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La Repubblica Rassegna Stampa
18.04.2024 Con gli ayatollah l’unica scelta è contrattaccare
Commento di Bernard-Henri Lévy

Testata: La Repubblica
Data: 18 aprile 2024
Pagina: 28
Autore: Bernard-Henri Lévy
Titolo: «Israele, l’unica scelta è contrattaccare»

Riprendiamo, da LA REPUBBLICA di oggi, 18/04/2024, a pagg. 28, l'articolo di Bernard-Henri Lévy dal titolo "Israele, l’unica scelta è contrattaccare".


Bernard-Henri Lévy

Propaganda di guerra nelle vie di Teheran. Nonostante la miseria e l'inefficienza dimostrate nell'attacco del 13 aprile, l'Iran sta dotandosi dell'arma atomica. Israele deve contrattaccre e porre fine al programma nucleare dei mullah, prima che sia troppo tardi.

E così, dunque, la guerra è dichiarata. Non solo la guerra di Hamas, cominciata il 7 ottobre 2023. Non solo la guerra di Hezbollah, iniziata l’indomani, l’8, con razzi sparati dal Libano tutti i giorni. Non solo la guerra degli Houti yemeniti che, scortati da una nave spia dei Guardiani della Rivoluzione, si sono buttati nella mischia sparando i loro missili su Eilat e bloccando, come pareva loro, lo stretto di Bab el-Mandeb.

Non la guerra delle milizie filoiraniane che operano dall’Iraq e massacrano i miei amici curdi dalla presa di Kirkuk del 2016. E nemmeno quella degli elementi filoiraniani che colonizzano la Siria di Bashar al-Assad colpendo ora il Golan ora le località del Nord di Israele. No. La guerra, quella vera, la madre di tutte queste battaglie, quella che eccelleva nel coordinare tutti questiproxy da un teatro all’altro, quella in cui adesso è l’Iran in persona a operare in prima linea e a manifestarsi.

Perché imullah hanno commesso questa imprudenza? Perché uscire dall’ambiguità che ha lasciato credere, fino ad adesso, a una serie di guerre asimmetriche che vedevano contrapposti un esercito di Robocop armati fino ai denti e organizzazioni in apparenza lillipuziane?

Perché scegliere di mostrare al mondo che Israele non è lo Stato “genocida” e “sterminatore di bambini” che ci è stato presentato finora, ma una piccola nazione attaccata da una potenza imperiale che ha giurato di annientarla e che — dopo averla fatta accerchiare, dal Nord al Sud e all’Est, dai suoi squadroni di mercenari — decide di passare all’azione e di assestare il colpo fatale travolgendola, secondo uno scenario tattico quasi altrettanto inedito quanto quello del 7 ottobre, con un nugolo di droni e di missili?

E perché, d’altro canto, questo diluvio di fuoco, a uno stesso tempo terribile e insignificante, giacché il 99 per cento dei tiri è stato fermato dai Patriot israeliani e americani oppure è stato lanciato così male da precipitare in territorio iraniano?

Perché questo errore di calcolo che non fa che mettere in evidenza la solidità e le difese di Israele e dei suoi alleati?

Quale interesse aveva Teheran a offrire ai Paesi arabi questo aspetto che non poteva che rafforzare, di riflesso, gli Accordi di Abramo suggellati quattro anni fa che, di questi ultimi tempi, sembravano essere in declino? Il tempo ce lo dirà. In verità, comunque, ha poca importanza. Senza alcun danno potremo lasciare questa mullarchia al mistero delle sue subdole strategie, forse semplicemente insensate.

Oggi, infatti, conta una cosa sola. La Repubblica islamica dell’Iran non è soltanto un regime fallito, in dissesto sul piano economico, rinnegato dai giovani, dalle donne, dalle forze vive del Paese, la cui forza ormai è assimilabile soltanto a quella di una tigre di carta. È anche un Paese che, come l’Urss degli ultimi tempi — nel quale coesistevano un Paese reale devastato dalla miseria e, completamente distaccato, un apparato militare-industriale moderno, capace di combattere ad armi pari con gli Stati Uniti —, si è dotato di un settore nucleare segreto ma efficiente. È un Paese i cui programmi in questo campo hanno continuato a svilupparsi e progredire in base ai cambiamenti di rotta di un’America che da quindici anni oscilla tra la sprovvedutezza in stile Obama e, con Trump, le spacconate inefficaci.

Quanto a questi programmi, nel corso degli anni i siti in cui sono portati avanti sono stati trasferiti e spesso sotterrati; le loro centrifughe si sono evolute fino ad arricchire l’uranio 25 volte più del limite consentito; gli ispettori dell’Aiea praticamente non vi hanno più avuto accesso; tanto che i siti sono diventati una sorta di gigantesco buco nero, fuori dalla portata di qualsiasi radar; tanto che, tra sei mesi o un anno, il mondo potrebbe scoprire bruscamente che grazie a essi l’Iran ha raggiunto la Corea del Nord e la Russia nel club delle dittature che possono appiccare il fuoco al pianeta.

Aggiungo che i droni che hanno mancato sistematicamente il bersaglio, a eccezione di una bambina nel Sud del Paese, sono in ogni caso gli stessi che Putin usa da due anni per devastare l’Ucraina.

Aggiungo anche che l’Iran, questo Paese di cui lunedì mattina si è deriso il patetico fiasco a fronte dell’efficacia dell’Iron Dome, si è appena impegnato nel Golfo Persico in manovre navali congiunte, passate inspiegabilmente inosservate, con la Marina russa e la Marina cinese.

Immaginiamo, dunque, che il regime esca incolume da questa vicenda. Immaginiamo che la consideri non tanto un fiasco deplorabile, bensì una prova generale. E supponiamo che la ripeta, tra sei mesi, tra un anno, quando gli sarà tecnicamente possibile installare sui droni e sui missili cariche nucleari diventate operative. Per Israele e per tutta la regione si tratta di una prospettiva terrificante, di una minaccia esistenziale.

Per questo motivo mi sembra assurdo il sentimento di “meschino sollievo” che predomina tra gli alleati di Israele e, un po’ ovunque, impone una medesima raccomandazione alla “de-escalation” e alla “moderazione”. L’Iran ha dichiarato guerra. Purtroppo, non resta altro da fare che contrattaccare.

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