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Non dimenticheremo mail gli orrori del 7 ottobre (a cura di Giorgio Pavoncello) 15/01/2024


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La Stampa Rassegna Stampa
05.10.2015 'E' iniziata la Terza Intifada'
Maurizio Molinari intervista Shaul Mishal, direttore al centro studi 'Idc Herzlya'

Testata: La Stampa
Data: 05 ottobre 2015
Pagina: 12
Autore: Maurizio Molinari
Titolo: «'Questa volta non riguarda solo Israele, devono aiutarci i nostri vicini arabi'»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 05/10/2015, a pag. 12, con il titolo "Questa volta non riguarda solo Israele, devono aiutarci i nostri vicini arabi", l'intervista di Maurizio Molinari a Shaul Mishal, direttore al centro studi 'Idc Herzlya'.

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Maurizio Molinari, Shaul Mishal

«La terza Intifada è iniziata, ruota attorno a Gerusalemme e ha una dimensione regionale»: ad affermarlo è Shaul Mishal, direttore del programma sul Medio Oriente al centro di studi “Idc Herzlya”.

Perché le violenze in atto sono l’inizio della terza Intifada?
«Sono eventi singoli ma non sporadici, hanno come epicentro Gerusalemme ma si stanno estendendo al resto della Cisgiordania. È l’inizio di una rivolta violenta. Per molti israeliani ammetterlo è difficile perché investe la città di Gerusalemme».

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Un manifesto inneggia alla "Terza Intifada"

Cosa distingue questa Intifada da quelle precedenti?
«Il fatto di avere un valore regionale, religioso, che va oltre il conflitto fra israeliani e palestinesi. Le due Intifade precedenti erano un fatto bilaterale, adesso invece l’epicentro a Gerusalemme coinvolge il mondo musulmano, i nostri vicini come Egitto e Giordania, e l’Arabia Saudita. I Paesi sunniti si sentono coinvolti, partecipi in quanto sta avvenendo».

Cosa comporta per Israele?
«Che la reazione è assai più difficile del passato. Le precedenti Intifade vennero affrontate con rimedi di sicurezza, misure tese a punire gli autori delle violenze ed esercitare deterrenza per impedirne il ripetersi. Ora Israele invece è obbligata a contenere la reazione di sicurezza a Gerusalemme, dove ogni singolo gesto può innescare reazioni negative di Egitto e Giordania - con cui abbiamo dei trattati di pace - e del mondo arabo-sunnita».

Quali sono le opzioni che il premier Benjamin Netanyahu ha a disposizione?
«Adotterà rigide misure di sicurezza, ma da sole non basteranno. Deve anzitutto incontrare il presidente palestinese Abu Mazen al fine di riportare la situazione sotto controllo. È importante ripristinare il dialogo con il presidente palestinese perché l’assenza di contatti diretti giova alla violenza. Ma, nel medio-lungo termine, Netanyahu è chiamato a dare una risposta regionale a questa terza Intifada».

Cosa intende dire?
«Che deve coinvolgere Giordania, Arabia Saudita e forse anche Egitto. Magari invitando qualche importante personalità, direi religiosa, di questi Paesi a visitare Gerusalemme. La Città Santa alle fedi monoteistiche in questo momento è all’origine dell’escalation, perché i palestinesi cavalcano il tema della moschea di Al Aqsa, ma può diventare l’esatto opposto ovvero il punto di incontro fra Israele e Paesi sunniti. Per disinnescare l’Intifada e magari porre le basi per un processo regionale più ampio, capace di affrontare i nodi del persistente conflitto con i palestinesi».

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