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La Repubblica Rassegna Stampa
13.05.2023 L'Ucraina subito nella Ue
Analisi di Claudio Tito

Testata: La Repubblica
Data: 13 maggio 2023
Pagina: 29
Autore: Claudio Tito
Titolo: «L'Ucraina subito nella Ue»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 13/05/2023, a pag. 29, con il titolo "L'Ucraina subito nella Ue" l'analisi di Claudio Tito.

In che modo l'UE sostiene l'Ucraina | Attualità | Parlamento europeo

In tempi straordinari non si possono offrire soluzioni o risposte ordinarie. Sarebbero non solo insufficienti ma anche dannose. La guerra in Ucraina sta indubbiamente determinando una situazione eccezionale. Che investe la ragione stessa del mondo occidentale e l’essenza dell’Unione europea. Perché in gioco non c’è solo la supremazia territoriale di un Paese sovrano, ma la difesa dei principi di democrazia e libertà di un Continente e di una comunità di valori. Per questo è indispensabile affrontare la crisi più grave dell’ultimo cinquantennio nella consapevolezza che non si può agire con il registro della normalità o mettendo al minimo i motori della politica e della diplomazia. Settantatré anni fa, l’allora ministro degli Esteri francese, Robert Schuman, nella dichiarazione che di fatto aprì la strada alla nascita della Comunità europea e quindi dell’Ue, avvertiva: «La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano». Certo, quel mondo era appena uscito dal dramma sconfinato della Seconda guerra mondiale. Eppure quel monito si adatta perfettamente alla situazione attuale. L’attacco della Russia all’Ucraina sta mettendo a rischio la «pace mondiale» e ora servono «sforzi proporzionati». Cosa può fare allora l’Unione europea? Indubbiamente gli aiuti economici e militari, insieme agli Stati Uniti, per consentire a Kiev di resistere e di difendere la sovranità nazionale costituiscono un passo preliminare e ineliminabile. Disarmare l’Ucraina equivarrebbe infatti a consegnarla ai russi. Ma basta? I 27 Paesi che ora si ritrovano insieme e hanno eretto una casa comune sulle fondamenta gettate nel 1950 da Schuman possono limitarsi a questo? Con tutta evidenza no. Anzi l’Ue ha nelle sue mani un’arma che, se usata nel giusto modo, può essere formidabile: la politica. E in questo caso ha i contorni dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione. Farla diventare il 28esimo membro. Come ha fatto osservare Marco Minniti tre giorni fa sulle colonne di questo giornale, «i negoziati di adesione sono un prerequisito della pace». È così. Perché mettere in campo una soluzione così «creativa» è la strada migliore — forse l’unica — per difendere Kiev e porre le condizioni per una tregua. Chi guida l’Europa ha il dovere morale di capire che è indispensabile uscire da un certo “burocratismo” che spesso soffoca le scelte compiute nei palazzi e negli uffici di Bruxelles. Spalancare le porte europee a un Paese sotto assedio non può essere stabilito solo attraverso l’interpretazione rigida e fiscale dei Trattati. La classe dirigente dell’Ue ha la possibilità di distinguersi e di compiere con onore il proprio impegno se capisce che il percorso che porta alla pace passa anchedall’adesione di Kiev. Winston Churchill accettò di allearsi con Stalin, che aveva definito il «diavolo», pur di sconfiggere Hitler. I leader e le tecnostrutture di Bruxelles hanno l’onere di abbandonare certi egoismi nazionali e di leggere i regolamenti con una elasticità “diabolica” per battere Putin. In caso contrario saranno per sempre ascritti alla categoria dei “piccoli” della Storia. Tre giorni fa, fortunatamente, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, incontrando il presidente ucraino Zelensky ha detto a questo proposito che in Europa «l’impossibile diventa possibile». Ecco, l’occasione è adesso. A giugno ci potrebbe essere il primo rapporto non scritto per avviare il giudizio finale. A ottobre sarà la volta “dell’esame scritto”. A quel punto l’esecutivo comunitario e il Consiglio europeo avranno la possibilità di aprire formalmente entro la fine dell’anno i negoziati per l’adesione. Sarebbe il trampolino migliore per saltare verso la tregua. La politica, del resto, è fatta anche di emblemi. Una decisione di questo genere avrebbe una carica simbolica talmente potente da rendere la capacità negoziale di Kiev all’altezza di quella del Cremlino. Al momento, infatti, il punto debole di ogni trattativa consiste nello squilibrio delle forze tra russi e ucraini. Una pace giusta si conquista su un tavolo bilanciato. Senza contare, come ha osservato Federico Varese sempre sul nostro giornale, che non si può tenere in un «limbo» l’Ucraina e gli altri Paesi che rischiano di essere soggiogati dalla Russia. Indubbiamente un Paese belligerante avrà delle difficoltà a rispettare tutti i requisiti richiesti. Di certo il governo Zelensky dovrà accelerare sulle sette condizioni reclamate nei mesi scorsi al momento dell’attribuzione dellostatus di Paese candidato. Kiev dovrà adeguare le sue normative sullo stato di diritto, sulla corruzione, sull’indipendenza della magistratura. Dovrà liberarsi dal ruolo egemonico degli oligarchi. Ma questa fatica dovrà essere accompagnata dalla consapevolezza europea che in gioco ci sono i principi di libertà dell’Occidente e non la soddisfazione di qualche oscuro burocrate che confonde l’ottuso rispetto delle regole con la libertà. In democrazia, certo, la forma è anche sostanza. Ma quando i tempi sono straordinari anche la forma e la sostanza lo devono essere. Alcuni degli Stati membri, inoltre, temono di perdere qualche privilegio con l’ingresso di un Paese geograficamente grande e con quaranta milioni di abitanti. Spartire, ad esempio, i fondi europei diventerebbe ancora più complicato. Ma questa è, appunto, la differenza tra i “grandi” e i “piccoli” della Storia.

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