice il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif replicando al tweet del presidente Donald Trump sull'ipotesi di attacco ai siti culturali. 
Le minacce dell'Iran e dei suoi alleati nella regione si allargano a Israele accusata di essere stata la fonte del posizionamento di Soleimani in occasione del raid. Mohsen Rezaee, ex leader della Guardia rivoluzionaria iraniana, afferma che le città di Tel Aviv e Haifa possono essere prese di mira per vendetta. Mentre il capo di Hezbollah in Libano, Sayyed Hassan Nasrallah, rivela di avere messo in guardia il generale iraniano (si parla di una loro antica rivalità competitiva) una settimana prima della sua uccisione. «Gli ho detto che sui media americani si parlava di lui, avvertendolo che quello era un avviso di pericolo per il suo assassinio», ha ricordato Nasrallah. «Lui - ha aggiunto - ha fatto una risata e ha escluso che ci fosse una tale possibilità». Definendo l'uccisione di Soleimani un «chiaro ed evidente crimine» e una questione che riguarda non solo l'Iran, ma «tutti i gruppi di resistenza nella regione, in Siria, Libano e Yemen», Nasrallah ha lanciato la sfida agli Stati Uniti dichiarando che l'esercito americano nella regione mediorientale, incluse le basi, le navi da guerra e i soldati degli Usa, sono ora un obiettivo legittimo. 
Cacciare le forze statunitensi dalla regione, ha aggiunto Nasrallah, oggi è una priorità, l'esercito statunitense «pagherà» per il raid che ha ucciso il comandante dei Pasdaran. Hezbollah insomma alza il tiro sugli americani equiparandolo al suo nemico giurato ovvero Israele, inaugurando così quella «nuova fase» in cui Nasrallah appare voler accreditarsi agli occhi dell'ayatollah Ali Khamenei come il nuovo punto di riferimento militare per la galassia sciita.

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