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La Stampa Rassegna Stampa
22.09.2014 L'unica soluzione è sempre la stessa: due popoli, due Stati
Analisi di Abraham B. Yehoshua

Testata: La Stampa
Data: 22 settembre 2014
Pagina: 1
Autore: Abraham B. Yehoshua
Titolo: «Uno Stato per due popoli non funzionerà»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 22/09/2014, a pagg. 1 e 34, con il titolo "Uno Stato per due popoli non funzionerà", l'analisi di Abraham B. Yehoshua.

Positivo nel commento di ABY l'analisi degli errori storici degli arabi e dei palestinesi. Che però sono iniziati nel 1948, quando - dopo aver rifiutato la divisione della Palestina mandataria in due Stati- avevano invaso il neonato Stato ebraico per distrugggerlo. Non ricordarlo, non aiuta a capire quel che accadde dopo. ABY si augura la soluzione 'due stati', ma sono proprio gli errori dei palestinesi a negarne la validità. Occorre fantasia, le proposte finora avanzate non hanno portato ad alcun risultato. Sul tavolo c'è la proposta di Mordechai Kedar, prima o poi dovrà essere presa in esame.


Abraham B. Yehoshua


West Bank, Striscia di Gaza, Israele

Chi conosce bene le strade, le città, gli insediamenti, le aree industriali e agricole della Cisgiordania, sia nelle zone controllate da Israele sia in quelle dell'Autorità palestinese, si rende conto che un futuro stato binazionale - israelo-palestinese - sarà inevitabile. Eppure tante persone animate da buone intenzioni, che aspirano alla pace e disposte, a parole, a sradicare trecentomila coloni ebrei, a rimuovere intere comunità e a modificare i tracciati delle strade, ancora si rifiutano di vedere la nuova realtà politica e umana che sta prendendo forma in Cisgiordania. In un'epoca in cui la Scozia ha indetto un referendum per separarsi dall'Inghilterra, la Cecoslovacchia è divisa in due distinte entità, l'Unione Sovietica e la Jugoslavia si sono frantumate in vari Stati e gruppi etnici che per generazioni hanno vissuto accomunati in un unico quadro nazionale chiedono l'indipendenza politica e linguistica, gli ebrei, ancora una volta in controtendenza con la storia, imbastiscono legami con i palestinesi e si inseriscono nel tessuto di un popolo straniero contro il quale conducono una lotta sanguinosa da più di un secolo, un popolo con una storia, una religione, una cultura e un livello economico diversi e oltretutto legato alla grande nazione araba e all'immenso mondo islamico che ancora non hanno riconosciuto la legittimità di Israele. Lo Stato ebraico sta perseguendo una politica insensata, in contrasto non solo con la posizione della comunità internazionale, ma anche con quella di quasi la metà degli israeliani. Com'è possibile tutto ciò? Ci domandiamo noi, sostenitori della pace israeliani. E i nostri amici e simpatizzanti nel mondo ci chiedono se abbiamo forse perso il senno per non vedere cosa stiamo facendo a noi stessi. Ma al di là delle critiche - più o meno fondate - di cui sono fatti bersaglio americani ed europei, accusati di esercitare scarsa pressione su israeliani e palestinesi per una soluzione del conflitto, e la sinistra israeliana, tacciata di debolezza, dobbiamo riconoscere che ciò che sta avvenendo in Cisgiordania non è solo colpa di Israele ma anche dei palestinesi i quali, malgrado le dichiarazioni ufficiali, sognano uno stato binazionale, ovviamente conforme al loro punto di vista, e operano per raggiungere tale obiettivo.
In altre parole la difficoltà dei sostenitori della pace e della comunità internazionale nel risolvere il conflitto israelo-palestinese mediante la creazione di due Stati per due popoli è dovuta alla strenua non sempre palese opposizione di entrambe le parti. I palestinesi non si rendono forse conto che i loro territori - base e fondamento di un'identità nazionale - sono soggetti a un'erosione quotidiana? L'occupazione non è per loro motivo di angoscia? Non capiscono che gli israeliani stanno portando avanti in Cisgiordania un processo irreversibile? Io ritengo che lo capiscano ma trovino probabilmente conforto al loro dolore e alle loro sofferenze nell'idea di un unico Stato binazionale. E questo vale non solo per i palestinesi della Cisgiordania ma anche per la maggior parte di quelli israeliani.
Ufficialmente i palestinesi sostengono la soluzione di due Stati per due popoli (anche se quello palestinese avrà un'estensione inferiore a un quarto del suo territorio originale), ma nel profondo del cuore sognano e sperano in un unico Stato in cui, nei primi tempi, saranno forse discriminati ma che un giorno, sull'esempio di Nelson Mandela e compagni, diventerà democratico e uninazionale, sempre secondo la loro interpretazione di tali termini. Ancora oggi, infatti, i palestinesi nutrono dubbi sulla nazionalità ebraica e considerano l'ebraismo una mera religione. Dico tutto ciò perché se i palestinesi volessero davvero, come sostengono, liberarsi della rovinosa occupazione israeliana e fondare un loro Stato prima che sia troppo tardi, avrebbero dovuto cercare di separarsi da tempo dagli israeliani, dividere la regione in base ai confini del '67 e creare uno Stato riconosciuto dalla comunità internazionale. Avrebbero dovuto accogliere la richiesta - infondata e assurda ma senza alcuna conseguenza pratica - di Benyamin Netanyahu di riconoscere Israele come Stato ebraico e smetterla di continuare a rivendicare il diritto al ritorno dei profughi, cosa che non potrà mai avvenire. Avrebbero dovuto accettare uno scambio di territori, soprattutto nella zona di Gush Etzion, e persino la presenza nel loro futuro Stato di una minoranza ebraica con diritto di cittadinanza. II tempo stringe e ogni giorno che passa la possibilità di creare un loro Stato autonomo si allontana. Secondo la logica, avrebbero dovuto acconsentire a uno smantellamento delle armi pesanti entro i confini del '67 e alla presenza di una forza internazionale lungo il fiume Giordano in cambio della sede del loro governo a Gerusalemme, così da poter acciuffare per la coda la possibilità di uno Stato indipendente prima che questa sfugga per sempre. Ma i palestinesi non sembrano avere fretta. Anzi, si impuntano su determinate richieste e provocano ritardi nei negoziati, forse confortati da un sogno di tipo diverso: quello di uno Stato unico, comune ai due popoli, in cui saranno in qualche misura discriminati (come lo sono ora i loro fratelli in Israele), ma potranno comunque godere di diritti civili. Un sogno ingenuo perché i palestinesi non tengono conto che, prima di poter far pesare in qualche modo la loro superiorità demografica alla Knesset, gli israeliani, grazie a uno stratagemma, riusciranno a piegare la democrazia a loro favore garantendo la fittizia cittadinanza israeliana a decine di migliaia di ebrei sparsi per il mondo che neutralizzeranno qualsiasi minaccia mediante un sistema di votazione elettronica.
Traccio un simile scenario in risposta alle violente autocritiche della sinistra israeliana e alle sue autoaccuse di debolezza e di distacco dal popolo a causa di lotte intestine. E' sempre bene farsi un esame di coscienza - ed è anche necessario - ma i sostenitori della pace in Israele e nella comunità internazionale farebbero bene a realizzare che la pace si fa attendere non solo a causa delle fantasie israeliane di uno Stato binazionale ma anche di quelle palestinesi. Non è quindi sorprendente che il compito di contrastare questa doppia aspirazione sia complesso e frustrante. Ma non dobbiamo disperare...

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