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La Repubblica Rassegna Stampa
28.11.2023 Io ebrea femminista esclusa dal corteo
Commento di Daniela Hamaui

Testata: La Repubblica
Data: 28 novembre 2023
Pagina: 19
Autore: Daniela Hamaui
Titolo: «Io, ebrea e femminista mi sono sentita esclusa dal corteo»
Riprendiamo da REPUBBLICA di oggi, 28/11/2023, a pag. 19, l'analisi dal titolo "Io, ebrea e femminista mi sono sentita esclusa dal corteo" di Daniela Hamaui.

Care lettrici, cari lettori | Vanity Fair Italia
Daniela Hamaui

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Essere ebrea ed essere femminista: non ho mai pensato che ci fosse una contraddizione tra queste due anime. Sabato invece mi sono trovata davanti a un bivio: andare o non andare alla manifestazione di Roma, partecipare o meno a quello che ritengo essere un momento di cambiamento fortissimo nella battaglia contro la violenza sulle donne. Per la prima volta quasi 500 mila ragazze, ragazzi, donne e uomini hanno sfilato contro il femminicidio, per il rispetto dei diritti, della dignità e dell’autodeterminazione delle donne. Hanno preteso che nessuna ragazza debba averepiù paura a uscire alla sera o sia costretta a correre con le chiavi in mano per aprire velocemente il portone e sfuggire a un molestatore. Hanno ricordato Giulia Cecchettin, la sua morte atroce e urlato le parole taglienti di sua sorella Elena. Dopo anni in cui le giovani chiedevano: “perché devo essere femminista?”, la risposta era davanti ai loro occhi. Giulia era stata uccisa da un ex fidanzato che non accettava la separazione e la libertà che lei pretendeva. La mobilitazione di sabato rimarrà quindi nella storia del femminismo italiano come un importante momento di svolta e partecipazione ma converrà interrogarsi su quale direzione prenderà questo movimento. Io ho deciso di andare comunquealla manifestazione di Milano ma non riuscivo a farne davvero parte. Qualcuno dirà che nei raduni di massa c’è sempre qualcuno che si sente escluso, che il conflitto israelo-palestinese era marginale rispetto ai temi dei diversi cortei, che i fatti avvenuti il 7 ottobre sono atroci ma che il popolo di Gaza soffre da anni. Tutto vero, anche se non posso fare a meno di chiedermi: ma il movimento femminista non era nato per tutelare tutte le minoranze? Anche quelle di una sola donna discriminata? Non avevamo davvero pensato che la sorellanza fosse il vero e unico motore per cambiare il mondo? Chiunque abbia ascoltato i resoconti, i racconti delle sopravvissute al massacro da parte dei terroristi di Hamas e abbia letto l’articolo denuncia della professoressa Tamar Herzig sulle pagine di questo giornale, sa che quel giorno è stato compiuto forse il più violento stupro di massa dei nostri giorni. In poche ore ragazze, donne e bambine sono state violentate, mutilate, portate via sanguinanti e con le gambe spezzate. Il corpo di Shani Louk, catturato al rave party, è stato usato come un trofeo: buttata su un camion seminuda, Shani è stata oltraggiata da chi, sapendo che era già morta, le ha sputato addosso. Il silenzio su questi fatti è stato quasi assordante, nessun riferimento nelle varie assemblee e raduni che hanno preceduto la grande manifestazione di sabato. Nessuna voce si è alzata per denunciare, e Non una di meno, l’organizzazione che ha promosso il corteo, ha deciso di aderire “alla lotta contro il genocidio di uno stato colonialista nei confronti di Gaza” e previsto la presenza di donne del Movimento degli studenti palestinesi con bandiere e slogan, ma non di israeliane che potevano partecipare ma senza nessun segno di identificazione. Molte ebree nel mondo, dopo quello che è successo il 7 ottobre, si sono sentite in parte anche israeliane, vicine ai familiari degli ostaggi che da 52 giorni ne chiedono la liberazione e che manifestano contro il premier Netanyahu, responsabile di un pessimo governo, ma soprattutto vicine alle donne violate e uccise solo perché ebree. In tutte le guerre, il corpo delle donne è diventato un premio da esibire, da umiliare, da profanare. Lo stupro è usato come arma di dominio, di sopraffazione e anche se la Convenzione di Ginevra lo ha riconosciuto come un crimine contro l’umanità, la violenza sessuale ricompare ad ogni conflitto: dal Ruanda alla Bosnia, dal Congo al Darfur, dall’Ucraina fino a Israele, dove il 7 ottobre la guerra non era ancora iniziata. Il movimento femminista ha sempre avuto a cuore la tutela delle donne ovunque siano state maltrattate e, in questo caso, avrebbe dovuto accogliere sia il dolore delle palestinesi che piangono disperate la morte dei loro figli sia quello delle israeliane, vittime di un attacco atroce e premeditato. Il silenzio della manifestazione non ha fatto male solo alle israeliane e alle ebree a cui è mancata la vicinanza, ha fatto male soprattutto al movimento che ha preferito distinguere tra le vittime da sostenere e quelle da dimenticare, stabilendo così che non tutte le violenze meritano uguale rispetto e attenzione.

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