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La Repubblica Rassegna Stampa
25.05.2024 Mohammed Rasoulof: A Cannes racconto i delitti dell’Iran
Intervista di Arianna Finos

Testata: La Repubblica
Data: 25 maggio 2024
Pagina: 17
Autore: Arianna Finos
Titolo: «Il regista fuggito a piedi dall’Iran: A Cannes racconto i delitti del regime»

Riprendiamo da REPUBBLICA di oggi, 25/05/2024, a pag. 17, con il titolo “Il regista fuggito a piedi dall’Iran: A Cannes racconto i delitti del regime” l'intervista di Arianna Finos a Mohammed Rasoulof.

Arianna Finos - Unifrance
Arianna Finos

Mohammed Rasoulof

Mohammed Rasoulof è riuscito ad arrivare al Festival con il suo film The seed of the sacre fig (Il seme del fico sacro ), dopo una fuga rocambolesca dall’Iran. Il regista ha lasciato il suo Paese per sfuggire alla sentenza di otto anni e la fustigazione, accusato di “collusione contro la sicurezza nazionale”. L’ultimo film, come il precedente Il male non esiste ,Orso d’oro alla Berlinale 2022, è stato girato in segreto. Un funzionario viene promosso investigatore dei giudici, ma in realtà convalida sentenze di morte già decise. Mentre l’uomo vince pian piano riserve morali e i dubbi, abbracciando il sistema e la logica della repressione, le figlie si ribellano guardando alle coetanee in strada di Donna, Vita, Libertà. Incontriamo Rasoulof sulla terrazza del Palais.

Che significa essere qui, oggi?
«Da una parte soffro per i miei attori, la mia troupe, la mia gente che non è qui con me. E poi, per me è strano sentire che potrei non tornare in Iran, è la prima volta che lascio il mio Paese senza un biglietto di ritorno. Ma confesso anche che per la prima volta, quando la sera rientro a casa, non ho paura che ci siano decine di pesone nascoste pronte a saltarmi addosso».

Il viaggio verso l’Europa?
«È iniziato mesi fa. Ero a un terzo di riprese del film, il mio avvocato mi dice che la sentenza di otto anni è emessa. È stato disturbante, temevo di non finire il film, mi sono concentrato. Ho capito che con l’appello, la burocrazia e le settimane festive, da gennaio saremmo slittati parecchio. La seconda sentenza è arrivata mentre stavo trasferendo il film al montatore all’estero, gli ho detto: ora il film è nelle vostre mani, non importa quel che mi succederà, voi dovete finirlo, essere sicuri che sia in salvo».

Quando ha deciso la fuga.
«Ho avuto due ore di tempo: di nuovo in prigione o, stavolta, lasciare il Paese? Tornando in carcere sarei diventato un altro prigioniero politico, in uno stato di passività, senza poter lottare. Ma avevo storie da raccontare, dovevo essere libero. Sono corso a casa, ho preso qualcosa, ho salutato dalla finestra le montagne, affidato piante e fiori a mia sorella, abbandonato tutti i dispositivi elettronici. Sono andato da un amico per prendere i contanti, non potevo usare le carte, e da lì mi sono messo in contatto con persone che avevo conosciuto in prigione. È stato utile stare in prigione, conosci persone che ti serviranno. Mi hanno introdotto a contrabbandieri che fanno attraversare il confine alla gente».

Come ha valicato il confine?
«Ho fatto a piedi un lungo tratto tra le montagne, in mezzo a molti pericoli, il buio, predatori. Ho avuto freddo e paura, sono arrivato nel villaggio più vicino al confine e lì la cosa complicata è stata come trasferirmi in una città dove ci fosse un console tedesco. Non avevo documenti e la mia identità doveva essere confermata. Avevo vissuto in Germania e le autorità tedesche hanno potuto identificarmi grazie alle impronte digitali. Mi hanno inviato documenti per viaggiare in Europa. Ci sono voluti 28 giorni, arrivato in Germania ho dichiarato di aver lasciato il mio Paese».

Sua figlia Baran vive a Parigi, non la vedeva da tanti anni.
«Sì, ci siamo incontrati. Lei è qui con me, ora. Le sono davvero grato per avermi fatto questa domanda».

Le donne sono al centro del nuovo film, ma anche della rivoluzione in Iran. La speranzaviene da loro?
«Da anni in Iran sono femminili le figure di maggior ispirazione nella ricerca della libertà e della democrazia. Figure pubbliche importanti, come il premio Nobel Narges Mohammadi, in prigione, e tante anonime che hanno forza e resistenza estreme. Sono un riferimento per noi. Penso alla protagonista del film, Soheila Golestani, audace e determinata nella lotta attraverso il lavoro di attrice ma anche di attivista. E alle due giovani attrici del film. Lei mi chiede da dove viene il coraggio e l’energia? Soprattutto dalle donne che mi circondano (il regista mostra sul tappeto rosso le foto delle attrici ndr)».

Dopo le proteste e la morte del presidente Raisi nel trasferimento in elicottero, cosa succederà in Iran?
«Il sistema iraniano è una macchina criminale che viene messa in moto da alcuni individui. Non è la morte o il cambiamento di questi individui che fermerà la macchina. Continueranno a distruggere, danneggiare e commettere atrocità. Le mie speranze sono affidate a una maggiore pressione esercitata dalla comunità internazionale, grazie alla quale si permetterà finalmente al popolo iraniano di sbarazzarsi di questo sistema che ci opprime».

Quanto sono importanti i premi per un film?
«La sola presenza del film a Cannes è un messaggio di speranza per gli artisti iraniani, sotto la censura, le restrizioni del sistema è difficile trovare la propria voce. Abbiamo fatto questo film in segreto e con pochi soldi, ma siamo qui. Ora sanno che anche se i loro film non vengono proiettati in Iran, almeno possono esistere e viaggiare per il mondo».

La sua grande preoccupazione, oggi?
«Il cast e la troupe sono nel mirino dei servizi segreti e del regime, perseguitati. Mi aspetto che il Festival di Cannes protesti con il regime iraniano, perché restituisca loro il passaporto, le lasci stare. Tutti dovremmo chiederci: perché il regime iraniano ha così paura e perseguita persone che si dedicano solo a raccontare storie?».

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