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La Repubblica Rassegna Stampa
30.08.2023 Gli ucraini sminano il fronte
Analisi di Brunella Giovara

Testata: La Repubblica
Data: 30 agosto 2023
Pagina: 13
Autore: Brunella Giovara
Titolo: «Così gli ucraini sminano il fronte: “Con le mani e i trampoli ai piedi”»
Riprendiamo da REPUBBLICA di oggi, 30/08/2023, a pag.13, con il titolo “Così gli ucraini sminano il fronte: “Con le mani e i trampoli ai piedi” ”, l'analisi di Brunella Giovara.

Kiev non ha opzioni

ZAPORIZHZHIA — In equilibrio tra terra e cielo, si cammina annusando il pericolo, come i cani. Ma i cani addestrati non ci sono, sul fronte Sud. E neanche i robot, e nemmeno le scarpe speciali. Ci sono le mani e i piedi, che ciascuno vuole riportare a casa, a fine turno. «Sappiamo che esistono dei cannoni a microonde, con quelli puoi individuare le mine di ultima generazione », ma gli ucraini non li hanno, e comunque i russi non hanno quelle mine moderne, usando soprattutto roba antiquata. I due artificieri della brigata speciale Dnipro, accucciati tra l’erba, ne hanno trovate degli anni Cinquanta. «È così grande, il loro arsenale… La più antica che abbiamo disattivato è del ‘52. La più nuova, del 1986». Quella che mostrano è del ‘76, la classica anticarro rivestita di metallo, larga più o meno 40 centimetri, la TM-62 qui soprannominata “blinì”, tonda come una focaccina russa appena uscita dal forno. Nei depositi i camion scaricano tonnellate di blinì, in un grande fragore di ferro. In una base che non si può dire dov’è, i due sminatori mostrano un campionario di prede, essendo loro stessi preda ambita del nemico, e giocando da professionisti a questo gioco d’azzardo, e mortale: «Quando veniamo avvistati sul campo, i russi aggiustano la mira e ci tirano con gli obici. Gli stiamo rovinando il lavoro, devono ucciderci subito. Per noi, l’unica difesa possibile è il fumogeno». Nascosti da quella nebbia artificiale, cercano di nascondersi al meglio, in un’area che è piatta, la grande pianura stepposa e fitta di mine, che da Zaporizhzhia scende verso Melitopol. Ma loro sono lenti, come il bradipo o come i ragni, per via dell’andatura bizzarra, appesantiti da scarpe foderate di acciaio, montate su alti ramponi d’acciaio. Dovessero mai toccare una lepestok , salterebbero sì, proiettati verso il cielo, ma salverebbero le gambe. I piedi, dipende. La lepestok , la “fogliolina” che si mimetizza così bene con la terra e con l’erba, marrone o gialla o verde, a seconda delle stagioni. In altre guerre erano i «pappagalli verdi», Gino Strada ci ha scritto un gran libro raccontandone gli effetti, le amputazioni sui soldati e sui civili, i bambini che le raccoglievano in Afghanistan, ingannati dall’aspetto giocattolesco. «E purtroppo sono di plastica. I rilevatori non le vedono. Ogni tanto le troviamo, ma non è possibile disinnescarle. L’unica è farle brillare sul posto ». Di questi giocattoli ce ne sono a migliaia, in questo Paese. Completata la posa delle mine anticarro, e una volta al sicuro nelle loro trincee, i russi le hanno “sparate” sul terreno, e lì dormono, fino a quando non vengono toccate. Avete le macchine sminatrici, le Kroton donate dalla Polonia? «No». E cosa avete? Andryi, sergente, un tempo venditore di macchine agricole: «Abbiamo le sonde», le lunghe aste di acciaio con cui si tasta il terreno, delicatamente, come quando si cercano i funghi sotto le foglie. Dunque, questi vanno a sminare all’antica, come durante la Seconda guerra mondiale, e anche la prima. Avete i droni termici? Il soldato Pavlo dice noi no, «qualcuno dei nostri li ha, ma pochi». Il drone che i russi hanno soprannominato Baba Jaga, la strega. Dotato di un visore termico, si alza di notte e va a fotografare i campi minati. Le mine sono ancora bollenti, per via del calore accumulato di giorno, e nel buio sfavillano, mille bellissime luci, ma sono luci cattive. Dopo il passaggio di Baba Jaga, serve un umano che vada sul posto. «Partiamo a squadre di 4-6, prima dell’alba. Camminiamo per chilometri, poi cominciamo il lavoro, nella luce migliore. Poi ci vedono e dobbiamo scappare ». Le anticarro sono facili, basta svitare il detonatore e metterselo in tasca. In più, sono munite di una robusta maniglia, un uomo può anche portarla al braccio come una borsetta. «Ma prima bisogna trovarle », sepolte nella terra e coperte da altra terra piovuta dopo un bombardamento, perciò a volte le mappe sono sfalsate, inutili. «Molti gli sparano direttamente, perché bisogna avanzare e non c’è tempo di far arrivare gli specialisti». Perciò si stanno addestrando anche i soldati di fanteria, in modo che ce ne siano molti, capaci di neutralizzare una carica. Dicono che siete lenti, che l’avanzata verso Sud fallirà… «Lenti? Non direi proprio» (i soldati ucraini non leggono i giornali americani). «Su certi terreni riusciamo a far pulizia in 2 ore, su 300 metri. Su altri è più difficile. Per la stessa distanza ci mettiamo 2 giorni, e comunque nella ”giungla” è difficile, le macchine sminatrici non riescono a entrarci», bisogna fare tutto a mano, con quei fili «che sembrano solo ragnatele». E nelle trincee abbandonate, «troviamo le cataste dei morti, minati. E anche i feriti abbandonati, se appena li provi a spostare, capaci di esplodere con te e la tua carità». È molto difficile, disinnescare un uomo minato, che si lamenta e si muove, ed è molto difficile restare fermi, ma è la prima lezione da imparare. «No panico, no agita rsi». Mai correre, neanche se il tuo compagno è appena saltato in aria e urla, bestemmia, chiede aiuto. «Succede sempre così: uno di noi salta, e l’istinto ti porta a correre da lui. Ma è un errore. Di solito salta anche il secondo». Serve «molta pazienza. Concentrazione. Riposo. Il protocollo Nato prevede 4 ore di lavoro e quattro di riposo. Non è mai così». Quanto alle scarpe d’acciaio, ci vuole pazienza, anche lì.

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