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La Repubblica Rassegna Stampa
11.05.2024 ONU apre alla Palestina: NO degli Usa, Europa divisa, Italia si astiene
Cronaca di Massimo Basile

Testata: La Repubblica
Data: 11 maggio 2024
Pagina: 16
Autore: Massimo Basile
Titolo: «L’Assemblea dell’Onu apre alla Palestina. Ma l’Italia si astiene»

Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 11/05/2024, a pag.16, con il titolo "L’Assemblea dell’Onu apre alla Palestina. Ma l’Italia si astiene", l'analisi di Massimo Basile.

L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato a favore dell'ammissione dello "Stato di Palestina" all'ONU. Indignazione della delegazione israeliana, l'ambasciatore Gilad Erdan, per far capire che non è stato rispettato il diritto internazionale, ha tritato la Carta delle Nazioni Unite. Il governo italiano si è astenuto di fronte alla decisione dell'ONU. Se questa è la nostra politica estera... Ci aspettiamo da Giorgia Meloni il perché di questa astensione, una scelta che non ci saremmo mai aspettati da lei (la riteniamo tipica delle posizioni quasi sempre ambigue del nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani). 

Mentre i tank israeliani hanno accerchiato la zona Est di Rafah, dove si trovano un milione e mezzo di rifugiati palestinesi, a più di diecimila chilometri di distanza l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato con 143 voti a favore, 9 contrari e 25 astenuti, una storica risoluzione che riconosce la Palestina come qualificata per entrare a far parte dell’Onu a pieno titolo. Al momento è solo “osservatore” e non ha diritto di voto o di nomina. Quando il risultato è apparso sui maxi schermi dell’aula, una delegata della missione palestinese ha allungato il braccio sul tavolo e stretto il dorso della mano di un collega, in segno di trionfo. I rappresentanti di Israele sono rimasti impassibili. Nel momento in cui il presidente dell’Assemblea ha letto il risultato, dall’Aula è partito un lungo applauso. L’ambasciatore israeliano Gilad Erdan, gelido, ha continuato a leggere un messaggio sul cellulare. La risoluzione è stata redatta dagli Emirati Arabi e parla di «eccezione», per evitare che altri, come Taiwan e Kosovo, possano avanzare la stessa richiesta. Nel testo si «raccomanda» il Consiglio di sicurezza, unico organismo titolato a decidere, a «riconsiderare favorevolmente la questione».

Non accadrà. Gli Stati Uniti, uno dei 5 membri permanenti con diritto di veto, avevano già bloccato la risoluzione ad aprile. L’ambasciatrice Linda Thomas-Greenfield ieri non era presente, come sovente avviene quando gli Usa devono prendere una decisione impopolare. E questa è stata un’altra giornata difficile. Il secondo ambasciatore, Robert Wood, ha spiegato all’aula il no Usa alla risoluzione, una «decisione unilaterale che non raggiunge l’obiettivo ». La soluzione, ha ribadito, va trovata attraversato negoziati diretti tra Israele e Palestina. «Con questa votazione — ha attaccato invecel’ambasciatore israeliano Erdan — avete aperto le Nazioni Unite ai nazisti moderni». Poi Erdan ha concluso il discorso con un gesto che rimarrà nella storia delle Nazioni Unite: ha infilato simbolicamente alcune pagine della Carta Onu in un tritacarte. Prima di lui, il rappresentante palestinese Riyad Mansour, più volte sul punto di scoppiare a piangere, aveva detto: «Mentre parliamo, 1,4 milioni di palestinesi a Rafah si chiedono se oggi resteranno vivi».

L’Italia si è astenuta assieme a Germania e Regno Unito. L’ambasciatore Maurizio Massari ha confermato l’allineamento sulle posizioni americane: sì alla formula “due popoli due Stati”, ma la «soluzione deve essere raggiunta attraverso negoziati diretti tra le parti». La Vecchia Europa resta divisa. Francia e Spagna hanno votato a favore. Ungheria e Cechia contro. Mentre il responsabile della politica estera Ue, Josep Borrell, ha annunciato che il 21 maggio alcuni Paesi, tra cui Spagna, Irlanda e Slovenia, riconosceranno ufficialmente lo Stato palestinese, «e altri Paesi si aggiungeranno».

Intanto a Rafah la situazione si è aggravata. Il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato l’“espansione dell’area di operazione” nel sud di Gaza, anche se - secondo alcune fonti - si tratterebbe di un ampliamenti “limitato”, nel tentativo di restare entro le linee rosse fissate dal presidente degli Stati Uniti Biden. Ma in Israele c’è anche chi è tentato dallo strappo, sapendo che Biden è stretto tra due fuochi: il tentativo di tenere in piedi il negoziato su tregua e ostaggi da un lato (fondamentale anche per non perdere una fetta significativa di elettorato), e la fedeltà allo storico alleato dall’altro. Gli atti e le parole dell’amministrazione seguono questa incertezza. Nel rapporto consegnato al Congresso dal segretario di Stato Antony Blinken, ci sarebbe una critica alla brutalità israeliana nella Striscia di Gaza, ma non il riconoscimento che le operazioni militari starebbero violando il diritto internazionale. Di fatto è il via libera a nuove forniture di armi. Ma con quali conseguenze politiche e militari? Uno dei portavoce della Casa Bianca, John Kirby, ha consigliato al premier Netanyahu di non andare oltre. «Noi pensiamo — ha detto — che un’operazione di terra a Rafah finirà per rafforzare Hamas, invece che indebolirla. Nuovi morti tra i civili non aiuteranno l’offensiva di Israele».

 

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