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La Repubblica Rassegna Stampa
18.02.2024 Perché i dittatori temono i dissidenti
Analisi di Gianni Vernetti

Testata: La Repubblica
Data: 18 febbraio 2024
Pagina: 27
Autore: Gianni Vernetti
Titolo: «Perché i dittatori temono i dissidenti»

Riprendiamo da La Repubblica di oggi, 18/02/2024, a pag.27, con il titolo "Perché i dittatori temono i dissidenti" il commento di Gianni Vernetti

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Gianni Vernetti


Alcuni dei dissidenti uccisi dal regime di Putin. Da sinistra verso destra: Anna Politkovskaja, Alexander Litvinenko, Sergei Magnitsky, Boris Nemtsov.

L’omicidio di Stato in due tempi del dissidente Aleksej Navalny, prima con il Novichok da parte di un gruppo di agenti del Fsb a Tomsk e infine con la tortura prolungata di una detenzione inumana, ci costringe a riflettere sulle caratteristiche delle moderne autocrazie e sul perché esse ritengano necessario e ineludibile eliminare fisicamente dissidenti, oppositori e voci libere. Purtroppo, Navalny non è solo. Nove anni fa sotto le mura del Cremlino venne trucidato il leder dell’opposizione Boris Nemtsov, prima la giornalista Anna Politkovskaja. E poi ancora Liu Xiaobo, dissidente cinese, docente universitario ai tempi di Tienanmen e redattore della Charta 08,firmata da 303 intellettuali e dissidenti nel 60esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, che indicava alla Cina una strada per le riforme democratiche. Nel 2010 gli venne assegnato il Nobel per la Pace, che non poté ritirare, per poi morire di cancro in carcere il 13 luglio 2017. E ancora gli omicidi di Stato in Iran delle ragazze che sfidano gli ayatollah levandosi iljihabobbligatorio, da Mahsa Amini ad Armita Geravand. Ma c’è una costante che accomuna le dittature nella loro paura nei confronti della dissidenza: l’esigenza di riscrivere la storia e asservirla al satrapo del momento. Vladimir Putin decise di dichiarare guerra all’Ucraina con una “lezione di storia”, rivolgendosi alla nazione per spiegare come l’Ucraina non fosse un Paese con una propria storia, lingua, cultura e identità nazionale e che i 40 milioni di ucraini non fossero altro che una “variante minore” della gloriosa tradizione russa. Come nella migliore tradizione sovietica, che per negare la storia non ha esitato a bruciare libri, deportare e sterminare interi popoli, così Putin non ha esitato a mandare al massacro 400 mila giovani in Ucraina per far tornare almeno un simulacro di ciò che ritiene essere stata la più grande tragedia geopolitica della storia della Russia: il crollo dell’Unione Sovietica. Il sorriso di Navalny dietro le sbarre, le mani a forma di cuore, la forza delle sue denunce, raccontavano una storia possibile di libertà e resistenza incompatibili con la missione di revisione storica del satrapo del Cremlino. Il dissidente Garry Kasparov ama ricordare un proverbio dell’era sovietica: “Noi russi viviamo in un Paese con un passato imprevedibile”. Questa è la cornice nella quale va collocata anche la messa al bando dell’organizzazione Memorial che ha svolto un lavoro prezioso, ricostruendo la storia deigulag sovietici: una gigantesca memoria collettiva con la quale la Russia del ventennio autocratico di Putin non solo non vuole fare i conti, ma che vorrebbe cancellare con una parte della storia del Paese. L’Unione Sovietica, come tutte le dittature, si è retta su un castello di bugie, le stesse che i figli dell’ex militante comunista della Germania Est, Christiane, nello splendido film Good bye Lenin,cercano di ricostruire per ridurre il trauma del cambiamento del 1989 (i cosmonauti, i sottaceti...). Quando la Repubblica Popolare Cinese ha festeggiato nel 2021 il centenario della fondazione del Partito comunista, Xi Jinping aprì il Congresso con un solo punto all’ordine del giorno: una risoluzione sulla “storia del partito”. La riscrittura della storia voluta da Xi minimizzava le tragedie della Rivoluzione culturale, non menzionava il Grande balzo in avanti — l’errata politica economica centralizzata che portò alla fame e a milioni di morti — , rimuoveva i fatti di piazza Tienanmen e la breve stagione di libertà del 1989, rivendicava la necessita del pugno di ferro su Hong Kong e Macao, dichiarava inevitabile la riunificazione con Taiwan. Per raggiungere questi obiettivi, Xi non ha esitato a cancellare tutto ciò che avrebbe potuto raccontare la storia di una possibile Cina democratica, uccidendo centinaia di dissidenti, cancellando la città libera di Hong Kong, incarcerando milioni di uiguri e tibetani e infine preparando la guerra con Taiwan. Sì, Taiwan, come l’Ucraina per Mosca, fa paura a Pechino perché la sua esistenza contribuisce a indebolire la narrazione relativista della eccezionalità “non-democratica” cinese, secondo la quale il gigante asiatico non è pronto a un’avventura democratica di stampo liberale, essendo passato attraverso diversi modelli di governance di tipo assolutistico, tanto nella versione imperiale quanto in quella a partito unico. Taiwan, l’Ucraina, Navalny, Liu Xiaobo sono tutte storie da cancellare e da riscrivere. Questa narrazione è la stessa che ha portato l’Iran e altre satrapie arabe a provare a riscrivere la storia di Israele: negare la presenza ebraica tri-millenaria dall’Esodo in poi, il finto racconto di “Gesù palestinese”, la Terra Santa come una sorta di “non luogo” nel quale la statualità di Israele non esiste, sono la cornice semantica all’interno della quale si persegue in modo sistematico un disegno criminale di riscrittura della storia del Medio Oriente, fondato innanzitutto sulla negazione al diritto di esistere di Israele. Martin Griffiths, vice del Segretario Generale delle Nazioni Unite con delega agli affari umanitari, quando ha affermato che Hamas non è un’organizzazione terrorista ha confermato la pericolosa tendenza di negazione della realtà e di costruzione di “fatti alternativi” di trumpiana memoria. Ma come ricorda spesso forse il più noto di tutti i dissidenti, il Dalai Lama, in vita solo grazie alla democrazia indiana che da Nehru in poi non ha esitato ad accoglierlo e proteggerlo nel suo Paese: «La Verità avrà la meglio sulla Forza».

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