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La Repubblica Rassegna Stampa
17.04.2024 Il dilemma di Israele: scegliere i bersagli giusti
Analisi di Gianluca Di Feo

Testata: La Repubblica
Data: 17 aprile 2024
Pagina: 5
Autore: Gianluca Di Feo
Titolo: «Il dilemma di Netanyahu. Scegliere i bersagli giusti per contenere l’escalation»

Riprendiamo da LA REPUBBLICA di oggi, 17/04/2024, a pag. 5, con il titolo "Il dilemma di Netanyahu. Scegliere i bersagli giusti per contenere l’escalation" l'analisi di Gianluca Di Feo.

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Gianluca Di Feo

Benjamin Netanyahu presiede il gabinetto di guerra. Deve affrontare il dilemma peggiore: come rispondere al bombardamento iraniano del 13 aprile.

La scelta degli obiettivi di un bombardamento è una disciplina strategica molto complessa perché deve trovare la giusta misura tra esigenze politiche e militari: la Nato la chiama “targeting” e l’insegna nell’accademia di Oberammergau sulle alpi bavaresi. Gli israeliani non hanno nulla da imparare: sono sempre stati maestri nel settore e da decenni tengono aggiornati gli elenchi dei possibili siti da colpire in numerose nazioni, a cominciare proprio dall’Iran. Ognuno viene accompagnato da valutazioni tecniche sulle modalità del raid e sulle ripercussioni politiche che potrebbe provocare. In queste ore il destino del Medio Oriente è nelle mani degli ufficiali che stanno compiendo la selezione finale dei bersagli per il governo Netanyahu. Devono risolvere un’equazione da brivido: individuarne uno che testimoni la volontà di non lasciare impunito l’attacco di sabato notte, senza però irritare la Casa Bianca e soprattutto senza causare un’ulteriore ritorsione iraniana.

Siamo davanti a un bivio di una pericolosità mai vista prima. Se la rappresaglia di Israele sarà troppo potente, allora innescherà la replica di Teheran animando una spirale di azioni e reazioni che rischia di trasformarsi rapidamente in una guerra totale. Con una serie di incognite corroborate dalla minaccia iraniana di usare un’arma inedita. Nessuno sa cosa possa essere: forse un ordigno ipersonico, messo a punto con la tecnologia russa concessa in cambio dell’aiuto in Ucraina. Oppure un missile antisatellite in grado di accecare le sentinelle israeliane in orbita fuori dall’atmosfera: sperimentazioni del genere vengono portate avanti da anni. Nessuno allo stesso tempo vuole prendere in considerazione l’ipotesi che gli ayatollah tirino fuori gli ordigni dell’apocalisse: pur non possedendo l’atomica, hanno sicuramente testate chimiche e non si può escludere che dispongano di una “bomba sporca” che disperde radioattività.

La prima decisione israeliana riguarderà dove bombardare. Si era parlato di un’operazione fuori dalterritorio iraniano, che avrebbe raso al suolo una base dei Guardiani della rivoluzione: un deposito di razzi, ad esempio, con una distruzione spettacolare e preferibilmente il minimo numero di vittime. In che Paese? La Siria sembra presentare meno complicazioni: a Damasco il primo aprile c’è stata l’assalto contro il consolato della Repubblica islamica che ha determinato l’escalation e il regime di Bashar al-Assad non gode di simpatie in Occidente. In Libano invece i magazzini di munizioni sembrano essere nascosti in zone densamente popolate e ci sarebbe il pericolo di scatenare l’ira di Hezbollah, l’alleato sciita più agguerrito che finora ha limitato al minimo l’impegno bellico contro Israele. In Iraq l’incursione potrebbe avere un effetto boomerang: Biden ha appena ricevuto il premier alla Casa Bianca e sta facendo di tutto per distanziare le autorità di Baghdad dall’influenza diTeheran sulla maggioranza sciita.

Nel war cabinet di Netanyahu però l’indicazione dominante vuole che la ritorsione sia diretta contro l’origine dell’aggressione. Bisogna attaccare l’Iran, il che rende ancora più complessa l’individuazione del target ideale: il danno dovrà essere visibile, ma non clamoroso. La distruzione di una fabbrica bellica: ad esempio, quella dei droni Shahed usati in massa nello sciame di sabato notte? O del bunker sotterraneo dei pasdaran dove erano custoditi i missili balistici sparati contro l’aeroporto degli F35 israeliani? Oppure di uno dei porti dove sono ormeggiati i barchini usati dai Guardiani della Rivoluzione per abbordare mercantili e petroliere?

Iniziative contro le installazioni del programma nucleare sembrano escluse: sono le più protette, con uno schermo di batterie contraraeree perfezionato dai russi. Ma più dei missili terra-aria, a frenare gli F35 dalla missione per cui si addestrano ogni giorno è la convinzione che l’ira degli ayatollah sarebbe incontenibile.

I vertici delle Israeli Defence Forces hanno presentato al governo anche un altro piano d’azione, tecnicamente definita “non cinetica”: una massiccia operazione cyber per paralizzare servizi o infrastrutture. Anche se è stato ufficialmente smentito, ci sono indizi - riportati da Politico - di un’incursione telematica partita sabato dalla Repubblica islamica proprio mentre decollavano i primi droni: non è riuscita a penetrare nei server militari ma avrebbe bloccato il controllo del traffico aereo civile. Se i voli non fossero stati fermi, si sarebbe trattato di un problemi serio. Gli israeliani però sanno fare di meglio. Lo hanno dimostrato quindici anni fa quando, d’intesa con gli americani, hanno infilato il virus Stuxnet nei laboratori iraniani più segreti mandando in tilt le centrifughe dell’uranio. In qualsiasi momento possono lasciare senza elettricità l’intera Teheran o azzerare le reti dei telefonini: sarebbe un messaggio potente e incruento, una prova di superiorità tecnologica che metterebbe in guardia gli ayatollah dal proseguire a oltranza nel braccio di ferro.

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