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La Repubblica Rassegna Stampa
24.04.2024 Pegah Moshir Pour: Per un nuovo Iran
Intervista di Anna Lombardi

Testata: La Repubblica
Data: 24 aprile 2024
Pagina: 29
Autore: Anna Lombardi
Titolo: «Il mio canto libero per un nuovo Iran»

Riprendiamo da LA REPUBBLICA di oggi, 24/04/2024, a pag. 29 con il titolo “Il mio canto libero per un nuovo Iran”, l'intervista di Anna Lombardi a Pegah Moshir Pour.

Anna Lombardi
Anna Lombardi

Pegah Moshir Pour è l’attivista che nel 2023 salì sul palco di Sanremo per raccontare il dramma delle donne dell'Iran

«Io, l’Iran dove sono nata e l’Italia dove sono cresciuta, siamo un’unica cosa. E dunque ho voluto provare araccontare la mia storia di cittadina italiana con radici in un’altra terra affascinante e complessa per meglio far capire quel luogo sempre più tragicamente al centro delle notizie. Ma anche chi siamo noi, ragazzi di “terza cultura”: somma di storie forti e importanti, che di fatto ci fanno protagonisti di una nuova cultura ricca e aperta».

Pegah Moshir Pour, 34 anni, è l’attivista che nel 2023 salì sul palco di Sanremo per raccontare il dramma delle donne nel suo paese d’origine, nel pieno delle proteste seguite alla morte di Mahsa Amini. Nata a Teheran, approdata in Italia quando aveva solo 9 anni con la famiglia, è laureata in Ingegneria, si occupa di contenuti digitali ed empowerment femminile. La notte sopra Teheran , edito da Garzanti, è il suo primo libro.

La ricerca di sua cugina Setareh, finita nelle grinfie del regime, s’intreccia alla sua storia personale. Ne viene fuori una grande saga familiare...
«Setareh è il mio alter ego. Penso sempre che se fossi rimasta in Iran avrei condiviso la sorte di quelle come lei. Sarei finita in carcere, forse mi avrebbero uccisa. O magari sarei diventata una cyber femminista, contestando il potere dall’interno. Di sicuro avevo bisogno di scrivere di lei. Come dice la mia psicoanalista, soffro di sindrome del sopravvissuto. Mi sento in colpa per la vita serena che ho rispetto alle coetanee che vivono nel mio paese d’origine. Scrivere di Setareh mi ha aiutato ad elaborare il lutto che mi porto dentro».

Lei dà voce alle donne del suo Paese. Non è certo una che ha voltato le spalle...
«E mi sento fortunata. Mi fa sentire utile e viva. Ma per arrivarci ho dovuto compiere unpercorso complesso e capire meglio da dove venivo. Interrogando la mia stessa famiglia. Quando ho iniziato a pensare a questo libro ho infatti iniziato una nuova forma di dialogo coi miei genitori. Li ho spinti a raccontarmi tutto ciò da cui loro mi avevano sempre protetto. Solo così ho compreso meglio la mia storia, il mio Paese e me stessa: capendo le loro scelte».

Prego.
«Mia madre fu bandita da tutte le università iraniane per essere stata sorpresa a partecipare a un party in piscina. Solo quando me lo ha detto ho capito quelle cose che da giovanissima mi facevano arrabbiare: la sua insistenza nel volere che studiassi, mi laureassi, trovassi subito un lavoro. Io avevo le opportunità che a lei erano state negate. Anche per questo ci eravamo trasferiti in Italia. Adulti con figli non lasciano il proprio Paese se non nella speranza di un futuro migliore. Purtroppo cosa c’è dietro alle scelte di tanti che vengono qui, sono cose che la politica, la scuola, troppo spesso stentano a comprendere».

Cos’è che non viene capito?
«Ad esempio, che un bambino cresciuto in un’altra cultura ha nella mente una struttura grammaticale diversa. Io per dire all’inizio aprivo libri e quaderni al contrario, alla maniera nostra. Mettevo gli ausiliari alla fine delle frasi. Non posso dire di non essere stata aiutata e accolta ma era comunque complicato per le insegnanti capire. Mettere un brutto voto in quei casi non aiuta. Umilia e allontana un bambino volenteroso che magari ha solo bisogno di tempo per assestarsi. È un problema serio, nelle scuole italiane ci sono sempre più stranieri».

È uno dei messaggi del suo libro?
«Sì. Ma ne ho uno anche per i ragazzi: parlate coi vostri genitori. Fategli domande: la casa d’infanzia, cosa ricordano dei loro nonni... Fa un po’ male ma è liberatorio. Aiuta a capire chi si è e da dove si viene. Cadono pregiudizi e incomprensioni reciproche. Io detestavo la rigidità di mia madre da adolescente. Poi, ho capito da dove veniva...».

Ha trasformato la sua identità iraniana in strumento di lotta: a favore dei giovani di terza cultura, certo, ma anche del movimento Donna Vita Libertà.
«Sono battaglie che viaggiano in parallelo come il mio bere chaiiraniano e caffè espresso italiano. Ancora una volta devo ringraziare i miei genitori per non avermi fatto perdere le mie radici iraniane. A casa parlavamo farsi e festeggiavamo il Newroz, il nostro Capodanno: all’epoca mi sembrava triste perché eravamo solo noi quattro, ora invece capisco. È finita che ho fatto la mia tesi di laurea sugli edifici del mio Paese: me ne sono innamorata. Appartenere a due culture mi fa sentire più ricca. E dunque le battaglie procedono fianco a fianco. Sono l’una e l’altra cosa. Invece conosco tanti che la loro cultura l’hanno dimenticata. Perché quando arrivi da fuori spesso la tua lingua e la tua cultura ti fanno sentire diverso, discriminato. Te ne vergogni. E finisce che ti perdi».

Com’è il suo rapporto con la comunità iraniana in Italia?
«Grazie al movimento Donna Vita Libertà ho scoperto che eravamo tanti. Prima di allora ci temevamo. Diffidavamo dei compatrioti: magari erano legati ai guardiani della rivoluzione, avrebbero potuto segnalare in patria aspetti della tua vita privata, mettere in difficoltà i parenti. Invece Donna Vita Libertà ha fatto uscire tanti allo scoperto. Siamo uniti pur nelle nostre differenze: che ci sono perché siamo un popolo variegato proprio come le nostre idee».

Il momento è particolarmente difficile ovunque. Come guarda al futuro?
«Con fiducia. Sia se parliamo di Italia che di Iran. Soprattutto grazie ai giovani. Qui la generazione Z è aperta alle diversità e allo scambio. Sono certo più accoglienti e tolleranti di chi ci governa. Tanti ragazzi di terza cultura come me si raccontano e condividono le loro esperienze sui social: e fra questi ci sono tantissimi giovani di asiatici e africani. Sono ottimista anche rispetto all’Iran. La ribellione delle donne è irrefrenabile. Indietro non si torna. Anche per questo il mio libro contiene un’altra denuncia: sulla condizione femminile, ovunque. Abbiamo un problema in Iran, certo. Ma non è facile essere donne nemmeno in questo paese, in Italia».

 

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