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La Repubblica Rassegna Stampa
22.01.2023 Shoah: due film da non perdere
Recensione di Arianna Finos

Testata: La Repubblica
Data: 22 gennaio 2023
Pagina: 32
Autore: Arianna Finos
Titolo: «Alessio Boni e la tragica illusione di Terezin: 'Così i nazisti eliminarono pittori e musicisti'»
Riprendiamo da REPUBBLICA di oggi, 22/01/2023, a pag.32, con il titolo "Alessio Boni e la tragica illusione di Terezin: 'Così i nazisti eliminarono pittori e musicisti' " la recensione di Arianna Finos.

Hometown” – Al cinema il viaggio di Polanski e Horowitz tra la Shoah e i  ricordi dei bambini di allora
Roman Polanski e Ryszad Horowitz
Per il Giorno della Memoria, il 27 gennaio, arrivano in sala film che raccontano l’Olocausto attraverso le storie di artisti. Il bel documentario Hometown, con gli amici Polanski e Horowitz, ma anche un film italiano sul ghetto di Terezin, firmato da Gabriele Guidi (figlio di Johnny Dorelli e Gloria Guida). Tra gli attori Alessio Boni: «Non conoscevo la storia delle Terme Terezin. Sapevo degli altri campi di concentramento, ci sono stato, Auschwitz, Dachau e tutti gli altri, dell’orrore, dei sei milioni di vittime. Ma dell’inganno di Terezin non sapevo nulla e questomi ha stupito». Terezin racconta la storia del campo a ottanta chilometri da Praga in cui venivano rinchiusi gli artisti, il cuore della cultura europea di quegli anni, attraverso le vicende di due musicisti innamorati, un clarinettista italiano (Mauro Conte) e una violinista (Dominika Moravkova).

Aise.it - Agenzia Internazionale Stampa Estero
Regia di Gabriele Guidi, con Alessio Boni

«Hitler, che si considerava un artista, ed era un pessimo pittore, aveva un occhio di riguardo per gli artisti. Così ha fatto costuire le Terme di Terezin a forma di stella e ci ha messo musicisti, cantanti, poeti, scultori ebrei: li riteneva “superiori” agli ebrei normali. E venivano “trattati” meglio. Non c’erano i lavori forzati, avevano più cibo. Ma la fine che facevano era la stessa, venivano trasportati e finivano in cenere come gli altri». Terezin era un progetto di propaganda. «Ho visto i filmati del ‘41 e ‘42 dove tutti erano felici, dicevano che si stava bene, i bimbi giocavano a pallone, disegnavano. E ogni tanto facevano esibizioni per mostrare alla Croce Rossa come trattava “davvero” gli ebrei d’Europa. Era una doppia farsa». Boni nel film è Jacob Bernstein, che presiede il consiglio ebreo degli anziani, «deve gestire i rapporti con i nazisti, cercando di alleviare la mattanza. Un uomo tormentato, conscio della sua scomoda situazione, attento a ogni parola e atteggiamento ». Un personaggio inventato ma che è ispirato a tre personaggi esistiti, «nella realtà anche loro venivano mandati a morire, c’era un ricambio». C’erano musica e arte a Terezin «una sorta di illusione tragica. Rispetto ad altri campi in cui sai che fine farai, lì covavi la speranza. Ma in 140 mila hanno fatto la fine degli altri. Amleto dice “potrei essere confinato in una noce ed essere il re dello spazio infinito, se mi lasci l’immaginazione”. Cervantes, nei cinque anni di carcere ha iniziato a scrivere, per non impazzire, ilDon Chisciotte. A Terezin l’arte faceva sopravvivere queste persone. Ma alla fine c’era un amaro forse ancora più potente». Il film è stato girato nei veri luoghi. «Lavorare con tutti loro, attori e tecnici ungheresi, cechi, vedere la loro dedizione è stato appassionante. Ho letto che se non li avessero ammazzati, questi 140 mila artisti avrebbero potuto cambiare le sorti della cultura europea». L’immagine più forte dell’esperienza che è stata questo film, per Boni, è «quando questi bambini si sono messi a cantare il brano più amato da chi vive a Praga, il più importante in assoluto: Brundibar di Hans Krása. Questi bambini lo cantano tutti gli anni, generazione dopo generazione. Vederli da spettatore così coinvolti ed emozionati mentre eseguivano il brano dal vivo è stata un’esperienza straziante. Non potevo non pensare a quei bambini che cantavano allora e poi sarebbero finiti, come tutti i bambini ebrei, nei campi di concentramento». Terezinesce in sala il 26 gennaio. Memoria sul grande schermo: «Mi pare che di questa storia non se ne parli abbastanza. Bisogna sapere tutto, perché non si ripeta. E il cinema aiuta».
 
Arianna Finos - Unifrance
Arianna Finos

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